A proposito di diritti umani

Gabriella Carlon
9-9-2016
Estate: sulle nostre tavole frutta e verdura abbondano: leggere, piacevoli al gusto, dissetanti. E anche qualche frullato o gelato alla frutta è molto gradito.
Talvolta ci si preoccupa di sapere, dalle etichette, la provenienza per scegliere il prodotto che, se non proprio a km 0, sia almeno italiano. Non sorgono domande sulla filiera e sulle condizioni dei lavoratori che hanno fatto arrivare la merce sulle nostre tavole, infatti in Italia, paese evoluto e democratico, il rispetto dei diritti si dà come scontato. Dovrebbe essere così, ma purtroppo così non è. Anzi vi sono situazioni scandalose di diritti negati e di condizioni di vita inaccettabili: qualche volta arrivano alla ribalta della cronaca (Rosarno 2010) poi non se ne parla più ma la situazione rimane inalterata.
La Flai CGIL ha pubblicato il terzo rapporto “Agromafie e caporalato” che mostra tutta la drammaticità del fenomeno.
In sintesi: – 430mila lavoratori agricoli in nero soggetti al caporalato; – salario da 22 a 30 euro per 8-12 ore di lavoro, dimezzato rispetto al contratto nazionale; – caporalato presente non solo nel Sud ma anche in Centro e Nord Italia, sia pure con diversa intensità; – fenomeno in crescita: da 30 a 50mila braccianti sfruttati in più rispetto al 2014.
Nel 2015 le ispezioni sono aumentate del 59% rispetto all’anno precedente, ma i risultati sono scoraggianti: su 8862 aziende ispezionate, sono stati trovati 6153 lavoratori irregolari, di cui 3629 totalmente in nero, e 713 episodi di caporalato (1).
Oltre allo sfruttamento sul lavoro, questi lavoratori devono subire condizioni di vita inimmaginabili: alloggi in casolari diroccati o tendopoli senza luce, acqua, servizi igienici; imposizione di tasse per cibo, acqua, trasporti; emarginazione sociale e talvolta sottrazione di documenti per un totale controllo della persona. Molti lavoratori sono italiani, donne in particolare, molti sono stranieri comunitari -romeni e bulgari- e molti africani o asiatici.
Che non si possa impedire un simile scempio in Italia nel 2016 appare incredibile, ma non si riesce a interrompere i fili tra caporalato e organizzazioni criminali e mafiose che traggono da ciò lauti profitti.

Che fare?
Bisognerebbe rendere più stringente il tessuto legislativo: la legge sull’immigrazione che crea clandestinità favorisce il lavoro nero; la legge sul caporalato che scarica sul lavoratore l’onere della denuncia e della prova richiederebbe una maggior protezione di colui che ha denunciato, ma i fondi stanziati ad hoc per il prossimo triennio sono diminuiti da 9 a 3milioni l’anno; inoltre le recenti norme di liberalizzazione del mercato del lavoro rendono più difficili i controlli di legalità; devono essere sempre più estese le ispezioni alle aziende con opportuni stanziamenti di fondi.
La Camera ha approvato il 13 novembre 2015 un disegno di legge (1138) che inserisce il reato di caporalato nelle “Misure per favorire l’emersione alla legalità e la tutela dei lavoratori delle aziende sequestrate e confiscate alla criminalità organizzata” in modo da rendere possibile la confisca dei terreni e la costituzione di cooperative da parte dei lavoratori. Il testo dovrebbe però essere migliorato al Senato per una maggior tutele dei lavoratori che denunciano, specie se sono stranieri.
Un altro ambito che potrebbe rivelarsi interessante ed efficace è relativo alla certificazione di tutta la filiera, in modo da mettere il consumatore nella condizione di poter boicottare i prodotti privi di certificazione relativa ai rapporti di lavoro. In tale settore però le resistenze sono purtroppo molto forti.

Ci si augura che quanto prima strumenti efficaci di controllo possano essere messi in atto, per stroncare le vergognose condizioni di lavoro che tuttora prosperano nella nostra agricoltura a dispetto di tutte le proclamazioni dei diritti umani e della vigente democrazia.

1) Fonte: Narcomafie, n° 3, 2016

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