Bitcoin, come l’ho capito io

Eraldo Rollando
02-05-2018

E’ stato detto:
“Come un’automobile, il Bitcoin è tecnicamente molto avanzato e estremamente complicato, tutto dipende da quanto vuoi sapere di lui. Ma come un’automobile, non hai bisogno di conoscere molti particolari tecnici per usarlo” (Erik Voorhees co-fondatore della Società di bitcoins Coinapult).

E’ vero, ma la curiosità ci spinge.
La prima cosa da dire è che Bitcoin è una moneta elettronica, nata per scambiare un valore (denaro, merce o servizio) online direttamente tra gli utenti, senza passare da una banca, con grande velocità e sicurezza.
Ma allora quale differenza c’è con le monete che usiamo quotidianamente?
La differenza sostanziale sta nel fatto che è virtuale: fisicamente non esiste, non ha alcun peso o dimensione fisica (cioè, non la si può tenere in tasca o in banca), non ha un’immagine: non la si può vedere, se non in immagini pubblicitarie.
Ma, anche oggi usiamo moneta elettronica quando paghiamo un bene online (es. acquisti su Amazon o altro sito di vendita online). Si, verissimo; ma l’operazione che noi facciamo passa attraverso una banca dove ci sono persone che gestiscono il nostro “gruzzoletto” le quali, seppure elettronicamente, trasferiscono al nostro creditore l’importo pattuito. In aggiunta a ciò, una transazione bancaria impiega giorni per essere completata e, volendo, si può sempre risalire alle persone che hanno fatto la transazione. Con Bitcoin il trasferimento è immediato, non più di 10 minuti, anonimo e sicuro (le truffe sono quasi, lo diciamo per prudenza, impossibili).

Immagine pubblicitaria di 3 valute virtuali – Bitcoin, Ethereum, Ripple

Con il termine di Bitcoin ci si riferisce ad una delle molte valute virtuali esistenti, che ogni giorno vengono “generate”, ognuna con un proprio nome, e che appartengono alla categoria delle criptovalute. Alcune hanno successo, parecchie si estinguono dopo poco tempo.
Tutte si basano su un pilastro fondamentale: la fiducia di chi le possiede.
D’altra parte quella della fiducia non è una caratteristica solo delle criptovalute; facendo un ragionamento molto sintetico, possiamo dire che anche le monete cosiddette “tradizionali”, a parte l’oro e altri metalli preziosi che rispondono a logiche diverse avendo un loro valore intrinseco, vengono da noi accettate fidandoci nel fatto che a nostra volta le potremo scambiare nel tempo con merci o servizi o essere rimborsati da chi le ha emesse. E’ stato sempre così, da quando una autorità istituzionale ha coniato monete e/o stampato banconote il cui valore intrinseco non corrisponde a quanto scritto su di esse.
Oggi sulla moneta Euro non si trova più la scritta che compariva sulla Lira: “pagabile a vista al portatore”: stava a significare che l’Ente emittente ne garantiva il valore; lo Stato italiano, attraverso la Banca d’Italia, nel caso della Lira. Chissà perché la Banca Centrale Europea non ha sentito la necessità di confermare il messaggio esplicito anche sull’Euro: mistero, almeno per me.
Di seguito utilizzeremo il termine Bitcoin per riferirci a una criptovaluta.

Dunque: criptovaluta.
Torniamo alle criptovalute: non sono emesse da una autorità statale ma da privati. Lo scambio tra chi le possiede avviene su una forma di fiducia che non è sbagliato definire speranza. Hanno un proprio valore che dipende, sostanzialmente, dalla “appetibilità” che le stesse hanno sul mercato specifico: un po’ come le azioni di borsa.
Così come l’Euro, o altre monete “tradizionali”, una criptovaluta consente di acquistare merci e servizi; sostanzialmente è creata e tenuta viva da un insieme di programmi che “girano” in una grande rete di computer connessi tra loro.
A differenza di qualsiasi moneta conosciuta, sia di carta sia di metallo, essa viene gestita attraverso un sistema molto particolare: un registro elettronico basato su un particolare software chiamato Blockchain, letteralmente “catena di blocchi, (nota1) (nota 2), una grande banca dati “sparsa” su tutti i computer che partecipano a una delle reti di criptovalute (ogni criptovaluta ha la sua Blockchain), nella quale vengono registrate tutte le transazioni (i movimenti contabili) generate dalle attività degli utenti che aderiscono a questa forma di pagamenti, con modalità crittografica. In poche parole, non sono garantite da una Istituzione nazionale o internazionale e non sono registrate, con i loro numeri di serie, presso un Istituto centrale di emissione come la Banca d’Italia o la BCE. Non esistono, quindi, banconote fisiche da tenere in banca o nel portafoglio ma, di fatto, soltanto codici, ognuno dei quali è formato da una serie unica di numeri e lettere crittografati digitalmente. I Bitcoins acquistati o generati da un utente della rete hanno un luogo specifico nel quale vengono custoditi: un portafogli personale e virtuale chiamato Wallet (in inglese portafoglio, appunto; qui di seguito il codice del wallet sul quale è stato effettuato il primo accredito di Bitcoins di questa criptovaluta:1A1zP1eP5QGefi2DMPTfTL5SLmv7DivfNa) che risiede in quel grande registro elettronico e che può essere gestito dal proprio computer attraverso una propria Password crittografata.
Siamo abituati a parlare di moneta elettronica, riferendoci alle carte di credito, all’home banking, e ad altre forme simili con le quali il denaro fisico viene scambiato; qui si parla di una moneta elettronica particolare: una moneta virtuale, che muove capitali, ma non è collegata direttamente a denaro “fisico” quando viene utilizzata. Occorre dire, però, che c’è almeno un momento in cui questo collegamento esiste, e cioè quando una persona vuole entrare nel “giro” della moneta virtuale: in quel momento, rivolgendosi a siti web specializzati, o a particolari bancomat che non sono poi molto diversi da quelli che usiamo quotidianamente, occorre mettere mano al portafoglio fisico per scambiare, nel nostro caso, Euro con Bitcoins o Bitcoins con Euro. Vedremo più avanti come si può fare.

Perché si parla di criptovaluta
Il Bitcoin, come detto, è una valuta digitale la cui “emissione” si basa sui principi della crittografia -dal greco κρυπτóς (kryptós) “nascosto”, e γραφία (graphía) “scrittura”) – ; questo metodo, che si potrebbe definire, quindi, un sistema che “nasconde i messaggi”, consente di elabora i dati in modo tale da rendere impossibile, ad occhi indiscreti, la lettura delle transazioni eseguite. Ciò permette di rendere sempre veri, cioè validi, la generazione delle monete, i loro movimenti, il loro acquisto, i pagamenti, e la tenuta dei registri elettronici online in maniera sicura (anche se preparatissimi ladri informatici, alla lunga, rischiano di superare anche gli ostacoli della crittografia).
Il Bitcoin è una delle circa 1300 criptovalute attive. Qui l’elenco e relativa capitalizzazione (il valore totale sul mercato di ogni singola valuta).
Pare che a fine 2017, la capitalizzazione (il valore totale di mercato) di tutte le criptovalute assommasse a circa 200miliardi di dollari.
Dall’elenco si può vedere il dettaglio dei nomi e il loro valore; Bitcoin è di gran lunga la più diffusa e la più importante, essendo stata la prima ad essere generata, o meglio, estratta, ma è solo una delle molte presenti; le più importanti per diffusione e capitalizzazione sono solo quattro o cinque. Non tutte hanno la fortuna di diffondersi con la stessa forza sul nuovo mercato.
La loro diffusione, limitata sino a pochi mesi fa ai soli privati, si sta estendendo sempre più velocemente e sta prendendo piede anche tra gli Stati, come vedremo di seguito.

Come nasce una criptovaluta
Non è per nulla facile spiegarlo in poche righe (e per farlo in molte occorrerebbe essere un esperto di criptovalute). Limitiamoci ad alcune informazioni di carattere generale, anche se non esaustive e prendendo molte scorciatoie.
Abbiamo visto che i Bitcoins hanno la caratteristica di essere scambiati tra gli utilizzatori senza alcun intermediario istituzionale e di non essere emessi da istituti bancari.
Più sopra abbiamo parlato dei pagamenti che vengono effettuati per acquisti di beni o servizi e anche degli acquisti di Bitcoins. Queste transazioni, una volta eseguite, finiranno per addebitare il wallet (portafoglio) dell’acquirente e accreditare quello del venditore; tutto ciò avviene per mezzo di quel particolare software che prende il nome di Blockchain, a opera di tutti i computer che partecipano a quella criptovaluta.
Sinteticamente, con l’attività di elaborazione delle transazioni, si ottengono due risultati:
– Accredito e addebito dei rispettivi wallet,
– Generazione o meglio estrazione di nuovi Bitcoins, che saranno distribuiti tra i partecipanti alla elaborazione.
La funzione di addebito/accredito ci è tutto sommato famigliare, ne vediamo quotidianamente gli effetti sui nostri estratti conto ; Il concetto con il quale viene estratto un Bitcoin è notevolmente diverso ma, tutto sommato, non particolarmente complicato: succede che, quando una transazione tra due o più utenti viene generata, questa viene resa pubblica e trasmessa in maniera quasi istantanea a tutti gli altri utenti della rete affinché procedano a renderla valida, cioè “riconosciuta” vera.
Per la validazione delle transazioni avviene una sorta di corsa tra gli utenti della Blockchain; il primo che riesce a “validare” la transazione ottiene come ricompensa il Bitcoin , o una sua parte se a concorrere è un gruppo di utenti associati tra loro. In questo modo si ha la duplice possibilità di ottenere Bitcoins e di mantenere attiva la Blockchain, garantendo che il sistema legato a quella criptovaluta non si fermi. In questo modo parecchi utenti “della prima ora” si sono arricchiti notevolmente.
Per non deludere chi conosce qualche cosa di più sulle criptovalute, occorre specificare che non è una singola transazione a essere elaborata (questo non inficia la spiegazione) ma un “pacchetto” di transazioni che vengono raggruppate automaticamente in un “blocco” ; una volta che si forma un blocco, è questo ad essere elaborato per risolvere il rebus crittografico che è al suo interno e, una volta risolto, si ottengono gli effetti sopra citati, con l’aggiunta che il blocco viene accodato alla catena di blocchi: la Blockchain, appunto.
Ciò è detto in estrema sintesi, saltando parecchi particolari tecnici.
L’estrazione della criptovaluta avviene attraverso la soluzione di algoritmi estremamente complessi (Nota 3), utilizzando i programmi software citati in precedenza, e assomiglia molto alla soluzione di un intricatissimo puzzle o di un diabolico enigma di carattere matematico.
Nei primi tempi i software di elaborazione avevano una difficoltà crittografica “abbastanza semplice”, tale che erano sufficienti computer poco potenti per ottenere il risultato richiesto. Negli anni successivi, gli algoritmi crittografici sono stati resi sempre più complicati rendendo sempre più difficoltosa e energeticamente dispendiosa l’attività di estrazione. Oggi esistono in varie parti del mondo vere e proprie “fabbriche” di criptovalute, con computer appositamente specializzati e dedicati solo a questa attività, che consumano ingenti quantità di energia per il loro funzionamento: vedremo di seguito questo aspetto

L’idea e i software di elaborazione sono nati tra il 2008 e il 2009 e hanno un padre, uno sconosciuto esperto informatico che si cela sotto lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto (potrebbe essere un lui, una lei o … un loro, una equipe).
Il concetto di estrazione richiama il sistema minerario; lo si estrae (il Bitcoin) da una “miniera”, sepolta nell’androne oscuro e misterioso delle memorie dei computer o, per meglio dire, dalla Blockchain della quale i computer si servono. Da qui il termine inglese mining e quello di miners, i “minatori” (gli utenti in rete), addetti all’estrazione dei Bitcoins. Mining e Miner sono termini correnti, per chi si interessa ad una criptovaluta.
Ovviamente, in queste memorie non vi è fisicamente nascosta la moneta, ma l’idea del minatore rende bene la “fatica” che una rete di calcolatori fa per riuscire a risolvere un rompicapo matematico e a trasformarlo in un numero (codice) univoco: esiste solo quello e quello rappresenta, o meglio è, la criptovaluta. Come poi questo possa avere un valore monetario resta per me un mistero che non mi si è ancora disvelato …
Si dice che il sopranominato Satoshi Nakamoto abbia estratto i primi 50 Bitcoin il 3 gennaio 2009, che questi siano rimasti “dormienti” nel suo computer per alcuni mesi, e che una parte di questi sia poi stata trasferita al wallet di un altro esperto di crittografia di nome Hal Finney, dando luogo alla prima Blockchain. Dal 2011 Nakamoto non dà più sue notizie: forse si è o si sono arricchiti a sufficienza.

Ma, quale è il valore di una criptovaluta?
Inizialmente il Bitcoin – sigla BTC non aveva un valore rispetto alla moneta “reale”; per assegnargliene uno si ricorse ad un calcolo pratico che fu pubblicato in un articolo dell’epoca: era il 5 ottobre 2009, dieci mesi dopo la prima estrazione da parte di Satoshi Nakamoto.
Venne stabilito il tasso di cambio rispetto al dollaro in 1309,03 BTC per 1 $, basandosi sul consumo di elettricità necessaria al computer per estrarre un Bitcoin; il testo in inglese: “During 2009 my exchange rate was calculated by dividing $1.00 by the average amount of electricity required to run a computer with high CPU for a year, 1331.5 kWh, multiplied by the the average residential cost of electricity in the United States for the previous year, $0.1136, divided by 12 months divided by the number of bitcoins generated by my computer over the past 30 days.“
Le quotazioni della valuta Bitcoin, negli ultimi 8/9 anni hanno subito un balzo notevole raggiungendo il picco di circa 19300 dollari per 1 bitcoin il 16 dicembre 2017, per scendere il 9 aprile 2018 a 6840 dollari.
Il 22 maggio 2010 fu una data storica: si racconta che un ragazzo, con lo pseudonimo di Laszlo, acquistò una pizza pagandola, a quanto pare, con 10.000 bitcoin, l’equivalente di circa 7 dollari USA al cambio dell’epoca. Fu il primo acquisto pubblico, che diede inizio all’uso delle criptovalute in campo commerciale. Con il senno del poi … una pizza un po’ indigesta per Laszlo.
Un po’ per curiosità, un po’ per mostrare l’evoluzione nel tempo di questa valuta, il 31 gennaio 2018 il Sole 24 Ore riferisce, in un articolo a firma Biagio Simonetta, che in Turchia Omer Faruk Kiroglu è stato il primo calciatore al mondo pagato in Bitcoins.
Qui le quotazioni in dollari, in tempo reale, della valuta virtuale Bitcoin

Comprare e vendere Bitcoins
Non è difficile “entrare nel giro” e cominciare ad acquistare sui siti, sorti appositamente, una criptovaluta virtuale. Di seguito ne riportiamo un paio:
Blogfest  (scorrere l’articolo sino a “Ecco cosa fare”)
e
Bitpanda
l link proposti permettono di effettuare, appunto, l’acquisto di criptovalute. Trattandosi, però, di investimenti ad alto rischio di perdita del capitale, per la forte oscillazione delle quotazioni di queste valute, è bene essere prudenti nell’impegnare valori importanti e, soprattutto, evitare azioni speculative.
Esistono anche speciali Sportelli Bancomat, ancora pochissimi in Italia dove, introducendo gli euro in contanti e, se richiesto, l’indirizzo (codice) del proprio wallet, ci si può far accreditare Bitcoin; Per alcuni sportelli occorre avere creato in precedenza, sul proprio computer, il proprio wallet per mezzo di programmi specifici disponibili in rete.
Un Bancomat Bitcoin a Rovereto

In Italia i Bancomat abilitati sono al momento circa una ventina ( vedi)
Curiosità: sono circa 1600 i bancomat dedicati negli USA, 450 in Canada, 136 in Austria, fino ad arrivare a numeri molto bassi come Brasile1, Mongolia 1, Germania zero. (vedi)  I numeri cambiano, però, di giorno in giorno.

Il Bitcoin di Stato: Venezuela , Russia e altri
Venezuela e … Russia.
Sembrava irreale e poco probabile che uno Stato si tuffasse nella via “avventurosa” della criptovaluta, ma è successo. Il Venezuela, data la sua difficilissima situazione economica e finanziaria, con l’inflazione stimata dal Professore Steve Hanke, della John Hopkins University, al 4.115% a fine 2017, strozzato dalle restrizioni economiche imposte dagli Stati Uniti, ha deciso di “battere” la nuova moneta per aggirare il dollaro americano, necessario agli acquisti in ambito internazionale, e sventare il default del Paese, che sembra avvicinarsi sempre più minacciosamente. Il Venezuela ha un debito pubblico enorme: solo nel 2018 saranno in scadenza 18 miliardi di dollari che difficilmente sarà possibile rimborsare ai creditori.
Lo scorso 20 febbraio era stato presentato, durante una cerimonia nel palazzo presidenziale di Caracas dal Presidente Nicolas Maduro, il Petro;

Petro
Immagine pubblicitaria del Petro

 

Il Venezuela è il primo Paese ad avere una propria criptovaluta di Stato.
il 20 marzo il Venezuela ha messo in vendita la nuova valuta che, per non lasciarla alla speculazione finanziaria, il presidente Maduro ha voluto legare al petrolio. Il Petro corrisponderebbe ad un barile di petrolio.
L’intenzione del governo venezuelano è di emettere 100milioni di Petro per raccogliere circa sei miliardi di dollari. Il Presidente Maduro aveva annunciato che nel primo giorno di prevendita il Petro ha raccolto 735 milioni di dollari. Nello stesso tempo aveva affermato che il Petro avrebbe avuto una sua vita autonoma accanto al Bolivar, l’attuale moneta locale.
Ne ha dato notizia il Time, sostenendo anche che alle spalle del Petro potrebbero esserci funzionari e banchieri russi; da tempo infatti, sempre secondo Time, Mosca starebbe valutando il lancio di una nuova moneta virtuale di Stato: il “criptorublo” e, per non correre rischi, avrebbe incoraggiato e sostenuto l’alleato nell’esperimento della nuova moneta in Venezuela.
Secondo Wall Street Italia, rivista online, in un articolo del 4 aprile 2018 a firma Alessandra Caparello, in quei giorni a Caracas ci sarebbe stata una riunione intergovernativa ad alto livello tra russi e venezuelani per discutere di tutta una serie di questioni bilaterali tra cui l’utilizzo da parte del Cremlino della criptovaluta venezuelana per parte delle sue transazioni commerciali. Si rafforzerebbe la tesi secondo cui la Russia vorrebbe aggirare, in questo modo, le sanzioni USA al Venezuela, ma anche alla Russia stessa.
Il Petro resta, però, avvolto da molti misteri e interrogativi. Se si tratta di una criptovaluta costruita con i criteri originali, come può quello Stato gestire, controllare e regolamentare la Blockchain che, di per sé, come abbiamo visto sopra, dovrebbe essere crittografata? Come può controllare le transazioni se le stesse sono, per il sistema, anonime? Molte altre domande ci sarebbero: staremo a vedere.

Gli altri
Altri Paesi si muovono sulle orme del Venezuela. Non è ancora noto, però, se vorranno emettere o stanno emettendo,una nuova valuta virtuale o una particolare valuta elettronica, da affiancare a quella ufficiale come nel caso del Venezuela, veicolata su una Blockchain costruita “ad hoc”, con lo scopo principale di rendere le transazioni “semplicemente” più veloci e sicure, ma non anonime.
Quelli noti, sono:
Equador, con la valuta Diniero Electronico
Tunisia con E-Dinar
Senegal con eCFA
Svezia con eKrona
Estonia con Estcoin
Russia con (forse) Cryptor
Giappone con Jcoin
Dubai con EmCash
Altri se ne aggiungeranno, come probabilmente Gran Bretagna e Israele, e forse i progetti di alcune di queste valute perderanno forza; di sicuro ci sarà da riflettere su come verrà influenzato il mercato delle criptovalute virtuali, sull’impatto negli scambi commerciali e sul mercato mondiale della finanza.
Su tutte queste valute elettroniche, esistono gli stessi dubbi che sono stati avanzati sul Petro, in relazione alla possibilità di essere una vera valuta virtuale anonima e sicura.

Gli Stati si stanno attrezzando per prevenire e contrastare situazioni di illegalità
Dato il fatto che sulla Blockchain tutte le transazioni sono anonime, si è ipotizzato che il Bitcoin sia o sia stato utilizzato per transazioni illegali come riciclaggio di denaro proveniente da guadagni illeciti, finanziamenti a terrorismo, esportazione illegale di valuta, ecc. Probabilmente sono argomentazioni prive di fondamento, dato che nessuno ha mai provato l’esistenza di questi fenomeni; sta di fatto che, essendo la tracciabilità e l’identificazione delle transazioni il problema dei problemi, gli Stati cominciano a preoccuparsi. In Giappone, gli studiosi della Tama University, con il sostegno del governo, hanno emesso le prime linee guida per la gestione delle valute virtuali.
Anche l’Unione Europea si sta interessando al tema; una apposita commissione studierà una proposta di regolamentazione pensando ad una soluzione a livello mondiale. Pare che prima del 2019 non ci saranno novità, in quanto l’idea è di aspettare le conclusioni del G20, in programma a Buenos Aires a luglio 2018, per valutare le reazioni al progetto.

Parliamo di energia elettrica
Allora, tutto bene con le criptovalute virtuali, nonostante alcuni dubbi visti sopra?
Neanche un po’!
Se il termine fosse appropriato lo si potrebbe definire una idrovora che succhia energia elettrica: un vero vampiro, il Bitcoin, che ha iniziato a preoccupare parecchie persone.
Il singolo utente che estrae Bitcoin, o altra valuta simile, da solo non esiste più; dato l’alto costo di un computer dedicato e la scarsa possibilità di competere con i pool di utenti, la sua esperienza si rivelerebbe economicamente disastrosa in poco tempo. Come conseguenza si è giunti a creare vere e proprie “fabbriche”: capannoni contenenti centinaia di computer collegati in rete alla Blokchain e controllati da squadre di operatori costantemente sul posto per garantirne il funzionamento (dato che, praticamente, si estrae quello che alcuni definiscono, non si sa con quale fiducia, il nuovo oro).

“Fabbrica” di Bitcoin in Cina

L’idea e la sua realizzazione è affascinate: “fabbriche elettroniche di minatori”.
L’handicap maggiore e più inquietante è l’esorbitante consumo di energia elettrica per il funzionamento dei computer e per il loro raffreddamento, data la quantità notevole di calore che queste batterie di calcolatori emettono; quello che preoccupa ancora di più è che il fenomeno si sta incrementando con l’arrivo di nuove valute e l’impianto di nuove “miniere”: un problema che non può essere ignorato a lungo.
Per abbassare il costo dell’energia necessaria al funzionamento si sono costruite “fabbriche” a valle di centrali idroelettriche; altri hanno situato le “fabbriche” in regioni nordiche, dove il freddo permette di raffreddare i computer senza spendere moneta (quella fisica). Secondo Forex.com, società di trading online, Genesis Mining, una tra le fabbriche più famose di Mining Bitcoin al mondo, ha situato gran parte delle proprie macchine in Islanda.
Stando a uno studio riportato da Motherboard USA, la famosa ditta produttrice di componenti per computer, una singola transazione ,cioè un movimento contabile tra due utenti, consumerebbe quanto una casa privata in una settimana. Alex de Vires, un analista del settore delle criptovalute, ha stimato che un “miner” (probabilmente ci si riferisce a una delle “fabbriche” per estrarre criptovalute) può arrivare a consumare 24 TWh (Terawattora: 1TWh = 1 miliardo di kWh) ogni anno, pari al consumo annuo dell’intera Nigeria. (Fonte: Tech.everyeye.it)
Da notare che l’Italia fra produzione e importazioni in un anno necessita, in sola energia elettrica, di circa 360 TWh (fonte: archivionucleare.com): circa il corrispondente di 15 “miners” in un anno. Non si conosce il numero dei “miners”, e quanti ne potrebbero nascere in futuro, ma c’è da rabbrividire per quanta energia occorrerà produrre e l’impatto che questo avrà sui consumi energetici e sull’ambiente. Non si tratta di spargere troppo sale sulle ferite, ma di cominciare a riflettere sul da farsi, e con urgenza.

Qualcuno controlla … o spia?
Il 20 di marzo la notizia è diventata di dominio pubblico (un pubblico ristretto, dato l’argomento molto specifico): La NSA (National Security Agency – Agenzia per la Sicurezza Nazionale) americana avrebbe messo in atto un sistema per individuare gli utilizzatori di Bitcoin.
A riportarla è la rivista online The Interceptor, registrata negli Stati Uniti e lanciata nel 2014 dall’Associazione First Look Media, basandosi sulle rivelazioni di Edward Snowden, ex dipendente della CIA, noto per aver rivelato pubblicamente dettagli di diversi programmi di sorveglianza di massa del governo statunitense e britannico. (vedi)
La traduzione è riportata dal sito Tomshw.it (vedi)
Quando si dice, la curiosità: gli americani, ancora una volta, hanno deciso di metterci il naso, per verificare che non ci siano pericoli per la Sicurezza Nazionale attraverso i Bitcoin. Questo ufficialmente parlando, ma … sotto sotto?

Aspetti legali, fiscali e tributari
Qui mi arrendo.
L’argomento è di una tale complessità che debbo lasciare la parola a persona molto più autorevole e titolata di me il tentativo di accendere qualche luce: Stefano Capaccioli, dottore commercialista e revisore legale in Arezzo e autore dell’unica monografia giuridica sui Bitcoin. Il video, molto interessante, ha una durata di 22 minuti e, dopo i primi 7 minuti di argomentazioni generali sulle criptovalute, si può seguire la parte normativa.
Fonti
e-books:
– Blockchain di Mark Gates
– Professione Miner di Giorgio Ferrari
– Bitcoin-Italiano Glossario ragionato sul mondo bitcoin per i meno esperti di Davide Carboni
– Capire Blockchain di Lorenzo Foti

Letteratura varia e giornali online reperita sul web

Note
(nota1) –  Possiamo dare questa definizione di Blockchain: “E’ una rete di registri, contenuti su computer separati tra loro e collegati attraverso internet, dove non esiste un registro principale; nella rete vengono utilizzate delle procedure che trattano i dati con tecnologie crittografiche e di sicurezza al fine di avere un sistema che non fa errori, nel quale i dati non vengono presi o modificati in modo errato e, infine, dove nessuno può accedere alle informazioni per le quali non ha l’autorizzazione” (da “Capire Blockchain” – Lorenzo Foti)

(nota 2)  – Non è sbagliato immaginare Blokchain come un Internet parallelo all’esistente e di nuova generazione in cui ogni valuta ha un suo “spazio” elettronico separato, accessibile solamente a chi appartiene alla rete di quella valuta. La moderna crittografia con la quale è stato costruito, lo rende talmente sicuro da non permettere la modifica delle transazioni commerciali concluse, le quali, tra l’altro, possono essere “viste” da ogni computer appartenente a quella rete: una eventuale manomissione sarebbe subito segnalata. In aggiunta a ciò, avendo ogni Bitcoin un suo numero di serie immodificabile, non è possibile spenderlo due volte come normalmente viene fatto con le valute tradizionali le quali passano di mano in mano e, nonostante i sistemi sofisticati di stampa, possono essere falsificate. In una Blokchain non è possibile trovare lo stesso bitcoin duplicato con due numeri di serie diversi.

(nota 3)  – Un algoritmo è un procedimento che consente di ottenere un risultato eseguendo, in un determinato ordine, un insieme di passi semplici corrispondenti ad azioni scelte solitamente da un insieme finito. Il termine deriva dalla trascrizione latina del nome del matematico persiano al-Khwarizmi vissuto nel IX secolo D.C.
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“L’algoritmo è un concetto fondamentale dell’informatica, anzitutto perché è alla base della nozione teorica di calcolabilità: un problema è calcolabile quando è risolvibile mediante un algoritmo. Inoltre, l’algoritmo è un concetto cardine anche della fase di programmazione dello sviluppo di un software: preso un problema da automatizzare, la programmazione costituisce essenzialmente la traduzione o codifica di un algoritmo per tale problema in programma, scritto in un certo linguaggio, che può essere quindi effettivamente eseguito da un calcolatore rappresentandone la logica di elaborazione”. (Fonte Wikipedia)

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