Emissioni di CO2: le 20 aziende più inquinanti su scala mondiale

Adriana F.
30-11-2019
Un recente articolo del Guardian, scritto a quattro mani da Matthew Taylor e Jonathan Watts,  (clicca Quì per il Guardian) punta il dito contro le venti maggiori compagnie di estrazione di combustibili fossili che negli ultimi cinquant’anni hanno prodotto il più alto quantitativo di emissioni di CO2 e gas equivalenti (GtCO2e), causando gravissimi danni all’atmosfera, con ricadute importanti sul clima e sui mari.
La notizia è rimbalzata sui nostri giornali, ma mi sembra interessante riprenderla per aggiungere le considerazioni implicite nell’articolo che non tutti i nostri media hanno riferito.
L’analisi riportata dal quotidiano inglese è stata condotta da Richard Heede del Climate Accountability Institute (USA), una delle maggiori autorità su scala mondiale per lo studio sul clima. Egli ha calcolato la responsabilità non solo di ciò che le grandi compagnie hanno estratto dal suolo, ma anche delle emissioni generate dalle operazioni di raffinazione, distribuzione e utilizzo dei combustibili fossili. E i risultati sono sbalorditivi.
Dal 1965 al 2017 le prime 20 aziende del settore risultano aver immesso nell’atmosfera ben 480 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio e gas equivalenti, pari al 35% della produzione mondiale di tali gas: oltre un terzo del totale.

Le top twenty della triste classifica sono realtà di grandi dimensioni sia private che statali.
Chevron si colloca in cima alla lista delle otto società di investitori privati, seguita a breve distanza da Exxon, BP e Shell. Da sole, queste quattro aziende globali sono responsabili di oltre il 10% delle emissioni mondiali di carbonio e gas dal 1965.
Consistente anche l’impatto prodotto dalle dodici compagnie statali presenti nella classifica: le loro estrazioni, nello stesso periodo, risultano aver prodotto complessivamente il 20% delle emissioni totali. I due principali inquinatori statali sono Saudi Aramco e la compagnia russa Gazprom, che hanno immesso nell’atmosfera rispettivamente il 4,38% e il 3,19% di tutte le emissioni nocive e sono responsabili da soli di più del 10% delle emissioni generate su scala internazionale nell’ultimo cinquantennio.

Al di là dei numeri, che sono fondamentali per capire le cause dei problemi atmosferici e i possibili rimedi, l’articolo del Guardian focalizza l’attenzione sul fatto che per queste aziende non si è trattato di responsabilità “involontaria”, perché dal 1965 (anno iniziale di riferimento) i leader delle compagnie petrolifere e i politici già erano a conoscenza dell’impatto ambientale dei combustibili fossili. Nel novembre di quell’anno, infatti, il presidente Lyndon Johnson aveva pubblicato un rapporto del Comitato per l’inquinamento ambientale, che prevedeva un forte rischio di riscaldamento globale proveniente da una continua crescita della produzione e dell’utilizzo dei combustibili fossili. Nello stesso anno, il presidente dell’American Petroleum Institute (API) aveva riferito i dati del suddetto rapporto in un incontro annuale delle aziende associate. Da allora i vertici delle società di estrazione hanno sempre saputo che il biossido di carbonio immesso nell’atmosfera dalla combustione di carbone, petrolio e gas avrebbe potuto causare entro il 2000 significativi cambiamenti climatici.
Nessun alibi, quindi, per le aziende leader del settore che hanno continuato a incrementare la loro attività (e a realizzare ingenti guadagni) nonostante conoscessero i rischi che ne sarebbero derivati per le condizioni dell’atmosfera.
Non sono esenti da responsabilità neppure i politici e i governi, che hanno ampiamente sottovalutato le conseguenze dell’uso sempre più massiccio di combustibili inquinanti e non si sono preoccupati né di promuovere con forza la ricerca di fonti energetiche alternative, né di predisporre strumenti efficaci per limitare le emissioni nei rispettivi paesi.

Data la gravità della situazione, l’analisi di Richard Heede si propone di riformulare il dibattito pubblico e politico, ponendo l’attenzione non solo sulle responsabilità individuali, ma coinvolgendo tutti i soggetti corresponsabili e cointeressati a rallentare le attività estrattive e a disincentivare l’uso dei combustibili più dannosi.
L’obiettivo è della massima urgenza per l’umanità intera, e lo conferma l’allarme lanciato nel 2018 dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO): le concentrazioni medie di anidride carbonica nell’atmosfera a livello globale hanno raggiunto 405,5 parti per milione nel 2017, con un trend in continuo aumento (erano 400,1 parti per milione nel 2015). Tale quantità (calcolata al netto della parte assorbita da piante, terra e mari) dimostra un aumento del 46% rispetto ai livelli precedenti la rivoluzione industriale. Come ha precisato Petteri Taalas, segretario generale del WMO, una simile concentrazione di CO2 si era avuta l’ultima volta… 3-5 milioni di anni fa, quando la temperatura terrestre era superiore di 2-3 gradi e il livello dei mari era più alto di dieci/venti metri. (clicca Quì per Il Sole24Ore)
Il tempo dei ritardi e delle dichiarazioni non seguite dai fatti è finito e tutti devono attenersi all’ammonimento sul clima delle Nazioni Unite: il mondo ha solo 12 anni per contenere l’aumento delle temperature entro limiti accettabili, ossia entro 1,5 gradi centigradi al di sopra dei livelli dell’era pre11-2019-industriale.
L’urgenza di interventi concreti è stata ribadita nei giorni scorsi dall’appello di 11.000 scienziati di 153 nazioni, pubblicato sul giornale BioScience e lanciato in occasione del 40° anniversario della prima Conferenza mondiale sul clima (Ginevra, 1979). Il pianeta Terra, dice il documento (clicca per leggere), sta vivendo una vera emergenza climatica e servono trasformazioni audaci e drastiche riguardo alle politiche economiche e nel modo in cui la nostra società globale funziona e interagisce con gli ecosistemi naturali. Tra i cambiamenti indicati, naturalmente, c’è anche quello di smettere di estrarre combustibili fossili dal terreno. Chissà se una sollecitazione così autorevole sarà presa in seria considerazione dai grandi decisori delle politiche statali e industriali!

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