Economia civile

Gabriella Carlon
22-05-2019
Nel panorama delle proposte per il superamento del modello neo-liberale, un posto interessante è rappresentato dal filone dell’economia civile. L’economia civile contesta il fatto che il fine principale dell’impresa sia il profitto, come attualmente si sostiene, per dare corpo a una teoria che vede nell’impresa un organismo con responsabilità sociale. Chi mira esclusivamente al profitto è uno speculatore, mentre l’imprenditore ha in mente un progetto che coinvolga un triangolo sociale costituito da enti pubblici, imprese, società civile organizzata; il fine è garantire diritti universali e soddisfare bisogni mediante l’utilizzo di risorse prelevate dal pubblico e dal privato. I tre vertici del triangolo si collocano su un piano di sovranità condivisa e concorrono a realizzare la Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI).
Intorno alla RSI si è aperto un interessante dibattito: la tradizione liberale sostiene che fine dell’impresa è il profitto, ma, essendo il mercato un fenomeno non solo economico ma anche sociale per le relazioni che si instaurano, il bene dell’impresa coincide con il bene della società (teoria della mano invisibile di A. Smith). Un secondo filone di pensiero sostiene che il livello economico e quello sociale sono necessariamente in conflitto (Marx- Polanyi- Weber), infatti il mercato è il luogo dello scambio, diverso sia dalla sfera politica sia dalla sfera del dono gratuito. Entrambe queste posizioni avversano la RSI: la prima perché, sostenendo che l’impresa è sociale di per sé, è contraria a qualunque intervento esterno al mercato, la seconda perché ritiene che la RSI serva solo a mascherare la reale natura dell’impresa che è anti-sociale.
Nella realtà si presentano diversi casi di imprese che cercano di darsi un’immagine sociale, in alcuni casi perché costrette dalle leggi (e allora appena possono delocalizzano, riducono i diritti dei lavoratori, devastano l’ambiente, annullando così la RSI); in altri casi perché usano la RSI per ragioni di marketing per attirare consumatori, pronti ad abbandonarla se lo richiede la convenienza; infine vi sono imprese che praticano la RSI per scelta etica convinta. Va da sé che sono da combattere le imprese che procurano danni sociali o che devastano l’ambiente naturale.
Non si può pensare che la politica possa regolare l’economia, ma l’economia stessa deve darsi dei principi etici di responsabilità: per esempio dovrebbe impedire che il reddito d’impresa finisca nella finanza anziché essere reinvestito per creare lavoro. Si rendono indispensabili strumenti adatti a ridurre le diseguaglianze sociali non solo attraverso un’equa distribuzione della ricchezza, ma anche attraverso un’etica inserita nel processo produttivo: solo così si può creare coesione sociale e sostenibilità dello sviluppo. Il cittadino-consumatore, con le sue scelte, può orientare le aziende verso la responsabilità: il voto col portafoglio può condizionare l’avvenire delle imprese.
Oggi la difficoltà maggiore sta nel fatto che la proprietà è frazionata in tanti azionisti che vogliono solo alti dividendi, non importa nemmeno cosa si produce (fossero pure armi e mine anti-uomo): tutto ciò accentua l’aspetto speculativo, separando nettamente economia ed etica. Il neoliberismo odierno ha separato l’economia, oltre che dall’etica, anche dalla politica, adottando una visione antropologica che ritiene l’individualismo libertario come naturale, di contro occorrerebbe inserire un modello antropologico nuovo fondato sulle relazioni interpersonali, per discutere insieme di cosa produrre e dei fini e dei mezzi con cui produrre. Il processo produttivo dovrebbe nascere da scelte collettive e condivise.
Si tratta di recuperare la categoria della fraternità che pure era presente agli albori della scienza economica nell’Illuminismo riformatore: i padri di questo filone sono Antonio Genovesi (1713-1769) e Giacinto Dragonetti (1738-1818). La loro idea di fondo è che l’economia deve essere volta alla felicità collettiva e non al profitto individuale. Tale finalità è stata abbandonata dal percorso successivo dello sviluppo economico (diffusamente illustrato da Zamagni nelle sue motivazioni profonde), anche se il pensiero originario permane nei socialisti utopisti, in Marx e nel filone cristiano-sociale.
Oggi le crescenti disuguaglianze mettono in luce la crisi del modello adottato, che tiene conto solo del PIL e non dei beni di relazione. Ecco perché è urgente volgersi a un modello economico orientato al Bene comune e alla reciprocità delle relazioni, modello per altro presente in numerose Costituzioni europee (mentre la felicità di cui parla la Costituzione americana è volta al benessere individuale).Secondo Zamagni questa è la strada per superare la crisi del neoliberismo e per non cadere nel capitalismo compassionevole che accetta il darwinismo sociale ed è disponibile a correggerne dall’esterno gli effetti negativi mediante elemosine, ma non è in grado di garantire diritti universali: dopo liberté e egalité bisogna proprio mettere in atto la fraternité .

Leggi altri contenuti sullo stesso tema

BRUNI-ZAMAGNI, L’economia civile, Il Mulino, 2015
http://www.volabo.it/intervista-a-stefano-zamagni-economista-e-professore-delluniversita-di-bologna/

 

 

Un pensiero su “Economia civile


  1. Se si vuole un modello economico orientato al bene comune, modello da me ampiamente condiviso, è indispensabile che la politica regoli l’economia: ciò è possibile e nello stesso tempo augurabile. Perché mai non è pensabile una cosa del genere?

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