Cosa succederà adesso ai migranti?

Laura Mazza
13 aprile 2018
Adesso, dopo le elezioni del 4 marzo, con l’eventuale futuro governo Lega-5Stelle possiamo essere sicuri che non ci sarà nessun ravvedimento circa l’accordo dell’ex ministro Minniti con la Libia.
I respingimenti regnano sovrani in tutta l’Europa, e questa umanità in movimento difficilmente troverà una soluzione rispettosa delle storie di cui ogni migrante è portatore.
Quotidianamente ascoltiamo storie terribili di persone respinte, annegate, di stupri e torture nei centri di detenzione in Libia, ma a noi cittadini è lasciata soltanto la possibilità di aderire ai proclami contro i migranti oppure accettare in nome di un atteggiamento compassionevole la presenza a volte un po’ invadente di persone che chiedono l’elemosina o che ciondolano per le strade a vendere inutili oggetti, senza né arte né parte.
Noi italiani siamo stati a nostra volta migranti. Abbiamo avuto diversi tipi di migrazioni da dopo l’Unità d’Italia, da quelle dettate dalla povertà assoluta, a quelle politiche particolarmente dirette verso gli anarchici; poi una emigrazione importante fin dal 1946 sotto il governo De Gasperi di lavoratori italiani verso il Belgio e la Svizzera. Gli accordi tra l’Italia e il Belgio per le miniere di carbone (ricordiamo Marcinelle) prevedevano circa duemila minatori a settimana in cambio di una fornitura di carbone per l’Italia.
I migranti italiani partivano per l’America per costruire strade e ferrovie, o partivano per l’Australia e il Brasile o la California per lavorare la terra. Alcuni di loro non tornavano, salvo coloro che rientravano in vecchiaia per ricongiungersi con le famiglie, ma in entrambi i casi garantivano rimesse di denaro molto utili per le famiglie rimaste in Italia. Nel 1955 l’Italia firmò contratti anche con la Francia e la Germania considerate mete temporanee per guadagnare cifre che avrebbero consentito una vita migliore al rientro, che avvenne in modo rilevante intorno al 1970.
Si trattava in ogni caso di forza lavoro esportata, sostanzialmente basata su contratti bilaterali tra Stati e/o privati che garantivano contratti per un certo numero di anni e, come si sa, anche i nostri migranti erano normalmente accettati con scarso entusiasmo e solo per necessità.
Questa però non è la storia che si ripete perché le cose sono molto cambiate.
La crisi del 2008 in Europa è intervenuta su scelte economiche connotate da una globalizzazione verso aree in cui le tasse da pagare o non esistono o sono molto modeste, così come lo sono i controlli sull’ambiente per lavorazioni nocive, e dove i salari costano pochissimo.
Questo tipo di globalizzazione non ha soltanto messo in contatto persone e Paesi molto diversi, ha anche esportato modalità di lavoro molto simili all’epoca coloniale.
I grandi capitali, le multinazionali, le grandi imprese si sono trasferite lasciando in difficoltà le piccole e medie imprese che non hanno più potuto competere con la potenza economica di chi investe poco e riceve moltissimo in termini di lavoro scarsamente retribuito in luoghi dove la povertà estrema porta ad accettare qualunque contratto. Inoltre, i proventi vengono investiti poco nelle innovazioni e molto in operazioni finanziarie, aggirando in parecchi modi una tassazione che dovrebbe garantire un’equa redistribuzione della ricchezza in favore dei più disagiati, come prescrive il codice della Democrazia moderna.
L’economia governata solo dalle sue regole che non entrano in relazione con un progetto politico non considera gli effetti contrari. E questo vale non solo per l’Italia, vale anche per l’Europa che è fondamentalmente un’unione monetaria senza progetti.
Le migrazioni di massa sono il frutto del confronto tra la ricchezza e l’estrema povertà, tra le situazioni di guerra e i disastri ambientali. Questi migranti sono sgraditi perché mettono in luce tutte le criticità dell’Europa in tema di lavoro e accoglienza, e perché con la loro presenza sfidano una pretesa identità etnica e una omogeneità culturale dei vari Paesi europei che nei fatti non esiste.
E’ necessario un progetto politico per l’accoglienza e un progetto complessivo per il lavoro che finalmente chiuda il lungo periodo della precarietà con salari al ribasso.
Sarebbe un beneficio per tutti.
Il lavoro scarseggia, le innovazioni anche, e, quando ci sono, servono a ridurre la forza lavoro in molti settori attraverso la robotizzazione.
Cosa fare? Bisogna sistemare la questione fiscale non solo in Italia ma anche nell’Europa dove esistono parecchi “paradisi fiscali”. Bisogna considerare i lavoratori non come una merce in scadenza; bisogna riorganizzare l’agricoltura che, se non è gestita dalle multinazionali agro-alimentari, non può sopravvivere senza il lavoro nero gestito da congreghe poco chiare per raccogliere frutta e verdura e perfino l’uva per i nostri pregiatissimi vini.
L’accoglienza dei richiedenti asilo, o di chi vorrebbe raggiungere familiari, o chi semplicemente è in cerca di fortuna, allo stato attuale è piena di difficoltà. E’ assolutamente necessario dotarsi di progetti di accoglienza perché le migrazioni non si possono fermare. Al migrante spettano emarginazione e lavori precari, sottopagati, pericolosi.
I salari bassi e le tutele ridotte destinati ai migranti diventano la modalità di offerta di lavoro per tutti.
Bisogna dare delle regole nuove per il lavoro sia dei nativi sia dei migranti, perché le regole sono alla base di una sana convivenza civile.
Ecco il motivo della domanda iniziale, cosa succederà?
Con i vincitori delle elezioni non è facile pensare che si occuperanno delle migrazioni e tanto meno del lavoro in tutte le sue forme, salvo qualche proclama ad effetto. Tutti noi sappiamo che solo normalizzando le situazioni fuori controllo come quella dei migranti si è a metà dell’opera per restituire ai cittadini tutti la dignità che è stata sottratta da una lettura della società che punta ad aumentare il divario tra chi può gestire e chi deve essere gestito.

Superare la “Bossi-Fini”: la proposta di legge di iniziativa popolare della campagna di “Ero straniero. L’umanità che fa bene” (qui il link)

Un pensiero su “Cosa succederà adesso ai migranti?


  1. Grazie Laura per il tuo articolo molto ben documentato.
    Quello dei migranti e’ un problema molto grande. Coinvolge le nostre politiche economiche, di aiuto ai Paesi terzi, i problemi di coesistenza
    e di sicurezza degli individui, finanche le pratiche di controllo delle nascite.
    Io penso ci siano due tipi di migranti: quelli economici e quelli che fuggono
    da guerre e persecuzioni. A questi ultimi dovrebbero essere aperte le porte
    in nome di una solidarieta’ umana in cambio di una volonta’ di integrazione costruttiva nel nuovo Paese.
    Ai migranti economici un permesso molto selettivo in funzione delle loro capacita’ di migliorare e integrare le loro conoscenze con quelle del Paese
    dove chiedono di essere ospitati. E’ da tener presente che la loro migrazione depaupera il Paese che lasciano.

    Non credo ci siano soluzioni facili al problema. Vediamo le conseguenze
    delle politiche coloniali, delle pratiche religiose, delle strutture e abitudini tribali che difficilmente si integrano. Vedi come le intolleranze ed i desideri
    smodati di potere e denaro alimentano la guerra tra fazioni religiose che si combattono quasi senza sosta da 1400 anni in Medio Oriente e sono stati
    causa di guerre anche in Europa per almeno 130 anni.
    Solo la pazienza e la tolleranza reciproca possono rendere possibile la convivenza umana. La parabola del buon samaritano da’ la regola principale: lo stato deve provvedere alla struttura di base, ma gli individui
    singoli devono partecipare attivamente alla solidarieta’ nella societa’.

    Gianni Della Torre.

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