Esiste un’alternativa?

Gabriella Carlon
02-05-2018

Qualche anno fa, nel pieno della crisi, sembrava che fossimo vicini a un cambiamento del modello economico. Si prospettavano uscite dalla crisi che avrebbero potuto avviare a modelli nuovi, capaci di rispettare l’ambiente e di distribuire la ricchezza con maggiore equità.
Era un’illusione durata poco: oggi l’unico modello vincente è quello liberista e si continua ad auspicare la crescita illimitata. E se qualche passo avanti si è fatto nella coscienza comune a proposito dei disastri ambientali che questo tipo di crescita comporta, sul versante della distribuzione della ricchezza la globalizzazione ha portato un nuovo che favorisce la disuguaglianza e aumenta lo sfruttamento di chi lavora, perché vengono meno le tutele giuridiche anche dove esistevano. Anziché globalizzare i diritti, si è globalizzata la precarietà; non a caso, come estrema conseguenza, persino in Italia, aumentano gli incidenti sul lavoro: un paio di morti al giorno sono ormai la normalità.
D’altra parte è difficile reggere la concorrenza sul mercato globale; in questi anni la povertà assoluta nel mondo si è ridotta, ma è chiaro che chi è alla fame accetta condizioni di lavoro inumane pur di poter stare un po’ meglio.
La globalizzazione ci fa capire però anche che il destino dell’umanità è unitario. Le informazioni in tempo reale e il dominio dello spazio modificano prepotentemente i rapporti tra i continenti. Non possono più esistere aree separate: si dovrebbe però procedere a un’estensione dei diritti e del benessere per tutti e non lo smantellamento delle strutture economico-sociali più evolute per consentire l’arricchimento di pochi. La politica dovrebbe svolgere il suo ruolo, con funzione mediatrice e regolatrice per costruire una società più giusta.
Tuttavia, pur in questo clima dominato da un’economia selvaggia, dobbiamo guardare più lontano e cogliere nel presente segni che annunciano faticosamente modelli economico-sociali alternativi.
Ci fa bene sperare la sofferenza diffusa per la riduzione della persona umana al ruolo di consumatore; la riduzione dei cittadini a consumatori mostra ormai tutti i suoi limiti. L’homo oeconomicus è un individuo mutilato, impoverito, tuttavia, anche se è ancora modello dominante, non ostacola un desiderio di vivere l’umanità del nostro essere nella sua interezza, nella complessità delle sue relazioni affettive e interpersonali, capaci di fruire di gratuità, di contemplazione e di bellezza. Partendo da qui si possono costruire modelli alternativi.
Può essere interessante sia studiare i modelli teorici che emergono dal panorama culturale attuale sia le pratiche che prefigurano un’economia, ancora di nicchia, al servizio della persona umana e non del profitto.

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