I morti di Bruxelles

Laura Mazza
24 marzo 2016

I morti e i feriti fanno piangere e fanno male alle nostre coscienze.
I terroristi sono malvagi, sparano e uccidono persone che non hanno mai visto e conosciuto.

Siamo colpevoli. Dal 22 marzo tutti i media ci hanno fatto notare che è stato colpito il cuore dell’Europa, non soltanto simbolicamente. Allora bisogna pensare, bisogna tentare di capire: la guerra, la sicurezza, la politica, l’Islam, i soldi, il petrolio, le migrazioni.
Un mosaico con molte tessere, difficilissimo da comporre.
Rileggo un buon articolo di Adriano Sofri del 9 gennaio 2015 apparso su la Repubblica dove apprendo che Chérif Kouachi, uno dei due fratelli autori della strage di Charlie Hebdo a Parigi, nel 2005 si esibiva in pubblico in un rap creato da lui stesso in cui, con la tipica serie di parole pronunciate a raffica senza armonia musicale, raccontava l’incontro avvenuto in moschea che gli aveva aperto nuovi orizzonti.
Non intendo fare della sociologia spicciola sulle periferie di Parigi o di Bruxelles , c’è un percorso storico della Francia e del Belgio con le loro ex colonie.
I provenienti dalle ex colonie sono cittadini francesi o belgi a tutti gli effetti; ormai siamo alla seconda o terza generazione, sono integrati, frequentano le scuole pubbliche, spesso hanno un lavoro, difficilmente arrivano a posizioni di eccellenza, ma qualcuno ce la fa.
La maggior parte di questi cittadini spesso non ha grandi scambi culturali e nemmeno confronti. Spesso finiscono in prigione per la piccola delinquenza o grande criminalità.
Nelle carceri, purtroppo, lo scambio culturale è inesistente perché è lì che si incrementa il disagio, il rancore verso una società che nega delle vere opportunità a chi è al di fuori del mercato ristretto delle conoscenze che facilitano l’accesso a posizioni lavorative con un minimo di rilevanza.
Succede così dappertutto nella vecchia Europa, ma questo sistema sta mostrando la sua pericolosità.
Così capita che i musulmani di seconda o terza generazione vivano appartati nelle profonde periferie delle grandi città. Seguono un Islam familiare, pacificante e rassicurante che gestisce i rapporti all’interno di quella comunità e che funziona anche da sostegno in tutte le vicende della vita. Ma se entrano in contatto con la rivelazione del “vero Islam” è subito conversione e diventa brevissimo il passo verso la santificazione del martirio.
L’Europa nel suo complesso vive da 70 anni la convinzione di essere fuori dalle guerre, i suoi cittadini, pur con tutte le difficoltà date dalla crisi economica, perseguono l’obiettivo della ricerca del benessere declinato in molte modalità diverse: dal guadagno al benessere fisico, alla tutela dell’ambiente e del cibo di qualità in contrapposizione alla quantità.
In una parola l’Europa, nella sua abitudinarietà, sa di essere depositaria di una cultura antica, laica, ma anche moderna, però non si è accorta di quello che stava avvenendo.
Le grandi potenze che hanno combattuto le guerre della fine degli anni ’70 fuori dal proprio territorio, lo hanno fatto per guadagnarsi sullo scacchiere internazionale posizioni di vantaggio con il petrolio come arbitro assoluto.
Hanno però utilizzato di volta in volta i mujaheddin, i talebani, i quaedisti per controllare territori lontani.
E’ nato negli anni ’80 un fortissimo legame tra chi voleva essere il garante di una pax imperialista e il mondo sunnita più integralista.
L’Europa, nominalmente fuori, ha però guadagnato vantaggi politici ed economici.
L’autonominato Califfato ha ricevuto finanziamenti e sostegni per ristabilire il predominio dei sunniti sugli sciiti, ha richiamato migliaia di jihadisti non solo da tutto il mondo musulmano, ma anche dall’Europa.
Le primavere arabe stroncate anche con la collaborazione dei servizi segreti di Europa, Usa, Russia sono state un momento storico importante cancellate con morti e feriti per mantenere in quelle società in movimento gli stessi immutabili rapporti di forza.
Il resto è storia recente.
L’Europa incomincia ad accorgersi che è necessario diventare quello che non è riuscita ad essere fino ad oggi.
Non può essere l’Europa soltanto una unione monetaria, l’Europa deve diventare un vero insieme di Stati che sa come fare a gestire i migranti e che condivide quella cultura della democrazia e del diritto che l’ha fatta risorgere dalle macerie della Seconda Guerra mondiale.
E’ molto importante capire che i migranti fuggono dalle guerre e dalle tensioni create da chi al di sopra di tutti sta muovendo le fila delle politiche internazionali.
Tra i migranti, famiglie intere con bambini e anziani, respinte ai confini dei vari paesi europei, cercano percorsi alternativi camminando per chilometri con quel poco che sono riuscite a portare con sé.
Finiscono in centri di accoglienza che non sono all’altezza di questo compito.
Gente che ha pagato molti dollari ai passatori per raggiungere l’Europa trova la polizia armata e il filo spinato.
Accoglienza non significa solo solidarietà, accoglienza significa diritti, certezze, capacità di gestione che l’Europa può esprimere e dimostrare così di non temere il confronto con altre civiltà.
Un ultimo amaro commento. I terroristi non arrivano in Europa sui barconi.

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