Burundi – l’ombra del genocidio

Gruppo Corallo
(a cura di Eraldo Rollando)
4-04-2017

La Repubblica del Burundi è un piccolo paese al centro dell’Africa, senza sbocchi sul mare, con capitale Bujumbura. Con poco più di 10 milioni di abitanti, su una superficie di 27.000 kmq, ha la dimensione di una regione come la Lombardia (Lombardia: circa 10 milioni di abitanti e superficie di 23,863km²). Il territorio è in gran parte montuoso e collinare: un paesaggio gradevole, con colline e laghi che si susseguono e una temperatura media annuale di circa 18°. Il suo confine a sud-ovest è delimitato dal lago Tanganica. Circa l’85% degli abitanti è di religione cattolica.
Nel 1884 il Paese, allora unico territorio con il Ruanda, fu invaso dai tedeschi e annesso, assieme al Ruanda, al Protettorato dell’Africa Orientale Tedesca. Il Belgio, durante la prima guerra mondiale, invase a sua volta il Paese e ottenne dalla Società delle Nazioni (futuro ONU) il mandato di protettorato; il territorio prese il nome di Ruanda-Urundi.
Il Burundi ottenne l’indipendenza, come altri stati coloniali, nel 1962 staccandosi dal Ruanda. Il Paese era ed è abitato da 3 etnie prevalenti: tutsi (14%), hutu (detti anche bantu – 85%) e twa (chiamati anche pigmei – 1%). Dall’indipendenza a oggi le continue tensioni fra le due maggiori etnie, hutu e tutsi, hanno dato luogo a una successione di disordini e colpi di stato (almeno 5) con centinaia di migliaia di morti. Gli scontri, intervallati da brevi tregue, sono proseguiti, nonostante l’intervento di ONU e Organismi internazionali, per fermarsi definitivamente nel 2009. Per quarantacinque anni gli hutu hanno quasi sempre prevalso.
Dal 2005 è presidente Pierre Nkurunziza di etnia hutu.
In Italia si parla pochissimo di questo Stato, tuttavia dal 2015 a oggi ogni giorno le violenze sono quotidiane. La Federazione internazionale per i Diritti Umani (Fidh) ha accusato il governo di voler procedere a una pulizia etnica e alla completa eliminazione delle opposizioni, accusando le forze governative di volere portare il paese al genocidio. La stessa organizzazione attribuisce ai militari del Burundi l’uccisione di oltre mille persone dall’aprile al novembre 2016, notizie commentate da fonti governative come “ridicole”.
Le proteste delle forze di opposizione si basano, a loro dire, sul mancato rispetto degli accordi di pace, firmati dieci anni prima all’epoca della prima elezione di Pierre Nkurunziza, violando così il dettato costituzionale che prevede due mandati, accusando la maggioranza di avere trasformato, di fatto, la carica da elettiva a dittatoriale.
Nel luglio 2015, infatti, il presidente Nkurunziza è stato confermato per la terza volta alla presidenza della Repubblica e, da allora, migliaia di persone sono state uccise; più di 320.000 mila sono fuggite nei Paesi vicini: Rwanda, Uganda, Tanzania.
Il Paese versa da qualche tempo in condizioni economiche disastrose, abbandonato dai principali finanziatori internazionali, è sull’orlo della bancarotta; nel 2016 UE e Stati Uniti hanno ridotto i loro aiuti economici, determinando un calo del 35% nei conti per il budget dello Stato. Il caos economico e la situazione politica hanno dato luogo a sommosse, già iniziate nell’aprile 2015; ma nel mese successivo ebbe inizio una vera guerra civile non dichiarata. Questi fatti hanno spinto il Presidente alla repressione contro la sua stessa popolazione, avviandolo sulla strada di ciò che vari osservatori internazionali hanno definito un regime genocidario.

Nell’ottobre 2016, per sottrarsi al giudizio della Corte Penale Internazionale (CPI), il Presidente ha spinto il Parlamento, a votare l’uscita dal CPI. Il paese ha deciso, così, di non riconoscere più l’autorità della Corte internazionale dell’Aia, dopo che il tribunale ha aperto un’inchiesta preliminare sulle violazioni dei diritti umani.

Un pensiero su “Burundi – l’ombra del genocidio


  1. Seguendo articoli pubblicati nelle riviste missionarie mi risulta che la prevalenza degli hutu sull’altro gruppo etnico tutsi c’è sempre stata abbastanza pacificamente. Il tutto è cominciato quando, dopo l’indipendenza, alcune chiamamole forze straniere hanno sfruttato questo loro convivenza che c’era da tempo immemorabile ( tutte le nazioni prima di essere stabilite come tali dal mondo moderno sono vissute in tribù e per alcune popolazioni la tribù è ancora l’ordine che prevale sulla ” nazione ” ) naturalmente manovrando a loro interesse le differenze esistenti. Non dimentichiamo i cento giorni di genocidio successi anni fa, in cui il mondo è stato a guardare senza muovere un dito. Giorni in cui la ferocia dell’animo umano ha battuto qualsiasi orribile eccidio perpetrato in passato per poi abbandonare ad un assassino la piccola nazione, dopo aver sfruttato quello che interessava. Forse sarebbe più utile leggere qualche rivista di chi vive sul campo e spende veramente la vita per dei fratelli anzi che leggere giornali o servizi televisivi. Ora comunque il mondo non ne parla, neanche spendendo un mondo di parole per l’ultima valletta che è la compagna di qualche calciatore.

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