Clima e religioni

Gabriella Carlon
28-04-2020
Mentre continua il tempo sospeso del coronavirus, proviamo a pensare al dopo. Credo che ci ritroveremo con grandi difficoltà, a cominciare dalla recessione economica. Ma certamente un problema impellente sarà il cambiamento climatico.
Il cambiamento climatico in atto sollecita la riflessione non solo degli scienziati e del pensiero laico, ma anche dei rappresentanti delle diverse religioni che possono influire in modo decisivo sui comportamenti di vaste comunità. Il dibattito nella sfera pubblica si arricchisce così di discorsi caratterizzati da preoccupazioni etiche e da accesa spiritualità. Ma che relazione tra clima e religione?
Il cambiamento climatico induce la riflessione sul comportamento umano nei confronti delle risorse naturali, sul loro utilizzo e sfruttamento: il discorso quindi si allarga alle scelte relative al modello di sviluppo che l’umanità dovrebbe perseguire.
I media hanno giustamente dato spazio all’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, ma nel 2015, in concomitanza con la Conferenza di Parigi sul clima, anche i capi religiosi di altre religioni hanno espresso il loro punto di vista sulla questione.

Abbiamo già visto come in Laudato si’ (cliccare sul link) venga proposta una ecologia integrale capace di comprendere sia l’equilibrio dell’ambiente sia la giustizia nella distribuzione dei beni tra tutti gli esseri umani. Il rispetto del creato, comprensivo degli esseri umani, e il conseguente cambiamento del modello economico è la cifra fondamentale del documento.

Nel mondo ortodosso Bartolomeo I, arcivescovo di Costantinopoli e patriarca ecumenico, porta l’appellativo di green patriarch. Fin dal 1980 è impegnato in una assidua pastorale per il rispetto dell’ambiente e per uno stile di vita ascetico che permetta di vedere tutte le cose in Dio e Dio in tutte le cose. Ricorda che l’ascesi è caratteristica della spiritualità ortodossa, perché libera dall’avidità e dallo spreco. Sostiene che dobbiamo elaborare un nuovo concetto di peccato: peccato non è solo qualcosa che una persona fa ad altre persone, come abbiamo sempre pensato. Peccato è distruggere la biodiversità, contribuire al cambiamento climatico spogliando la terra delle sue foreste e contaminando le acque, la terra e l’aria. Infine ammonisce che vi è ora un kairos, un momento decisivo per il nostro rapporto con la creazione di Dio: che Dio ci conceda la saggezza di agire in tempo per proteggere la vita sulla terra dalle conseguenze della follia umana.

Gli islamici hanno organizzato un Convegno (Istambul 17-18 agosto 2015) con 60 rappresentanti religiosi e politici provenienti da 20 paesi musulmani. Il Convegno si è concluso con una Dichiarazione islamica sul cambiamento climatico. In essa si sottolinea che il cambiamento climatico è causato prevalentemente dall’uomo che, anziché essere il custode del pianeta, è diventato la causa fondamentale della sua devastazione. “Noi affermiamo che Dio ha creato la terra in perfetto equilibrio; nella sua immensa misericordia ci ha dato terreni fertili, aria fresca, acqua pulita… un clima in cui gli esseri viventi, compreso l’uomo, possono prosperare. L’attuale catastrofe del cambiamento climatico è il risultato della perturbazione umana di questo equilibrio”.
Si auspica perciò che le nazioni benestanti e gli stati produttori di petrolio inizino a eliminare gradualmente le emissioni di gas serra, smettano di trarre dall’ambiente un profitto immorale e investano nella creazione di un’economia verde.

Nella Lettera rabbinica sulla crisi del clima dell’ottobre 2015, 425 rabbini statunitensi hanno preso posizione sul nostro modo di vivere, sottolineando che nel corso della storia ci si è impegnati a sovrasfruttare la terra, preoccupati solo di produrre ricchezza per cercare di mitigare le ingiustizie sociali. Nel testo ricordano che nella Bibbia è previsto l’anno sabbatico, cioè il riposo della terra ogni sette anni per ristabilire un sano rapporto tra l’uomo e l’ambiente. E si ammonisce che, qualora dai figli d’Israele non venga rispettato l’anno sabbatico, essi patiranno l’esilio perché la terra riposerà comunque e “ tramite siccità e carestie li ridurrà a una torma di transfughi”. Questo monito, che oggi coinvolge l’intera specie umana, si traduce in siccità, scioglimento dei ghiacci, tifoni, sollevamento dei mari, ondate di calore e diffusione di insetti mortiferi: tutti disastri che andranno a colpire i più poveri del mondo.
Il Documento auspica un nuovo senso di giustizia eco-sociale: giustizia nella distribuzione dei beni e risanamento del pianeta sono le priorità.

A tale proposito negli anni ’70 dello scorso secolo si era avanzata l’ipotesi che lo sfruttamento del pianeta e la conseguente crisi ambientale derivassero dalla concezione antropocentrica propria della cultura biblica, che attribuisce all’uomo la signoria sul creato. Attualmente le religioni del Libro sono evidentemente orientate verso una concezione francescana del rapporto essere umano-natura, dove regni un sano equilibrio tra tutti gli esseri del creato in uno spirito di fratellanza.

Ma non sono solo le religioni del Libro a riflettere sul cambiamento climatico: anche le religioni orientali esortano i loro fedeli a cambiare stile di vita, esprimendo una posizione critica sull’attuale crisi climatica.

La Dichiarazione induista sul cambiamento climatico (23/11/2015) si apre con una citazione da Atharva Veda: “La terra è mia madre e io sono il suo bambino”. La Dichiarazione è dominata da un invito pressante a cambiare noi stessi, senza aspettare che gli altri cambino. Cambiare come? L’obiettivo è fare in modo che tutti gli esseri possano vivere bene, perché il divino esiste in ogni essere (animali e piante compresi) e noi abbiamo il dovere di rispettarlo. Il cambiamento climatico genera violenza e sofferenza, causate dal comportamento umano: dal modo in cui sfruttiamo l’energia e le risorse della terra e dal modo in cui trattiamo gli animali. Diventa dunque necessario cambiare le nostre abitudini e il nostro stile di vita. Condizione preliminare per poter vivere bene è riuscire a convivere con tutti gli esseri nel rispetto e nell’equilibrio, eliminando l’attuale rapporto di sopraffazione e sfruttamento. Un’azione che possiamo compiere singolarmente è praticare una dieta vegetariana che, eliminando la CO2 proveniente dagli allevamenti intensivi, aiuterebbe a mantenere l’ordine cosmico e il fiorire della vita.
La Dichiarazione buddista sul cambiamento climatico (23/5/2015) sottolinea il legame tra interiorità ed esteriorità: l’equilibrio interiore si raggiunge soltanto se anche la natura e la società sono in armonia. Nel documento si ricorda che le azioni che distruggono l’ambiente sono contrarie al buddismo perché tutti gli esseri, anche vegetali, costituiscono un’unica famiglia. Infatti “Quando la terra si ammala, noi ci ammaliamo perché noi siamo parte di essa”. Il presente modello economico viene definito insostenibile. Le pratiche individuali, come ridurre il consumo di carne, moderare il riscaldamento, evitare lo spreco, sono buona cosa ma non bastano: ci vuole un’azione politica degli stati che orienti alle energie rinnovabili, all’austerità contro il consumismo, a non inseguire il modello della crescita come unico valore. E’ urgente ridurre il livello di anidride carbonica che, come raccomanda anche il Dalai Lama, non deve superare 350 ppm. Solo un nuovo senso di giustizia eco-sociale permetterà agli esseri umani di raggiungere la serenità.

Sia pure con accenti diversi, ma in sintonia con gli scienziati, tutte le Dichiarazioni attribuiscono all’attività umana la causa del cambiamento climatico e legano il problema del clima al presente modello di vita e di economia. Questa nuova concezione culturale, elaborata dalle élite religiose, potrebbe avere un impatto non trascurabile sull’opinione pubblica mondiale, considerato l’enorme numero di fedeli che esse possono influenzare. Non guasterebbe una maggior diffusione da parte dei media del corale intervento a favore del cambiamento del modello economico a partire dall’urgenza del problema del clima. Gli aspetti comuni e trasversali potrebbero costituire una significativa base di partenza per edificare un’etica ampiamente condivisa a livello mondiale.
Purtroppo, invece, se ne è parlato pochissimo, tanto che è risultato difficile perfino trovarne i riferimenti in internet. L’ultima notizia reperita riguarda una Dichiarazione interreligiosa elaborata nel 2019 in occasione di COP 25, che segue un altro analogo Documento presentato in occasione della firma del Trattato di Parigi nel 2016. In questi testi si ribadisce l’urgenza di intervenire sia per arrestare i danni del cambiamento climatico, sia per riparare le enormi ingiustizie sociali esistenti nel pianeta. È auspicabile che si proceda su questa strada, in modo che le religioni contribuiscano a creare le condizioni per un reale “cambio di rotta”.

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Dichiarazioni (cliccare sui documenti)
Documenti Patriarcato ecumenico ortodosso
Dichiarazione islamica
Lettera rabbinica
Sintesi di B. Segre della Lettera rabbinica, in italiano
Dichiarazione induista
Dichiarazione Buddista
Dichiarazione interreligiosa sul cambiamento climatico Cop 21 Parigi 2016
Dichiarazione interreligiosa sul cambiamento climatico Cop 25 Madrid 2019

Un pensiero su “Clima e religioni


  1. Come ben sottolineato nell’articolo è importante che i rappresentanti delle diverse religioni, pur nelle differenze, abbiano preso posizione sul cambiamento climatico, sulle responsabilità personali di uomini e donne e sulla necessità di trovare nuovi modelli di sviluppo che tengano in maggior conto le conseguenze dell’attivita umana sulla natura e la necessità di maggiore equità, collegando tra loro i due aspetti. Riflettendo su questi documenti mi vengono spontanee due considerazioni:
    – è molto positivo che le religoni più diffuse diventino promotrici di un forte impegno ambientale che necessita di un cambiamento profondo nei nostri atteggiamenti e nella struttura sociale ed economica: ma ciò mette in luce ancora di più le carenze degli stati e delle organizzazioni internazionali che non riescono e/o non vogliono un vero cambio di direzione;
    – in questo contesto è naturale che la concezione della natura che emerge sia profondamente religiosa, presentandola nella sua armonia e quasi come madre che pensa amorevolmente a noi: mi sembra non essere questa una concezione laica della natura, così come la sperimentiamo nella realtà e la studiamo attraverso l’evoluzione, dove tutto avviene senza una finalità, spesso a scapito degli esseri umani e comunque in maniera imperfetta e casuale.

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