Franco CFA – un fantasma si aggira in Francia

Giulia Uberti
20-01-2019
Le tappe più significative del percorso che ha portato 14 paesi africani alla dipendenza economica e monetaria dagli ex colonizzatori.

Il franco Cfa è il nome della valuta comune relativa a 14 paesi africani, tutti ex colonie francesi, e parte della “zona franco”.

Zona-Franco-CFA-in-Africa

Inizialmente la sigla Cfa significava “Franco delle Colonie Africane”, mentre oggi è acronimo di Comunità Finanziaria Africana. La prima area del franco fu istituita nel 1939 come area monetaria con il franco francese come valuta principale (da web: voci dall’Estero), fu rinforzata nel dopoguerra con la fissazione della parità tra franco francese e franco Cfa (1945-1948). Nel 1944 René Pleven, ministro delle colonie nel governo de Gaulle, disse che la creazione di un’area monetaria africana legata al franco aveva lo scopo di “evitare ai fratelli africani gli errori che noi stessi abbiamo compiuto”.
L’organizzazione finanziaria era fondata su due grossi nuclei territoriali: otto Paesi dell’area monetaria dell’Africa occidentale (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo), e sei Paesi dell’area centrale (Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana e Repubblica del Congo), oltre all’AEF Madagascar, uscito dalla zona franco nel 2005.
Tutti erano alle dipendenze di governatori generali che dovevano render conto del loro operato solo al ministro francese delle colonie. Gli istituti locali venivano rispettati, ma si svuotavano progressivamente di significato, sopraffatti dalla pratica amministrativa francese; in tal modo si arrivava ad un’unica amministrazione diretta, quella francese.
I capi locali assistevano gli amministratori francesi, il che portò alla nascita di élite africane educate nel sistema francese. Le ex colonie furono così indottrinate dagli amministratori francesi, la cui strategia fu quella di diffondere, o meglio imporre, la lingua e la cultura della madrepatria. L’ideale francese era quello di unire Francia e Africa in un’unica grande entità, espressa con il termine “Françafrique”: una fusione che avrebbe innalzato il prestigio francese nel confronto con le altre potenze europee.
A ribadire questo concetto fu il fatto che le colonie francesi si decolonizzarono quasi tutte in modo non violento, al contrario delle ex colonie britanniche, che ottennero l’indipendenza attraverso la guerra; una decolonizzazione traumatica che allentò in seguito le relazioni con la Gran Bretagna.
Anche la Francia, comunque, visse momenti di difficoltà sul fronte dell’Algeria, tanto da richiamare al potere il Generale De Gaulle, che divenne Presidente del Consiglio nel 1958. Egli in breve tempo organizzò un referendum per l’approvazione della “Costituzione della V Repubblica”, che avrebbe trasformato la Francia in una repubblica presidenziale.
Tale referendum prevedeva una parte riservata alle popolazioni coloniali, anche loro chiamate attraverso il referendum, a scegliere tra l’accettazione della nuova Costituzione, oppure il rifiuto del nuovo sistema amministrativo e la conseguente indipendenza immediata. La Guinea con Seku Touré scelse l’indipendenza dalla Francia. Quest’ultima continuò indisturbata la sua politica di controllo sul franco Cfa per gli altri Paesi delle sue colonie.
In quegli anni i leader africani che avevano studiato nella “madrepatria” facevano ritorno in Africa con ambizioni e ideali diversi per il loro Paese. A partire dagli anni ’40, infatti, in tutti i territori delle colonie francesi fremevano movimenti indipendentisti. Uno molto attivo era il Rassemblement Démocratique Africain (RDA), una sezione del quale era il grande partito di Sékou Touré.
Una storia particolarmente cruenta fu quella dell’Algeria, dove iniziò una guerra di liberazione nel novembre del 1954; guerra intensificatasi a partire dal 1958, quando gli indipendentisti algerini ricorsero agli attentati terroristici in Francia per raggiungere il loro obiettivo. L’indipendenza e la sovranità del Paese furono ottenute il 5 luglio del 1962.

In ambito valutario, la Gran Bretagna, si è distanziata più precocemente dalle sue colonie e ha posto fine alla zona-sterlina nel 1979. Tutti i 54 vecchi Paesi coloniali della Corona di Londra hanno a tutt’oggi la loro sovranità monetaria, che spesso sostiene, talvolta involontariamente, la divisa degli antichi colonizzatori.
Analogamente al Regno Unito, anche le altre potenze europee: es. Portogallo e Spagna si sono progressivamente ritirate dalle loro colonie dopo la seconda guerra mondiale. Solo la Francia ha sostenuto sempre, e senza esitazioni, la zona franco, a partire dalla sua istituzione, nel 1939, e rinforzata nel dopoguerra con la fissazione della parità tra franco francese e franco Cfa (1945 e 1948).
Negli anni ’50 si ebbero i primi tentativi di indipendenza dal sistema coloniale, che comportava il predominio francese sulle scelte politiche, economiche e finanziarie dei paesi africani della zona euro.
Negli “Accordi di cooperazione”, la Francia accettò “sulla carta” l’indipendenza delle “sue colonie”, specificando però la natura delle relazioni che sarebbero entrate in vigore e che riguardavano, in primo luogo, il franco Cfa, ma anche il sistema educativo e le preferenze commerciali e militari.
A schierarsi contro tali “accordi” fu Sékou Touré, presidente della Guinea, che nel 1958 tentò di portare il suo Paese all’indipendenza dalla Francia. Nell’agosto dello stesso anno De Gaulle, in viaggio in Africa, visitò a Conakry dove incontrò Sékou Touré.

Sekou-Touré incontra il gen De Gaulle

Il suo obiettivo era quello di spingere le colonie ad accettare la nuova costituzione francese. Fu in quell’occasione che Touré pronunciò la celebre frase: «Il n’y a pas de dignité sans liberté. Nous préferons la liberté dans la pauverté à l’opulence dans l’esclavage» («Non esiste dignità senza libertà. Noi preferiamo la libertà nella povertà, alla ricchezza nella schiavitù»)
Spinti dalle minacce di Gaulle, espressosi più volte chiaramente sul fatto che la secessione sarebbe costata cara alle ex colonie, tutti i territori d’oltremare accettarono la nuova costituzione. Tutti, tranne la Guinea di Sékou Touré dove il “NO” al referendum indetto il 28 settembre 1958 ottenne il 94% dei suffragi. (1)

Scheda per il Referendum

Il risultato referendario e la decisione di Sékou Touré di rendere il suo paese indipendente, fecero andare su tutte le furie l’élite coloniale francese. E gli amministratori francesi della Guinea, con uno storico gesto, distrussero tutto ciò che consideravano emblematico dei “vantaggi” della colonizzazione in quel paese.
Tremila francesi abbandonarono la Guinea, portando con sé tutti gli oggetti di loro proprietà e distruggendo qualsiasi cosa non fosse trasportabile: scuole, ambulatori e immobili della pubblica amministrazione furono distrutti; macchine, libri, strumenti degli istituti di ricerca e trattori vennero sabotati; cavalli e bovini delle fattorie furono uccisi, e le derrate alimentari nei magazzini furono bruciate o avvelenate.
L’obiettivo di questo comportamento indegno era quello di mandare un messaggio chiaro alle altre colonie: il costo di una separazione dalla Francia sarebbe stato molto alto.
Sékou Touré, sentendosi ormai abbandonato dalle potenze occidentali, trovò appoggio (soprattutto economico e finanziario) nella compagine socialista: l’Unione Sovietica e la Cina si mostrarono pronte a sostenere l’indipendenza della Guinea, e a queste si unirono rapidamente il Ghana e la Liberia.

Dal Senegal Leopold Sédar Senghor nel 1958, spaventato dalle ritorsioni attuate in Guinea, dichiarò: «La scelta del popolo senegalese è l’indipendenza; vogliono che ciò accada in amicizia con la Francia, non in disaccordo.”
Anche altri paesi dell’Africa coloniale francese, vista l’esperienza della Guinea, non ebbero il coraggio di portare avanti con decisione la causa dell’indipendenza nazionale.

Svalutazione del CFA, 1994
Un’importante svalutazione (50%) del franco Cfa fu decisa il 12 gennaio 1994 a Dakar (Senegal), dove i 14 paesi dell’Africa equatoriale francofona cedettero alle pressioni di Parigi e del Fondo Monetario Internazionale, accettando di svalutare la loro valuta, il cui valore fu dimezzato (dallo 0.02 allo 0.01 del valore del franco francese), con effetto immediato. Dal canto suo, la Francia, rappresentata a Dakar dal ministro della Cooperazione Michel Roussin, si impegnava a sostenere la nuova quotazione della valuta africana ad una parità fissa con il franco francese. La Banca Mondiale si impegnava a sua volta a stanziare due miliardi di dollari per sostenere lo shock economico della svalutazione.
Tale ridimensionamento del franco Cfa abbassò il prezzo dei beni destinati all’estero e incentivò le esportazioni degli stati africani, ma dimostrò ancora una volta la loro dipendenza economica e monetaria dal governo di Parigi. Come ebbe ad affermare Kwame Nkrumah: «…gli imperialisti… sostengono di voler “concedere” l’indipendenza alle ex-colonie, ma solo per farla seguire dai cosiddetti “aiuti” per lo sviluppo. Sotto la copertura di queste parole, tuttavia, escogitano innumerevoli modi per raggiungere gli stessi obiettivi precedentemente raggiunti dal colonialismo esplicito. L’insieme di questi moderni tentativi di perpetuare il colonialismo sotto la retorica della “libertà” è diventato noto come neocolonialismo».
Kwame Nkrumah aveva una chiara visione di quello che per lui sarebbe stato l’avvenire dell’Africa, (dal discorso pronunciato durante la cerimonia d’indipendenza del Ghana, 6 marzo 1957: … «Ci siamo svegliati. Non dormiremo più. Oggi, d’ora in poi, c’è un nuovo africano nel mondo! Quel nuovo africano è pronto a combattere le sue proprie battaglie e a dimostrare che dopo tutto, l’uomo nero è in grado di autogestirsi … La nostra indipendenza è senza significato, se non è congiunta alla totale liberazione dell’Africa». Come ben aveva previsto Kwame Nkrumah, diversi “accordi di cooperazione” furono firmati dai leader africani che salirono al potere con l’aiuto dei francesi al momento dell’indipendenza. Gli “Accordi speciali di difesa” fornivano alla Francia il potere di intervenire militarmente per proteggere i leader africani che tutelavano gli interessi della Francia. Inoltre, gli accordi economici hanno imposto alle ex colonie di esportare in Francia materie prime di grande valore, come petrolio, uranio, fosfato, cacao, caffè, gomma, cotone ecc. mentre hanno dovuto importare beni e servizi industriali dalla Francia, senza libertà di scegliere fornitori più convenienti. Queste nazioni sono anche tenute a ridurre o cessare le loro esportazioni di materie prime, quando la difesa dell’interesse francese lo richiedesse.
Alcuni leader di quella stagione, come Patrice Lumumba in Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo, furono eliminati, altri che tentarono di contestare le nuove forme del colonialismo francese, come Thomas Sankara in Burkina Faso, subirono la stessa sorte.
I paesi francofoni dell’Africa, tra l’altro, sono quelli che hanno vissuto il più grande numero di colpi di stato e guerre civili. È lecito chiedersi: Come mai? Chi le ha volute e armate in un’area totalmente priva di produzioni belliche? Questa instabilità ha reso permanente il controllo politico e economico francese nell’area. Viene quindi spontaneo pensare che un dominio così ferreo sia determinato non solo dalle attività dei servizi segreti e delle truppe speciali, ma anche dalla volontà politica di conservare invariati i vantaggi che derivano alla Francia dalla gestione del franco Cfa. Peraltro una delle ragioni della guerra contro Gheddafi e del concomitante defenestramento di Laurent Gbagbo in Costa d’Avorio, sembra essere stata proprio la volontà dei due leader di creare una banca e una moneta africane. E se ci fossero riusciti, addio Cfa!

La gestione autoritaria ed asservita alla Francia di Houphouet-Boigny in Costa d’Avorio, fece sorgere movimenti anticolonialisti e di opposizione. Uno di questi è il Fronte Popolare Ivoriano (FPI), di tendenze socialiste, fondato nel 1982 da un professore di storia dell’Università di Abidjan, Laurent Gbagbo, divenuto poi Presidente con le elezioni del 2000.
Infatti, “… quando il presidente Laurent Gbagbo della Costa d’Avorio cercò di porre fine allo sfruttamento francese del paese, la Francia ha organizzato un colpo di stato (2002). Durante il lungo processo per estromettere Gbagbo, i carri armati francesi, gli elicotteri d’attacco e le forze militari intervennero direttamente nel conflitto, a favore di Quattara, sparando sui civili e uccidendone molti. Questi fatti, a tutt’oggi non sono chiariti”. Come emerge da Françafrique 2.0, il giornalista Matteo Giusti in una intervista a Emmanuele Alit, difensore di Gbagbo in carcere all’Aja scrive: “… L. Gbabgo è un prigioniero politico della Francia che, prima con Chirac e poi con Sarkozy, ha fatto di tutto per rovesciare il suo governo e per tutelare i propri interessi economici in Costa d’Avorio” .

Il contenuto degli accordi stipulati tra la Francia e le Colonie

1. Debito coloniale a vantaggio della colonizzazione francese
I paesi “neo-indipendenti” dovrebbero pagare per tutta l’infrastruttura costruita dalla Francia nel paese durante la colonizzazione. (Non ci sono dati specifici sulla valutazione di questi benefici. Sul debito estero, si veda il discorso di Sankara all’ONU nel 1983)
La prima reazione della popolazione alla notizia della tassa coloniale francese, (avendo presente la situazione di Haiti) è stata una domanda piena di sconforto: “Fino a quando?”(3)

2. Confisca automatica delle riserve nazionali. I paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali nella Banca centrale francese. La Francia detiene le riserve nazionali di quattordici paesi africani dal 1961: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica del Congo, Guinea Equatoriale e Gabon.
La politica monetaria che governa paesi così diversi è decisa dal ministero del Tesoro francese senza rendere conto a nessuna autorità fiscale di qualsiasi paese che sia della UEMOA
(Unione economica e monetaria ovest-africana)
o del CEMAC (Comunità degli stati dell’Africa centrale). In base alle clausole dell’accordo che ha fondato queste banche e il CFA, la Banca Centrale di ogni paese africano è obbligata a detenere almeno il 65% delle proprie riserve valutarie in un “operations account” registrato presso il ministero del Tesoro francese, più un altro 20% per coprire le passività finanziarie.
Si stima che la Francia detenga all’incirca 500 miliardi di dollari all’anno provenienti dagli stati africani, e farebbe qualsiasi cosa per mettere a tacere chiunque volesse far luce su questo lato oscuro del vecchio impero.
Gli stati africani non hanno accesso libero a quel denaro: la Francia permette loro di accedere annualmente solo al 15% del valore totale. Se hanno bisogno di più, devono chiedere in prestito al Tesoro francese una cifra extra dal loro stesso 65%, come fosse un prestito, a tariffe commerciali.
Per rendere le cose ancora peggiori, la Francia impone un cappio sull’ammontare di denaro che i paesi possono chiedere in prestito da quella riserva: il limite massimo è fissato al 20% delle entrate pubbliche dell’anno precedente, e in caso di richieste superiori a quella percentuale, la Francia ha diritto di veto. Non serve molta fantasia per immaginare quanti utilissimi investimenti per lo sviluppo dei vari paesi saranno stati negati negli anni perché superavano il tetto stabilito.
A mostrare una certa consapevolezza dell’iniqua gestione del franco Cfa è stato l’ex presidente francese Jacques Chirac, nel marzo 2008, ha dichiarato che: «… Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo”. Mentre, il suo predecessore, François Mitterand, già nel 1957 profetizzava che: “Senza l’Africa, la Francia non avrà storia nel 21mo secolo”.(4) Afrocaneuws.it

3. Diritto di prima opzione su qualsiasi materia prima o risorsa naturale scoperta nel paese
La Francia ha il diritto di comprare qualsiasi risorsa naturale trovate nella terra delle sue ex colonie. Solo dopo una dichiarazione di “non interesse” da parte del governo o delle aziende francesi, i paesi africani hanno il permesso di cercare altri partner.

4. Priorità degli interessi e delle società francesi negli appalti pubblici.
Nei contratti governativi, le società francesi devono essere prese in considerazione per prime e solo in seguito questi paesi possono rivolgersi ad altri. Non importa se i paesi africani possono ottenere altrove un miglior servizio a un prezzo più conveniente.

5. Diritto esclusivo su forniture, equipaggiamenti e formazione dei quadri militari del paese
Attraverso un sofisticato schema di borse di studio e di “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, gli africani devono inviare i loro quadri militari per la formazione in Francia o in strutture gestite dai francesi. Ciò significa che fino ad oggi sono stati formati numerosi “fedelissimi”, disposti a tradire il loro popolo in cambio di privilegi e vantaggi economici. Restano “dormienti” quando non c’è bisogno di loro, ma vengono riattivati quando è necessario un colpo di stato o altre iniziative a difesa dello status quo.

6. Diritto della Francia di inviare le proprie truppe e intervenire militarmente nei diversi paesi per difendere i propri interessi
Sempre in base agli “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, la Francia ha il diritto di intervenire militarmente negli stati africani e anche di stazionare truppe permanentemente nelle basi e nei presidi presenti in quei paesi, interamente gestiti dai francesi.

7. Obbligo di adottare il francese come lingua ufficiale del paese e del sistema educativo
«Oui, Monsieur. Vous devez parlez français, la langue de Molière!» (Sì, signore. Dovete parlare francese, la lingua di Molière!)
È stata creata un’organizzazione per la diffusione della lingua e della cultura francese, chiamata “Francophonie”, con diverse organizzazioni satelliti e affiliate, sotto la supervisione del ministero degli Esteri francese.

8. Obbligo di usare la moneta coloniale francese FCFA
Questo sistema è talmente iniquo che anche l’Unione Europea lo ha denunciato. La Francia però non è pronta a lasciar perdere il sistema coloniale che inietta ingenti quantità di denaro nelle sue casse.
Durante l’introduzione dell’Euro in Europa, altri paesi europei scoprirono il sistema di sfruttamento francese. Molti, soprattutto i paesi nordici, furono disgustati e chiesero che la Francia abbandonasse quel sistema, ma ovviamente non furono ascoltati.

9. Obbligo di inviare in Francia il budget annuale e il report sulle riserve
Senza report, niente soldi.
In ogni caso il ministero della Banche centrali delle ex colonie è controllato dalla Banca Centrale francese/Ministero del Tesoro.

10. Rinuncia a siglare alleanze militari con qualsiasi paese se non autorizzati dalla Francia
La maggior parte dei paesi ha solo alleanze militari con gli ex colonizzatori! I paesi africani in genere sono quelli che hanno il minor numero di alleanze militari regionali. Nel caso delle ex colonie francesi, la Francia proibisce loro di cercare altre alleanze militari eccetto quelle che vengono offerte loro.

11. Obbligo di allearsi con la Francia in caso di guerre o crisi globali
Più di un milione di soldati africani hanno combattuto per sconfiggere il nazismo e il fascismo durante la seconda guerra mondiale.
Il loro contributo è stato spesso ignorato o minimizzato, ma se si pensa che alla Germania furono sufficienti solo 6 settimane per sconfiggere la Francia nel 1940, è chiaro che gli africani potrebbero essere utili per combattere per la “Grandeur de la France” in futuro.

Osservando gli obblighi e i divieti citati, appare chiaro che a tutt’oggi la Francia sta attuando una forma di vero e proprio neocolonialismo, per quanto camuffato dalla dicitura di “unione monetaria”. L’intervento della Francia si articola in termini economici, politici e militari. Gli “Accordi di cooperazione” furono firmati da leader africani che salirono al potere con l’aiuto della Francia al momento dell’indipendenza. D’altra parte, gli “Accordi speciali di difesa” fornivano alla Francia il potere di intervenire militarmente per proteggere i leader africani che tutelavano gli interessi francesi. Le nazioni africane coinvolte hanno abdicato alla loro sovranità in favore della Francia. Ma il neocolonialismo è un ostacolo al loro sviluppo.

In un articolo di Giancarlo Elia Valori si legge che nel marzo 2015 il ministro delle Comunicazioni del Ciad, Sylla Ben Bakari, ha affermato che il 40% delle armi che erano state sequestrate dai loro apparati a Boko Haram erano di fabbricazione francese, mentre è ormai noto che furono proprio i Servizi segreti di Parigi, nel 2011, a organizzare i jihadisti della Cirenaica contro Gheddafi, che voleva ridefinire i vecchi contratti petroliferi, troppo sfavorevoli per i produttori. La Libia di Gheddafi era considerata una minaccia del sistema occidentale perché voleva rendere indipendente e ricca l’Africa attraverso il dinaro d’oro come tramite di pagamento per i petroli di tutta l’Africa verso i paesi occidentali. Per questo motivo è stato ucciso Muammar Gheddafi e distrutta una nazione (4). Nicolas Sarkozy arrivò a definire la Libia una “minaccia alla sicurezza finanziaria del mondo”.

Nell’agosto del 2015 il leader ciadiano Idriss Deby ha chiesto ufficialmente l’uscita del suo Paese, entro il 2018, dal Franco Cfa, per poter successivamente emettere una valuta legata, all’euro, al dollaro e allo yuan cinese (senza tassi fissi).
Durante il Forum Afrique-Chine di Marrakech del 27 e 28 novembre, 2017, e al Summit Afrique-Europe di Abidjan del 29 e 30 novembre, è emerso un elemento importante, ossia che in Europa c’è interesse verso il futuro dei paesi africani: i vicini europei, infatti, si preoccupano per la rapida crescita demografica di quegli stati e temono che un numero sempre maggiore di migranti premano alle loro frontiere alla ricerca di migliori condizioni di vita. (5)

Oggi la Francia è in difficoltà. Il consenso che aveva permesso a Macron di vincere il ballottaggio con Marie Le Pen (con il 66% dei voti) sembra in caduta libera e inarrestabile. Salgono alla ribalta nuovi partiti e movimenti, l’ultimo dei quali è costituito dai Gilet gialli. A tale proposito è interessante notare che la Carta (cliccare per il testo completo)programmatica di questi ultimi, fra le tante richieste di cambiamento, ha incluso anche un riferimento alla geopolitica. Infatti, al punto n. 23 si legge:
“Françafrica: cessare il saccheggio delle risorse africane e le ingerenze politiche e militari. Restituire i soldi dei dittatori e dei beni saccheggiati ai loro popoli. Rimpatriare immediatamente tutti i soldati francesi. Porre fine al sistema del franco africano che mantiene l’Africa nella povertà. Stringere rapporti paritetici con gli Stati africani”.

Vedi anche:(Clicca sul link) CFA: presenza “coloniale” in tempi di “post-colonialismo”

Fonti: Mawuna Remarque Koutonin
www.Africanews.it
(1) http://uca.edu/politicalscience/dadm-project/sub-saharan-africa-region/guinea-1958-present/
(2)https://davi-luciano.myblog.it/2014/06/16/il-neocolonialismo-francese-la-defenestrazione-del-presidente-della-costa-d-avorio-gbagbo/
(3) http://www.voltairenet.org/article163815.html
Haiti: «Per paragone storico, la Francia ha costretto Haiti a pagare l’equivalente odierno di $21 miliardi nell’arco di quasi un secolo e mezzo (dal 1804 al 1947) per le perdite subite dai commercianti di schiavi francesi dall’abolizione della schiavitù e la liberazione degli schiavi haitiani. I paesi africani stanno pagando la tassa coloniale solo negli ultimi 50 anni, perciò penso che manchi un secolo di pagamenti!»
(4) https://disquisendo.wordpress.com/2016/07/13/la-conferma-che-gheddafi-fu-ucciso-per-il-progetto-dinaro-doro-in-panafricano/
(5)https://raiawadunia.com/le-vere-ragioni-dellemigrazione-africana-il-franco-cfa/

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