Come abbiamo fatto a finire così

Laura Mazza
5 Marzo 2019
Questo titolo pone una domanda davvero importante anche se potrebbe apparire retorica. Come è successo che dopo un periodo di lotte e di esperienze culturali che hanno accresciuto la consapevolezza e la cultura di molte persone, oggi ci troviamo persi in un universo dove non si riesce a trovare la voce del dissenso e la capacità di cambiare.
Ricordare quello che fu il 1968/69 ci porta a pensare che la propensione della società di quell’epoca era orientata verso una sorta di uscita dalle gabbie di classi sociali predefinite che non autorizzavano le classi meno abbienti ad aspirare a un miglioramento della propria condizione.
Chi non ricorda, anche se troppo giovane, che l’Università era un ambiente dal quale si pretendeva cultura senza mai dare nulla per scontato; e che gli studenti e gli operai condividevano gli argomenti che dovevano portare verso uno sviluppo complessivo della società.
Il lavoro nelle fabbriche doveva tenere in considerazione che il valore delle capacità e delle abilità degli operai erano la chiave di volta del futuro; che la salute in fabbrica era fondamentale; che la remunerazione doveva essere equa; gli operai, che per la propria provenienza di classe non avevano potuto studiare, potevano seguire i corsi delle 150 ore per raggiungere la licenza media.
Eravamo internazionalisti. Eravamo informati su quello che succedeva nel mondo anche se non c’erano forse molti soldi per viaggiare e non c’era nemmeno Google.
Il Sindacato era un elemento della società estremamente importante, tanto da diventare, addirittura per tutti coloro che partecipavano o che dirigevano piccole situazioni lavorative, un’esperienza personale di crescita e di cultura.
E’ anche vero che quella parte della popolazione che non era d’accordo con questa visione sociale sosteneva i poteri forti che hanno dispiegato la loro potenza distruttiva con stragi e congreghe clandestine come la P2, ma le persone capivano e sapevano leggere in modo politico quegli eventi. Arrivarono le Brigate Rosse che leggevano la lotta di classe con un filtro troppo radicale e per niente democratico, e infatti tutti quegli attentati, quelle uccisioni gratuite, portarono ad accettare senza opposizioni importanti che lo Stato usasse la mano forte.
Ma anche questo non è stato sufficiente a portare la società all’attuale livello di abbruttimento.
Appena conclusa l’epoca delle lotte sindacali, il lavoro fu svalorizzato, fu aperta una nuova epoca delocalizzando le fabbriche, e dove c’era il lavoro si sono lentamente eliminate le tutele dei lavoratori, si è svuotato il lavoro del Sindacato togliendo poco a poco i contratti di categoria, lasciando soli i lavoratori a gestire la propria individuale posizione con il datore di lavoro, lavoro che è diventato sempre di più terziario e svuotato del contenuto di competenze a fronte di una spinta di parcellizzazione dei procedimenti che si è anche riflessa negli insegnamenti universitari.
E’ successo tra la fine degli anni ‘80 e ‘90 del Novecento. I motivi furono molti: la fine della guerra fredda con la caduta del muro di Berlino, la globalizzazione che ha avuto l’effetto di abbassare sempre di più i livelli di occupazione e di sicurezza economica, il liberismo che ha introdotto l’accumulo di capitali altamente remunerativi perché impiegati nella finanza internazionale, e una sinistra che nel suo complesso ha perduto una visione del mondo solidale tanto da dimenticare il suo linguaggio che arrivava nel cuore e parlava di speranza che si potesse un giorno vivere in una società più giusta. Ma non è successo. Succede invece che molti dei nostri figli se ne vanno all’estero perché non c’è lavoro, e anche quando lavorano hanno stipendi che non consentono una vita di serena.
Ed è propria di questa epoca la nascita di nuovi movimenti in contrapposizione ai partiti. La gente è scontenta, non solo da noi in Italia. La democrazia rappresentativa non è in grado di assolvere la sua funzione forse perché la richiesta della popolazione di vedere risolti i problemi di diseguaglianza e di accesso a livelli dignitosi di vita (scuola, casa, sanità, lavoro, riconoscimento dei diritti civili, integrazione) confliggono con gli interessi dei partiti che si trovano a governare, perché la politica è diventata una mera gestione per il mantenimento del potere. Penso infatti che la politica deve essere una professione, perché come ogni professione richiede competenza e serietà, ma non deve diventare attaccamento alla poltrona.
Piano piano siamo pervenuti a una democrazia diretta, dove ognuno si ritiene depositario di profonde ed ineccepibili filosofie politiche che però finiscono in un groviglio di idee che nessuno è in grado di gestire.
Ma non è così che si può continuare, i parlamentari stanno letteralmente avvinghiati al loro “lavoro” e tradiscono costantemente la Costituzione che è la base di ogni legge e di ogni comportamento democratico. La questione del sequestro delle navi e dei migranti salvati da morte certa è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno di coloro che ha votato recentemente in Parlamento, sul sequestro di persone che hanno il diritto di migrare vista la rapina costante perpetrata all’Africa nel suo complesso, prova alcun tipo di vergogna per avere violato alcuni principi fondamentali che proprio la nostra Costituzione sostiene all’art. 35 ultimo comma dove è sancito il diritto di emigrare. Ovviamente vale solo per gli italiani.
I partiti che sono organi della società hanno il dovere assoluto di portare nella cittadinanza la capacità di ragionare e di discutere su cosa sia giusto fare, ultimamente invece non si lavora con chiarezza sui molti temi già citati che determinano la vita di una società ma addirittura si crea un costante clima di odio e di paura che impedisce di chiedere giustizia per i fatti gravissimi di cui siamo stati inermi testimoni nostro malgrado. L’odio e la paura sono portatori di malessere e di scontentezza ed è molto difficile uscirne. Che sia studiato ad arte da chi applica la democrazia diretta in nome del popolo?

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