Beni comuni: quale gestione? – Puntata 3

Gabriella Carlon
03-03-2020
Difficile stabilire la proprietà dei Beni comuni: può essere pubblica (es. demaniale) o privata (es. beni vincolati) o diffusa, di tutti e di nessuno (di chi è l’aria? di chi è la terra di un villaggio nel Sud del mondo? di chi è la lingua che parliamo?). La questione della proprietà va dunque lasciata sullo sfondo, anche perché le condizioni, giuridiche e di fatto, della proprietà variano da luogo a luogo in base alla storia, al costume, alla legislazione.
La caratteristica dei Beni comuni, giova ricordarlo, è che tutti devono poter accedere ad essi e nessuno può vantare pretese esclusive, pertanto sono esclusi dal mercato e devono essere amministrati secondo il principio di solidarietà, anche nell’interesse delle generazioni future: sono davvero patrimonio dell’umanità.
Risulta quindi di fondamentale importanza la loro gestione.
Nel ‘900 si era introdotto il concetto di servizio pubblico per caratterizzare tutti quei beni che andavano a soddisfare diritti elementari (Welfare state): ciò che era pubblico era gestito dallo Stato o dalle Municipalità. Dagli anni ’80 del secolo scorso in avanti si è invece spinto verso la privatizzazione di servizi essenziali e, dopo l’89, il capitalismo trionfante ha allargato il più possibile l’area del mercato, occupando anche gli spazi che faticosamente erano stati conquistati alla gestione dello Stato (in Europa e, per riflesso coloniale, in alcune parti del Sud del mondo). L’orientamento degli organismi internazionali (WTO, FMI) va nella direzione della gestione privata anche di beni primari come l’acqua o la terra, a tutto vantaggio delle multinazionali del settore; ultimamente però la FAO sembra orientarsi diversamente.
Per quanto riguarda l’Italia si è proceduto a privatizzare persino beni demaniali. Infatti promuovendo il federalismo demaniale, cioè trasferendo buona parte del demanio a Regioni ed Enti locali, è stata facilitata la sua privatizzazione, in vista di un recupero di liquidità per fronteggiare la spesa pubblica sempre più elevata. E’ vero che la gestione pubblica ha spesso comportato corruzione, inefficienza e clientelismo. Ma come si può pensare che il privato anteponga il bene dei cittadini al profitto della sua azienda, con relative quote da distribuire agli azionisti? Perché altrimenti dovrebbe investire? Il mercato non si fa certo carico della garanzia dei diritti, né della solidarietà, né della coesione sociale, né, meno che mai, della bellezza: può soltanto creare una democrazia censitaria, come infatti sta avvenendo. Ma una società che discrimina i cittadini in base al censo anche nei diritti essenziali può dirsi democratica? Da queste difficoltà nasce l’esigenza, politica e giuridica, di riconoscere una terza categoria di beni con una diversa modalità di gestione.
Le proposte sono molteplici. Una prima possibilità è la gestione in concessione ai privati con una regolazione da parte dello Stato: l’aspetto negativo è la formazione di legami politico-affaristici che, vanificando un effettivo controllo della gestione privata, non permettono la garanzia dei diritti dei cittadini in un’atmosfera di trasparenza democratica.
Una seconda proposta, partendo dal pensiero di Elidor Ostrom, prevede una gestione non privata e non statale: il bene che rappresenta una risorsa collettiva dovrebbe essere autogestito dalla comunità, capace di preoccuparsi in primo luogo della sostenibilità rispetto al proprio territorio. Non esiste quindi un unico modello, ma ogni comunità sceglierà quello più adatto a seconda dello spazio e del tempo, su base pragmatica.
La gestione condivisa viene sostenuta da diversi autori, in modo più o meno critico (1). Alcuni, come S. Settis, propongono un controllo costante, per la salvaguardia dei beni comuni materiali e immateriali, da parte di tutti i cittadini attraverso associazioni, enti e altri corpi intermedi della società civile. L’azione popolare è la partecipazione capace di salvare l’interesse collettivo che sta a fondamento della democrazia (2). Tra beni comuni e beni demaniali dovrebbe esserci non contrapposizione ma continuità e complementarietà.
Importante è l’art.43 della Costituzione (3) che dà fondamento giuridico alla gestione condivisa da lavoratori o da utenti di un bene comune. Va ricordato che la nostra Costituzione non prevede i beni comuni, però pone limiti alla stessa proprietà privata, la cui gestione deve rispondere “all’utilità sociale”. Tali principi costituzionali sono tuttora ampiamente disattesi, anzi la nostra legislazione protegge in primo luogo la proprietà privata e il suo libero esercizio. Secondo il pensiero di S. Rodotà (4), proprietà privata e beni comuni potrebbero convivere in parallelo nel nostro ordinamento: si tratta di dare ai secondi uno stato giuridico che finora non hanno, tenendo presente che il cittadino deve prevalere sul proprietario.
Infine, secondo una posizione più radicale, un governo dei beni comuni gestito dalla partecipazione diretta dei cittadini potrebbe delineare un modello alternativo di economia, fondato sulla cooperazione e sulla solidarietà, capace di risolvere i problemi che il capitalismo è incapace di fronteggiare: dall’esaurimento delle risorse energetiche, al cambiamento climatico, al degrado, alla disuguaglianza e alla povertà di gran parte degli abitanti del pianeta. Si tratta di creare nuovi spazi pubblici sia in economia che in politica, con il passaggio da una democrazia solamente rappresentativa a una democrazia anche partecipativa. Ma un cambiamento così radicale non sarebbe facile, sia per l’opposizione dei potentati economici sia per le competenze e l’impegno che richiede ai cittadini. Infatti, nell’attuale assetto di tutela della proprietà privata, bisognerebbe procedere a espropri su larga scala e d’altra parte non è automatico che la gestione comunitaria sia di per sé buona.

Certamente una democrazia con una sfera di Beni comuni sempre più larga a scapito dell’area mercantile porterebbe a una democrazia non solo politico-formale ma anche economico-sostanziale che, a mio parere, sarebbe davvero auspicabile. Forse è questa la strada per superare il neoliberismo che tanti guai ha portato e porta anche nella fase della globalizzazione.
Ma è una strada praticabile o è pura illusione? Sarebbe una nuova prospettiva per la Sinistra europea o l’Europa è ormai troppo vecchia e stanca per intraprendere entusiasmanti battaglie in vista di diritti sociali sempre più estesi? E da dove può venire nuova energia per le lotte future?
Il dibattito è aperto.

Note
1) Si veda (clicca):
“Cosa sono i beni comuni”

“Beni comuni, una sintesi problematica”
2) S. Settis (Azione popolare, Einaudi, 2014) distingue l’azione popolare, che può essere intrapresa dai cittadini in nome degli interessi generali della comunità, dalla class action che può essere intrapresa solo da chi ha un interesse individuale da difendere.
3) Art. 43 che recita: “A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio e abbiano carattere di preminente interesse generale”.
4) S. Rodotà anche in Vivere la democrazia, Laterza, 2018

(3, fine)
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