Colf e badanti, oltre la metà lavora in nero. E non solo in Italia.

Adriana F.
12-12-2018
Riservate o estroverse, giovani o un po’ avanti con l’età, native dell’Europa dell’est o provenienti dal Sud America o da isole lontane, le assistenti familiari straniere, siano esse colf o badanti, rappresentano un folto drappello della più grande categoria dei migranti “economici”. Ma non tutte sono assunte regolarmente. Secondo una ricerca di Domina (Associazione nazionale famiglie datori di lavoro domestico), i lavoratori del settore regolarmente registrati presso l’INPS sono 864.526 (per oltre il 90% donne) e generano una spesa annua complessiva delle famiglie di 7 miliardi di euro (dato 2017), di cui 5,6 miliardi per le retribuzioni, 953 milioni per i contributi previdenziali e 417 milioni per il trattamento di fine rapporto. Ma si stima che le persone effettivamente occupate nelle case degli italiani si aggirino attorno ai 2 milioni, di cui oltre 1,1 milioni non in regola. E in futuro aumenteranno ancora, perché l’Italia è uno dei paesi più anziani al mondo e da qui al 2050 i cittadini con più di 75 anni passeranno da 7 a 12 milioni (+74%), con conseguente incremento del bisogno di assistenti familiari, con o senza contratto o permesso di soggiorno.
Tuttavia questo genere di irregolarità è passata quasi inosservata, perché la presenza di lavoratori e lavoratrici immigrati nelle nostre abitazioni è ormai diventata irrinunciabile. Lo sa bene chi deve gestire situazioni familiari particolarmente gravose, come un orario di lavoro stressante che impedisce di curare la casa e i figli, o la presenza di un parente ammalato o con problemi di deambulazione, oppure di un anziano non più autosufficiente. In tutti questi casi, la possibilità di ricorrere a un’assistente domestica o a una badante rappresenta una vera ancora di salvataggio, facilmente percorribile e a portata del bilancio familiare, trattandosi di un’opzione modulabile in base alle necessità, di costo abbastanza contenuto e molto rassicurante per chi non può adempiere altrimenti al lavoro di cura. Il che induce facilmente a chiudere un occhio sulla questione del permesso di soggiorno o sulla regolarità dell’assunzione.
In tale forma di “distrazione” verso le leggi del lavoro, comunque, gli italiani sono in buona compagnia, visto che lo stesso accade nel resto d’Europa. Una recente conferma viene dal rapporto presentato in maggio a Roma, in un convegno promosso dal Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE) in occasione della giornata internazionale del lavoro domestico. In base al rapporto, nei paesi dell’Unione il settore conta circa 8 milioni di lavoratori, pari al 4% della forza lavoro totale, con un’incidenza delle donne attorno al 91%. I numeri di colf e badanti risultano particolarmente alti non solo in Italia, ma anche in Spagna (un milione e 200 mila), in Francia (un milione e 400 mila) e nel Regno Unito (un milione e 800 mila). Un’altra ricerca, presentata dal governo francese, ha analizzato gli ultimi dati consolidati, risalenti al 2010 (!), e ha confermato che una parte notevole di questi lavoratori opera in nero.
Certamente, però, non è solo colpa dei datori di lavoro se sono così numerose le prestazioni irregolari: gli stessi lavoratori sono spesso d’accordo con chi li assume senza seguire le norme perché trovano conveniente guadagnare denaro in contanti e non tassabile. E la stessa autorità statale, tutto sommato, non ha interesse a perseguire più alacremente questa tipologia di sommerso, perché l’emersione massiccia dei casi irregolari metterebbe in evidenza l’insufficienza o il malfunzionamento delle risorse assistenziali del paese. Infatti, se le famiglie non contribuissero di tasca propria all’assistenza degli anziani, lo stato dovrebbe farsi carico di notevoli esborsi: considerando il costo medio delle strutture residenziali (circa 19mila euro pro-capite all’anno) e il numero degli anziani oggi assistiti da una badante (oltre 800mila), si stima che il bilancio italiano sarebbe gravato di circa 15 miliardi di euro in più, e tale cifra sarebbe molto più cospicua se si aggiungessero al calcolo le spese per gli anziani accuditi da assistenti stranieri senza un contratto regolare.

Nonostante l’aspetto di convenienza per i diversi soggetti in causa, sarebbe doveroso affrontare più consapevolmente il problema e trovare una soluzione efficace per garantire alle assistenti familiari il rispetto dei diritti riconosciuti dalla legge a tutti i lavoratori. Il discorso ha una validità universale innegabile, ma risulta particolarmente urgente rispetto a chi ha un rapporto di lavoro in convivenza con la persona da accudire. Tale rapporto, come ha sottolineato Luciana Mastrocola della Filcams CGIL, presenta per le lavoratrici una serie di criticità, prima tra tutte la difficoltà di conciliare i tempi di vita e di lavoro. Infatti, le lavoratrici immigrate vivono situazioni di grande solitudine, lontane dai propri affetti, e hanno difficoltà linguistiche e di inserimento nei contesti sociali. Oltre a ciò soprattutto manca il riconoscimento sociale del loro lavoro.

Per l’intera categoria una buona occasione di cambiamento si è presentata nel 2013, quando l’Italia ha ratificato la convenzione n. 189 sul lavoro dignitoso per le lavoratrici e i lavoratori domestici, promulgata nel 2011 dall’Organizzazione internazionale del lavoro. Nello stesso anno è stato messo a punto un contratto collettivo per il lavoro domestico, sottoscritto dai sindacati e dalle associazioni di datori di lavoro. Ma le speranze sono state deluse perché la situazione è rimasta immutata.
Che fare, allora? L’idea di moltiplicare i controlli sull’effettivo utilizzo di colf e badanti sembra oggettivamente impraticabile, in quanto le verifiche all’interno delle abitazioni private possono essere autorizzate solo in seguito a una denuncia da parte dei soggetti danneggiati. Il che accade molto raramente. Inoltre, un’operazione di questo genere richiederebbe un sensibile aumento del personale addetto agli accertamenti, già molto impegnato nel perseguire altre realtà che incidono assai più pesantemente sui conti dello stato.
Per gli osservatori del settore sarebbe anche poco efficace una sanatoria, provvedimento già attuato nel 2009 e 2012 per regolarizzare i collaboratori domestici in nero. In entrambe le occasioni il numero dei lavoratori messi in regola era improvvisamente aumentato, ma negli anni seguenti era tornato a diminuire. E probabilmente una nuova sanatoria avrebbe una sorte analoga.
Molto più interessante, tra le proposte esaminate, sembra quella avanzata da Assindatcolf (Associazione nazionale dei datori di lavoro domestico) e condivisa da alcuni sindacati, che chiede di introdurre la piena deducibilità del costo del lavoro domestico (e non solo dei contributi). Tale misura, secondo le stime dell’associazione, costerebbe alle casse dello Stato circa 675 milioni di euro annui. La cifra, però, si ridurrebbe a soli 72 milioni di euro considerando i suoi effetti positivi diretti e indiretti, ossia l’emersione di circa 340mila occupati irregolari, un aumento dell’occupazione e un incremento del gettito Iva generato dai consumi delle famiglie.

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