Aung San Suu Kyi: tanto tuonò che piovve

Eraldo Rollando
14-09-2020
Alla fine il Parlamento europeo glielo ha revocato. Ne ha dato notizia giovedì 10 ottobre 2020 lAgenzia Ansa, segnalando che “La Conferenza dei presidenti del Parlamento europeo ha deciso oggi di escludere formalmente la vincitrice del Premio Sakharov, Aung San Suu Kyi, dalla Comunità dei vincitori dello stesso premio e da tutte le attività legate ad esso”.

Il premio Sakharov era stato assegnato nel 1990 alla donna che fu definita il simbolo di libertà e democrazia.
Ventitre anni dopo, il 23 ottobre 2013 a Strasburgo, in occasione del ritiro del premio, Aung San Suu Kyi ebbe a dichiarare “Vogliamo fare in modo che il diritto di pensare liberamente sia preservato. Tale diritto non è ancora garantito al 100%. Dobbiamo ancora lavorare molto prima che la costituzione sia rispettata”.
E l’allora presidente del Parlamento Martin Shulz le fece eco: “ Anche se spesso ci vuole molto tempo, le persone che mostrano la forza di lottare per la democrazia alla fine vinceranno”.
Il tempo cambia le persone non meno che le situazioni e, alla luce di oggi, le due dichiarazioni si sono scontrate con la realtà del Myanmar e del popolo Rohingya.
La vicenda di questo popolo è ormai nota (Leggi il nostro articolo: Rohingya e il silenzio della Signora).
Circa un milione di persone di fede musulmana da lungo tempo abita nella zona del Rakhine; una lunga lingua di territorio che si affaccia sul Golfo del Bengala, situato nella parte ovest del Myanmar. Nel 1982, da parte della Giunta militare, venne tolta ai Rohingya la cittadinanza, vennero ritirate tutte le loro Carte di identità e sostituite con “Carte di identità temporanee”; in tal modo, non essendo più cittadini dello Stato, è negato loro, ancora oggi, di andare a scuola, curarsi negli ospedali del Paese, possedere una casa o un terreno, di costituirsi in associazioni e di spostarsi liberamente; tutto ciò è reso oggi ancora più pesante e oltremodo pericoloso dall’attuale epidemia di Coronavirus.
Alle proteste e manifestazioni la Giunta ha sempre risposto in maniera violenta, costringendo l’Alto commissario delle Nazioni Unite nell’agosto 2017 a denunciare la situazione dichiarando che era in atto una “pulizia etnica” dopo “decenni di violazioni persistenti e sistematiche dei diritti dell’uomo”.

E Aung San Suu Kyi?

      Aung San Suu Kyi

C’entra, eccome. Attiva per molti anni nella difesa dei diritti umani oppressi dalla dittatura militare, dal 6 aprile 2016 condivide il governo con i militari, gli stessi che non le hanno risparmiato 15 anni di arresti domiciliari, gli stessi che ha con pervicace costanza combattuto. Premio Sakharov e Premio Nobel per la pace, è attualmente Consigliere di Stato della Birmania, Ministro degli Affari Esteri e Ministro dell’Ufficio del Presidente.
Una serie di incarichi di livello molto alto; ci si sarebbe aspettato, quanto meno, una posizione netta di condanna a favore del popolo Rohingya, ma tace. Tace ormai da quattro anni. Sembra non vedere ciò che accade nel suo Paese e sembra rinnegare i trascorsi impegni per i quali ha ricevuto così alte onorificenze e riconoscimenti.

Nel 2017, la sua collega pakistana Malala Yousafzai , premio Nobel per la pace nel 2014 (a 17 anni), il più giovane premio Nobel della storia, prese posizione contro il silenzio della San Suu Kyi con un twitter che fece rapidamente il giro del mondo: “Negli ultimi anni io ho più volte condannato questo tragico e vergognoso trattamento. Sto ancora aspettando che la mia collega di Nobel Aung San Suu Kyi faccia lo stesso”.
E analoga fu la posizione dell’arcivescovo sudafricano premio Nobel per la pace Desmond Tutu.

Bene ha fatto il Parlamento europeo a revocare il premio Sakharov; purtroppo una simile procedura non è prevista dalla Fondazione Nobel.

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