Dare un nome ai naufraghi del Mediterraneo

Adriana F.
10-01-2019
Le vittime delle imbarcazioni cariche di migranti che cercano di raggiungere le nostre coste rappresentano una delle più grandi tragedie dei nostri tempi. I numeri e le immagini trasmessi dai media suscitano spesso stupore e apprensione, ma non reazioni veramente indignate, come accade in caso di disastri aerei o di concittadini scomparsi. Forse perché di quegli stranieri, provenienti da chissà dove, non sappiamo nulla: le loro identità sono andate disperse in mare, insieme a molti degli oggetti personali che portavano con sé in quel cammino senza ritorno. Di loro non resta che un generico ricordo, quasi si trattasse di morti di “serie B”.
La sottovalutazione di un dramma epocale di tali dimensioni ha turbato Cristina Cattaneo, docente di medicina legale dell’università degli Studi di Milano e responsabile di LABANOF, Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dello stesso ateneo, che ha deciso di far conoscere il suo lavoro di identificazione dei morti in mare, considerando profondamente ingiusto lasciare nell’anonimato le vittime e nell’incertezza le famiglie, che perciò non possono elaborare il lutto, indispensabile per preservare la loro salute mentale.
Il suo libro, “Naufraghi senza volto – Dare un nome alle vittime del Mediterraneo“, edito da Raffaello Cortina, permette al lettore di seguire da vicino le operazioni svolte dall’autrice assieme ad altri specialisti di medicina legale provenienti da varie università italiane, sotto la supervisione dell’Ufficio del Commissario Straordinario per le persone scomparse (istituito dalla Legge n. 203/2012 e unico del genere in Europa).
Due gli scenari di riferimento: uno relativo ai naufragi del 3 e dell’11 ottobre 2013 al largo di Lampedusa (con 366 morti); l’altro riguardante la più grande tragedia umanitaria avvenuta nel Mediterraneo: un migliaio di migranti annegati per l’affondamento di un barcone nel Canale di Sicilia il 18 aprile 2015, recuperato a 370 m di profondità e sistemato sul pontile della Marina Militare di Melilli (Siracusa).
Nel libro l’autrice descrive i passaggi obbligati e le sinergie necessarie per risalire all’identità delle vittime, a partire dalle operazioni preliminari del recupero dei morti. I primi contributi rilevanti, infatti, sono quelli forniti dalla Marina militare e dai Vigili del Fuoco. Questi ultimi in particolare, spesso giovanissimi, hanno mostrato grande disponibilità perfino nelle situazioni più difficili, come quelle in cui hanno dovuto recuperare centinaia di corpi rimasti chiusi in una stiva per oltre un anno, e quindi in stato di avanzata decomposizione.
Riguardo all’attività primaria dei medici legali, si scopre in queste pagine che la ricerca del DNA è importante ma non basta per avere risposte certe, nemmeno quando si trova sufficiente materiale organico su cui lavorare. Spesso, infatti, il risultato ottenuto non può avere conferme perché non si conoscono parenti con cui confrontare il DNA delle vittime. Analogo il discorso per le radiografie dei denti, in genere difficili da reperire. Diventa perciò necessario ricorrere a strumenti e percorsi alternativi, impegnando tutta l’abilità investigativa degli addetti ai lavori.
Indicazioni interessanti provengono a volte dagli oggetti rinvenuti vicino o addosso ai morti: in uno zainetto o nelle tasche, nei portafogli o nelle cuciture degli abiti. Si scoprono così piccole tracce della provenienza e dell’identità di quei poveri resti umani, che aiutano la ricerca dei familiari da contattare per il riconoscimento. «Ogni morto – ha dichiarato l’autrice in un’intervista – porta con sé la propria storia, cose semplici che sono un simbolico della sua soggettività e mostrano la sua vita, la sua storia, gli ultimi gesti prima di partire o morire. Li trovi e vedi che sono uguali ai nostri. Nel portafogli di un ragazzo del Gambia abbiamo trovato un passaporto, la tessera di una biblioteca locale, la carta dello studente e un certificato di donatore di sangue. Cucita dentro la giacca di un adolescente del Mali c’era una pagella in francese e chissà con quali aspettative l’aveva portata con sé. Ma ciò che mi ha colpito di più è stato un fagottino ricavato da una maglietta all’altezza dell’ombelico. L’aveva addosso un ragazzo eritreo di circa 20 anni e conteneva terra. Aveva portato con sé, come fanno molti suoi connazionali, un po’ di terra del suo paese». (Il Manifesto, 4/12/2018)
Una grande risorsa è talvolta la moderna tecnologia, perché anche i giovani migranti, le loro famiglie e i loro amici usano gli smartphone, comunicano tra loro attraverso i social e quasi tutti hanno un profilo Facebook. Scandagliare il web permette quindi di individuare chi sta cercando un parente o un amico. E grazie alle fotografie pubblicate si possono confrontare i segni particolari rilevati sui corpi dei morti, come un neo, una cicatrice o un tatuaggio.
Però, anche quando si arriva a conoscere il nome e il paese d’origine delle vittime, non sempre si riesce a contattare i parenti. In qualche caso perché sono anche loro in viaggio, e magari in luoghi diversi da quelli prescelti, in seguito alle restrizioni degli ingressi adottate da alcuni paesi europei. In altri casi, invece, bisogna procedere con riservatezza e cautela perché, negli stati più problematici, cercare i parenti di chi è fuggito da persecuzioni o massacri potrebbe causare serie ritorsioni nei confronti di chi è rimasto in patria.
Tuttavia qualcosa si può fare, come ha dimostrato la ricerca condotta per i morti di Lampedusa del 2013. In quel caso, metà dei 366 morti sono stati identificati quasi subito, mentre per gli altri corpi settanta parenti sono arrivati da tutta Europa e hanno potuto identificare le persone che stavano cercando.
Molto più complesso è risultato il lavoro svolto sui resti del barcone di Melilli, dal quale sono stati estratti oltre 500 morti accertati, che sono stati classificati e sepolti con un numero di riconoscimento in Sicilia. Ma secondo l’autrice ci vorrà parecchio tempo prima di sapere esattamente quante persone abbiano perso la vita in quel disastro, visto che sono state recuperate altre venticinquemila ossa sparse, che il Laboratorio Labanof dovrà esaminare per capire quanti altri individui sono morti oltre a quelli già classificati.
Il timore di Cristina Cattaneo è che fra cinquant’anni nessuno abbia più memoria di chi muore oggi nei nostri mari. Per questo si augura che il barcone di Melilli diventi un simbolo della tragedia dei migranti e faccia capire ai ragazzi di domani cosa significhi imbarcarsi e morire in un naufragio mentre si fugge da guerre, persecuzioni, torture e fame. A suo parere, andrebbe conservato in un museo o presentato al pubblico attraverso mostre itineranti, come grande lezione di educazione civica. Un parere condivisibile da chiunque provi “compassione” (nel significato etimologico della parola, che indica partecipazione alle sofferenze altrui) per le vittime di tutte le tragedie umanitarie dei nostri giorni.

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