Il lungo silenzio

Laura Mazza
06-01-2019
Ho pensato di intitolare così questa riflessione, che metto in comune per riuscire a mia volta a comprendere che cosa sta avvenendo intorno a noi. Il lungo silenzio fa riferimento alla necessità di diventare parte attiva di fronte allo sgretolarsi della Democrazia fino ad oggi conosciuta.
La Democrazia è una forma di gestione della vita pubblica che prevede che una maggioranza si occupi, nelle sedi parlamentari, di governare per un periodo, solitamente definito in 5 anni, di porre in essere gli strumenti che consentano l’applicazione dei propositi espressi in una campagna elettorale destinata a raccogliere i voti della cittadinanza. Ovviamente, Democrazia significa che quella maggioranza premiata alle elezioni si occupi non solo di soddisfare i progetti in cui quella maggioranza si è rispecchiata, ma anche che preveda soluzioni per non danneggiare la minoranza con gli strumenti di cui dispone tutto l’apparato democratico affinché ci possa essere una corretta redistribuzione della ricchezza, e che comunque sia contemplata la volontà di sostenere chi si trova in uno stato di necessità. Saranno poi le prossime elezioni europee a giudicare l’operato di quella maggioranza.
Oggi sta succedendo qualcosa che si discosta da questo schema.
Con il pretesto di proteggere la società da “gravi pericoli” viene alimentata ad arte e da tempo la paura. Ma non è la paura di perdere il lavoro, e non è la paura di vedere sottratta quella scarsa ricchezza che ha il normale cittadino che ha lavorato per 40 anni in un posto fisso e che oggi è l’unica sponda dei giovani 30/40enni.
Non si prende atto che non ci sono investimenti utili a creare lavoro perché chi possiede la vera ricchezza la accumula in prodotti finanziari e non intende investire in produttività. Invece ci sarebbero molte possibilità di produrre qualcosa di davvero importante per creare le basi per una società mondiale più equa, più giusta e più ecologica.
In questo momento si pensa al sovranismo, al nazionalismo e a creare confini invalicabili senza comprendere che in questo modo una società chiusa in se stessa ha scarse possibilità di raggiungere quel benessere immaginato.
Siamo eterodiretti dai “social media”, dalle “fake news” dagli “IPhon” che consentono connessioni 24 ore su 24. Abbiamo anche imparato queste parole un tempo sconosciute e oggi non siamo più in grado di distinguere una notizia vera da una falsa. Ma proprio attraverso questa enorme apertura sul mondo senza che se ne abbia la consapevolezza, veniamo “profilati”.
Quel manipolo di persone, di esperti del settore si appropriano dei nostri dati, le nostre preferenze, i nostri orientamenti politici, i film, i programmi televisivi, e perfino i libri, in una parola, del nostro pensiero.
Ovviamente per queste agenzie è lavoro, è guadagno, ma per noi è solo spogliazione di ogni intento anche perché sono in grado di fare da suggeritore per le nostre scelte.
Non esiste più un mondo diviso in classi che cercano riscatto, esistono gli esclusi che rimangono tali perché nessuno ha bisogno di loro.
I populisti vogliono il potere ma alla base non si intravvede alcun progetto di società, nessuna idea politica che non sia fatta di parole urlate per costringere ognuno ad avere timore dell’altro.
E’ un clima difficile, non soltanto in Italia. Le prossime elezioni per l’Europa fanno tremare i polsi. Un mondo globalizzato si sta sgretolando ma favorisce chi usa la finanza per dominare la politica.
La disobbedienza civile è giusta e doverosa per tentare di arginare il disastro.
E’ di questi mesi la protesta dei “gilet gialli” francesi, la loro Carta ufficiale di richieste e propositi è un miscuglio di progetti velleitari intersecati con richieste praticabili che i governi potrebbero attuare attraverso le istituzioni. Certo bisognerebbe evitare di finire preda di personaggi che sanno creare soltanto distruzione.
Non si sa come andrà a finire questa ondata di proteste, ma non sono da sottovalutare perché con tutta evidenza è una risposta a un tipo di governo che non ascolta la necessità della gente.
In Italia è di questi giorni la presa di posizione di alcuni sindaci contro un decreto uscito dal governo che vuole soltanto mostrare i muscoli ma che non sa governare, non sa come si applicano le disposizioni che riguardano la società e la vita di tutti i giorni. E’ un governo che vuole continuamente fare campagna elettorale perché è l’unica cosa che gli è riuscita bene, soprattutto per la debolezza politica generale.
Il 1968 è stato ugualmente un periodo lungo e difficile, ma aveva la capacità di avere una lettura politica della società, dove per politica si intende la volontà di intercettare i bisogni dei più deboli e farne una discussione continua a tutti i livelli, dai partiti alla gente comune. In quel tempo ognuno poteva considerare autonomamente fino a che punto certi obiettivi erano praticabili e quali no. Tutti i cittadini discutevano di come la società avrebbe dovuto e potuto conformarsi.
Noi in questo momento siamo costretti ad occuparci di navi che non possono sbarcare i naufraghi salvati da morte sicura, dobbiamo negare diritti di cittadinanza agli stranieri che lavorano e abitano nelle nostre città e paesi da 40 anni, e dobbiamo solo pensare ai clandestini.
Dei motivi per i quali questi giovani, donne e uomini, vengono via dal loro Paese non si parla. Non si conosce la situazione finanziaria dei Paesi africani. Fingiamo di non sapere che i loro terreni vengono sfruttati sia per l’agricoltura, sia per le terre rare, e nessuno si pone la domanda per quale motivo l’Africa non può crescere autonomamente, non può creare lavoro senza il beneplacito delle ex potenze coloniali.
Di mafia non si parla. Di Parlamento esautorato non si parla. Di un eloquio improprio del Ministro degli interni che grida i suoi improperi contro chi non lo applaude e che veste ogni giorno una divisa diversa per ottenere complicità gratuita non si danno giudizi.
Io mi sento profondamente offesa. Ritengo un insulto alla mia intelligenza fingere di non sapere che i “clandestini” e i nuovi “schiavi” raccolgono i pomodori, le arance, l’uva, che fanno andare avanti la pastorizia e le coltivazioni, ma di questo nessuno si vergogna. E le mafie? Perché nessuno cerca di combatterle? Il padre del vicepresidente del consiglio fa lavorare in nero nella sua azienda.
Credo che il lungo silenzio debba finire e che sia venuta l’ora di elaborare un pensiero politico che oltre alla disubbidienza, porti a uscire da questa umiliante situazione senza ripercorre gli errori passati.

Un pensiero su “Il lungo silenzio


  1. d’accordo su tutto sigh! aggiungi a questo che in questa atmosfera tutti si dimenticano del pericolo n. 1 i cambiamenti climatici

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.