Il paradosso del semaforo

Laura Mazza
22-06-2018
Il semaforo, dal greco antico: σήμα φέρω, sèma féro̱, portatore di segnali, è sempre stato il compagno di tutti noi durante le prime avventure fuori casa. I genitori, i nonni, le maestre ci insegnavano che con il rosso è obbligatorio fermarsi, con il verde si può passare e con il giallo bisogna sbrigarsi a togliersi dalla strada.
E’ un sistema convenzionale che serve a gestire le esigenze di chi deve attraversare una strada e di chi deve percorrerla in auto dando a ognuno il giusto tempo per lasciare lo spazio alle necessità dell’altro cittadino.
In effetti preferibilmente i semafori si trovano in città, ma ognuno di noi ha trovato semafori in strade che apparentemente non sembrano molto trafficate, ma in ogni caso a nessuno viene da chiedersi il perché della presenza di un semaforo in quel dato luogo, dando per scontato che avrà certamente una sua utilità.
Dunque è un segnale condiviso da più di un secolo e, anche se nelle varie parti del mondo si possono avere delle piccole differenze, quel tipo di semaforo viene comunque immediatamente compreso anche da un forestiero.
E allora perché il paradosso?
Ricordo che nei miei anni di università un valente professore di sociologia durante una lezione parlò a lungo del semaforo come un indicatore della società.
E’ inutile dire che al momento poteva sembrare un argomento un po’ eccentrico, ma con l’andare del tempo sono riuscita a capire che non lo era affatto.
Il semaforo, abbiamo detto, è un sistema convenzionale per facilitare e alternare i flussi di traffico, ma anche un segnale di pericolo, o addirittura di sicurezza se riceviamo il messaggio di via libera con il colore verde.
Ma verso gli anni 80 del Novecento qualcosa cambiò.
Da una classe operaia che di lì a poco sarebbe scomparsa e che condivideva concettualmente la propria identità con l’essere un “noi”, stava emergendo con una forza fino a quel momento sconosciuta, l’imperativo del “io”.
Le elementari regole di convivenza civile si erano sfilacciate
Ecco che arriva il semaforo.
Molti, anche chi non lo aveva mai nemmeno pensato, hanno iniziato a “giocare” in borsa con operazioni a riporto. Si tratta di un tipo di speculazione che ha consentito guadagni insperati, ma che ha definitivamente consegnato in mano al sistema finanziario l’imprimatur della superiorità della finanza sulla politica.
Nella società qualcuno ha incominciato a considerarsi superiore agli altri.
Qualcuno passava con il rosso e qualcuno non rispettava i limiti di velocità e qualcuno pensava di essere più pronto degli altri a sventare l’eventuale incidente.
Qualcuno era uscito dalla condivisione della convenzione e aveva smesso di essere parte di un “noi”.
Sembra tutto molto banale ma è proprio quello che stiamo vivendo ancora oggi.
Non rispettare regole di convivenza porta a una disgregazione sociale, e una disgregazione sociale favorisce la parcellizzazione.
Ognuno è solo, e in quanto tale deve necessariamente delegare molti aspetti della sua permanenza nella società a gruppi di potere o economici.
Il ragionare su quale sia un progetto che possa favorire il benessere comune è un’operazione troppo complessa se non viene fatta all’interno di una comunità. E’ difficile, infatti, che una sola persona possa pensare per esempio a come fare perché le leggi siano uguali per tutti, o a come limitare le morti sul lavoro, o per gestire i tempi e i salari di alcuni datori di lavoro.
Oggi vediamo al Governo elementi che non sono parte della storia passata, c’è un mondo nuovo e molto complesso da affrontare, ma mentre chi è entrato nella “sala dei bottoni” e dall’alto emette proclami di ogni genere, dall’altra parte c’è una società che non è più capace di attraversare la strada e mettersi al sicuro.
Siamo tutti l’uno contro l’altro e senza idee per come fare ad uscire da questa esplosione che ha fatto del corpo sociale la vittima predestinata.
Bisogna ritrovare il coraggio e la forza di discutere e misurarsi con i problemi della politica e della società, bisogna riorganizzare il concetto del “noi” e non permettere che la complessità che ci aspetta abbia il sopravvento, perché la complessità è un bene contro l’appiattimento degli slogan attuali che non deve intimorirci.
Dunque è necessario rispettare il semaforo della convivenza civile per riuscire a vedere oltre.

Per approfondire:
Wikipedia-Semaforo
La lunga marcia dei neoliberali per governare il mondo

 

4 pensieri su “Il paradosso del semaforo


  1. Cara Laura,
    e’ interessante usare la tecnica del semaforo per segnalare i
    limiti dei comportamenti per una societa’ civile. In realta’ credo debba essere la religione a dare le regole per una accettabile convivenza, regolando quello che e’ lecito fare senza ledere i diritti altrui.
    La giustizia dovrebbe intervenire quando questi limiti sono superati.
    Purtroppo nel modo moderno lo smodato desiderio di ricchezza porta a non riconoscere il limite imposto dai diritti altrui.
    Il divario trai redditi piu’ bassi e piu’ alti porta ad un sistema in cui la poverta’ affligge la grande maggioranza delle persone e rende molto
    fragile la struttura della societa’. Crea un sistema in cui i populisti non preparati incantano il popolo e preparano una rivoluzione che e’ sempre servita a peggiorare la situazione economica e sociale.
    Ho conosciuto un imprenditore che aveva vergogna di divenire troppo
    ricco ed aveva regalato la sua fabbrica ai dipendenti (Adriano Olivetti).
    Apparteneva ad un altro mondo e la Confindustria e la politica hanno
    combattuto lui ed i suoi eredi sino al fallimento. Sarebbe potuto essere
    la salvezza dell’Italia, all’avanguardia della rivoluzione tecnologica.
    L’incompetenza e l’ignoranza della storia portano a ripetere gli errori
    del passato. A credere che bastino i proclami per uscire dalla bancarotta.
    Masaniello docet.
    Per fortuna c’e’ l’Europa. Speriamo che basti.


  2. ERRATA CORRIGE:
    Ovviamente non RETROPIA, ma RETROTOPIA, così come Bauman battezza il cammino a ritroso verso il passato.
    Mi scuso per il refuso.


  3. Bella e necessaria esplorazione sulla realtà odierna.
    Un grande filosofo contemporaneo, quello della “società liquida”, recita:
    “Una crisi che genera problemi d’impotenza delle istituzioni e d’inadeguatezza degli strumenti………l’incongruità tra la nostra indubbia condizione cosmopolitica e l’assenza di una consapevolezza (per non parlare di coscienza) cosmopolitica che al momento non ha ancora superato la fase delle doglie.” Una sorta quindi di ritardo culturale, un abisso sempre più profondo tra ciò che si “deve fare” e ciò che “si può fare”; tra ciò che importa davvero e ciò che conta per quelli che decidono; tra ciò che accade e ciò che è desiderabile. Credo che la cultura debba aiutare a ridefinire il concetto “noi” e “voi” e, oggi, le più decisive parole rivoluzionarie ci giungono da Papa Francesco. Faticoso riconoscerlo per un agnostico come me: ma abbiamo invertito la rotta e navighiamo a ritroso. Sono gli anni della retropia.
    grazie Laura,
    vale


  4. Bello, questo articolo che fa pensare. La metafora del semaforo come regola di vita che si va perdendo.
    Si riuscira’ a farne ragione? me lo auguro.
    Grazie alla autrice , Laura.
    Stella

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