Ancora in crescita il consumo di suolo in Italia

Adriana F.
30-10-2019
Cosa sta facendo il nostro paese per preservare il suolo nazionale dalla cementificazione? Davvero poco, si direbbe analizzando il Rapporto 2019 di ISPRA SNPA sul consumo di suolo in Italia . Il documento fornisce una dettagliata analisi dei dati nazionali relativi al 2018, da cui risulta che le coperture irreversibili non sono affatto diminuite, e in qualche caso sono addirittura aumentate.

Densità consumo suolo in Italia (Clicca qui per ingrandire l’immagine)

In Italia, infatti, nonostante la crisi del settore edile, lo scorso anno sono stati coperti con cemento o altri materiali impermeabili oltre 51 chilometri quadrati di territorio: in media 14 ettari al giorno, 2 metri quadrati al secondo.
I centri più popolosi, già molto impoveriti di spazi verdi, hanno perso in media 24 metri quadrati per ogni ettaro di area verde, e hanno inciso per il 50% circa sulla perdita complessiva di suolo nazionale: 10 volte di più rispetto alle zone meno sottoposte a interventi invasivi. Le coperture irreversibili, comunque, continuano ad avanzare in tutta la penisola.
Oltre metà delle trasformazioni risultano causate dai cantieri edili (2.846 ettari) per la costruzione di nuovi edifici o di infrastrutture permanenti (parcheggi, strade asfaltate, strutture commerciali, discariche, piscine e molto altro). Il Veneto è la regione che registra il maggiore incremento del consumo di suolo con 923 ettari. Seguono la Lombardia (633 ha), la Puglia (425 ha), l’Emilia-Romagna (381 ha) e la Sicilia (302 ha).
Tra le città, il consumo più consistente si è registrato a Roma, dove in un anno sono andati perduti 75 ettari di aree verdi. Anche Milano non scherza, con i suoi 11,5 ettari devoluti al cemento, ma appare quasi moderata se la si confronta con Verona (33 ha), L’Aquila (29 ha) e Olbia (25 ha).
L’unica città che mostra un andamento virtuoso è Torino, che lo scorso anno ha recuperato 7 ettari di aree verdi.
La soppressione di terreni naturali integri mostra una singolare incongruenza tra suolo consumato e popolazione residente: per questo aspetto, in cima alla classifica si collocano la Basilicata (+2,80 m2 per abitante), l’Abruzzo (+2,15 m2/ab), il Friuli-Venezia Giulia (+1,96 m2/ab) e Veneto (+1,88 m2/ab).
Nel contesto attuale ogni abitante italiano risulta avere “in carico” oltre 380 metri quadrati di superfici occupate da cemento, asfalto o altri materiali artificiali: un valore che cresce di quasi 2 metri quadrati ogni anno, mentre la popolazione, al contrario, diminuisce sempre più. (Clicca sulla tabella sottostante per ingrandire)

Ma c’è dell’altro. Nel 2018 il consumo di suolo (non necessariamente abusivo) è aumentato anche nelle aree protette (+108 ettari), nelle aree vincolate per la tutela paesaggistica (+1074 ha), e perfino in quelle a pericolosità idraulica media (+673 ha), a rischio frane (+350 ha) e a pericolosità sismica (+1803 ha).
L’impatto economico di questa progressione è consistente. Secondo le stime degli esperti, le aree cementificate negli ultimi sei anni erano in grado di produrre tre milioni di quintali di prodotti agricoli e ventimila quintali di prodotti legnosi, e potevano fornire lo stoccaggio di due milioni di tonnellate di carbonio e l’infiltrazione di oltre 250 milioni di metri cubi di acqua piovana. Acqua che oggi scorre in superficie, trovando sbarrata la possibilità di infiltrazione e di raccolta nelle falde naturali. Il risultato è una sempre maggiore frequenza di esondazioni e allagamenti (anche disastrosi) in molte parti della penisola. Complessivamente il danno economico potenziale dovuto alla cementificazione è valutato tra i due e i tre miliardi di euro annui.

Alluvione Cinque Terre 2011 (Clicca qui per ingrandire l’immagine)

Come tutti sanno, il consumo di suolo da parte dell’uomo non è l’unico fattore che minaccia l’integrità del terreno: a tale processo contribuiscono altre cause di degrado, tra cui la frammentazione, l’erosione e la perdita di produttività e di carbonio organico. Ma questa constatazione non giustifica in alcun modo le nuove aggressioni al suolo. Anzi, rende ancora più urgente un impegno serio per rallentare l’impoverimento dei servizi ecologici offerti dalle aree naturali. Tale approccio “conservativo” dovrebbe essere il principio guida di istituzioni, imprese e cittadini, tutti ugualmente uniti dalla volontà di salvaguardare l’habitat che oggi ci ospita e che domani dovrà garantire un ambiente vivibile e produttivo alle generazioni che seguiranno.

Vernazza 2011 – Effetti dell’alluvione (Clicca qui per ingrandire l’immagine)

A capire sempre più chiaramente i rischi della cementificazione del suolo naturale sono gli stessi cittadini, e in particolare quelli delle aree soggette a frequenti alluvioni e smottamenti, che hanno fatto moltiplicare le associazioni ambientaliste e le loro proposte di cambiamento. Significativo, tra i tanti progetti in cantiere, è quello che ha lanciato l’idea di piantare 60 milioni di alberi (uno per ogni cittadino). La campagna è stata firmata da Carlo Petrini di Slow Food, Stefano Mancuso, scienziato e direttore di LINV (International Laboratory for Plant Neurobiology) e dal vescovo di Rieti Domenico Pompili.
(Link a  Corriere della sera)

Ma come fare per invertire la rotta a livello istituzionale? Secondo Michele Munafò, tecnologo ambientale di ISPRA che ha curato il Rapporto e lo ha presentato in Senato, “il consistente consumo di suolo è il risultato di norme del tutto inefficaci e dell’assenza di una organica normativa nazionale”. Dello stesso parere è Stefano Laporta, presidente di Ispra, che ha ribadito la necessità di “definire al più presto un assetto normativo nazionale sul consumo di suolo, ormai non più differibile”.
La vera soluzione dei problemi è dunque di competenza dei governi, che dovrebbero emanare leggi chiare, efficaci, univoche e inderogabili in difesa del suolo, risorsa preziosa per la nostra esistenza, ma non inesauribile: all’impoverimento e al degrado di questo bene, infatti, non si può rimediare nel corso di una vita umana.
Se non si procederà al più presto in questa direzione, l’Italia non riuscirà a rispettare gli impegni fissati dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite (e da noi sottoscritti) per la salvaguardia dell’ambiente. Ma soprattutto aumenteranno i danni ecologici, salutistici ed economici causati o aggravati dalle coperture artificiali che sconvolgono l’equilibrio idrogeologico delle nostre regioni.

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