Il PIL: un feticcio del nostro tempo

Gabriella Carlon
02/03/ 2018

Nel clima neoliberista, in cui tutti siamo immersi, esiste un dato economico, il PIL, che sembra avere un potere magico, infatti lì si concentrano gli sforzi tesi a migliorare la nostra vita individuale e collettiva. Di mese in mese veniamo informati del suo andamento e anche un misero +0,1 fa esplodere la gioia dei media, dei commentatori e anche di gran parte di noi, ormai convinti che aumento del PIL, cioè della produzione, significhi anche maggiori consumi, maggior benessere per tutti, quindi maggiore felicità.
L’accettazione acritica di questi assunti non ci permette di vedere molte ombre:
– il PIL registra anche l’incremento che deriva da droga, prostituzione, incidenti stradali, inquinamento…Ma come possono essere considerati positivi questi fattori?
– davvero maggiori consumi sono auspicabili rispetto all’equilibrio e alla sostenibilità delle risorse? Sappiamo che il pianeta non può fornire risorse illimitate: come se ne esce?
-davvero un aumento di ricchezza prodotta si traduce in maggior benessere per tutti? Le disuguaglianze sono in aumento, sia tra paesi sia all’interno della società tra i diversi ceti sociali: il libero mercato produce maggior benessere ma solo per alcuni. Va bene così?
-infine siamo sicuri che più riusciamo a incrementare i consumi individuali più siamo felici? Di questo vuol convincerci la pubblicità e il sentire diffuso, ma non è difficile accorgersi di quanto il passaggio consumi-felicità sia illusorio e mendace.

Robert Kennedy già senatore USA
Robert Kennedy già senatore USA

Fin dal lontano 1968 Robert Kennedy disse in un famoso discorso all’Università del Kansas:”……Il PIL non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari o l’intelligenza dei nostri dibattiti o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta”.
Il Presidente dell’Uruguay alla Conferenza di Rio (Brasile) del 2012: diceva: “….Siamo venuti al mondo per essere felici….Ma se la vita scorre lavorando e lavorando per consumare un “più” è la società di consumo il motore………lo sviluppo non può andare contro la felicità. Deve essere a favore della felicità umana; dell’amore come prima cosa al mondo, l’amore per le relazioni umane, per la cura dei figli, per gli amici, per le cose semplici”.
Negli anni ’80 un gruppo di intellettuali in seno all’UNDP (programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo) mise in luce come il PIL fosse un indicatore inadeguato a misurare lo sviluppo di un paese e suggerì di correggere la visione puramente economica della BM e del FMI. Ne nacque un nuovo indice, ISU (Indice dello Sviluppo Umano), adottato dall’ONU nel 1990. Concorrono a determinare l’ISU la speranza di vita, il reddito per abitante, il livello d’istruzione collegato al tasso di alfabetizzazione. L’UNDP pubblica ogni anno la graduatoria dei diversi paesi del mondo costruita su tale indice.
Nei decenni successivi altri indici sono stati elaborati; tra questi:
GPI (Indicatore del progresso reale) che distingue tra spese positive che aumentano il benessere e spese negative che derivano da fattori che portano malanni e sofferenza;
ISEW (Indice del benessere economico sostenibile) che misura il valore complessivo dei beni e dei servizi finali prodotti in un paese ma anche i costi sociali e i danni ambientali provocati a medio e lungo termine;
IPU (indice di povertà umana) che misura il livello di privazione nei paesi a basso sviluppo o il diseguale benessere nei paesi a sviluppo elevato;
infine il FIL (Felicità nazionale lorda) di cui già si è detto in precedenza.

Un pensiero su “Il PIL: un feticcio del nostro tempo


  1. All’interno di questo discorso, penso che vada enfatizzato l’aspetto ambiguo sotteso al concetto di “consumo”. La declinazione di questa parola, come si dice nell’articolo, esprime significati molto diversi rispetto al rapporto benessere economico/felicità: il possesso di beni e servizi indispensabili o utili è imprescindibile per raggiungere un livello di benessere psico-fisico soddisfacente e una maggiore felicità individuale, familiare e sociale. Ma il confine di questo traguardo è labile e impreciso, perché viene continuamente spostato in avanti dall’economia dell’inessenziale: una pubblicità ossessiva bersaglia l’immaginario collettivo inducendo nuovi “bisogni” e spingendo verso consumi che durano una stagione o poco più e che riguardano l’immagine, il prestigio, il look, la coreografia della vita come fiction, piuttosto che la vita reale e la felicità autentica dell’individuo e della comunità. Peraltro le aziende che si affannano a generare sempre nuovi “bisogni” non possono agire diversamente, perché devono puntare a una crescita continua per soddisfare gli azionisti, che altrimenti sposterebbero i loro investimenti in settori più redditizi, causando il fallimento di chi non segue le regole del mercato. Ma, come tristemente sappiamo, ogni fabbrica chiusa significa aumento della disoccupazione e del malessere sociale: esattamente il contrario dell’obiettivo che molti di noi auspicano. Ci troviamo, insomma, in un vero e proprio circolo vizioso, aggravato dalla stagnazione economica e dalla concorrenza di produttori stranieri che operano senza vincoli contrattuali né rispetto per i diritti dei lavoratori. Perciò, a mio parere, la domanda più urgente è questa: come se ne esce?

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