IRAQ – Guerra civile e terrorismo: avrà mai fine?

Gruppo Corallo (a cura di Eraldo Rollando)
02-08-2017
Quattordici anni fa, il 20 marzo 2003, ebbe inizio quella che fu chiamata la “seconda guerra del Golfo Persico” (la prima fu quella che prese inizio dall’invasione del Kwait da parte dell’Iraq e si concluse con la cacciata degli invasori da parte USA). Gli Stati Uniti con a capo l’allora presidente George Bush (senior), appoggiati dal Regno Unito e con l’aiuto di altri 38 Paesi tra i quali l’Italia (che non partecipò direttamente, ma fornì appoggio politico e logistico con 3200 uomini), diedero il via all’invasione dell’Iraq, con l’obiettivo di disarcionare l’allora Capo dello Stato Saddam Hussein, accusato di volersi dotare di armi di distruzione di massa – nucleare e gas – e di legami con il terrorismo islamista. Saddam Hussein fu catturato e giustiziato il 30 dicembre 2006, su condanna di un tribunale speciale iracheno.
Saddam è stato un dittatore spietato che, tra l’altro, ha usato armi chimiche ( il tabun, un gas nervino) contro i suoi nemici interni ed esterni ma, dopo la sua morte, delle armi nucleari non si trovò traccia. La guerra fu combattuta con mezzi estremamente brutali, sia da parte della Coalizione che da parte dei “resistenti”. Le perdite in vite umane, come sempre succede in questi casi, hanno una contabilità approssimata: viene stimato che nel periodo 2003-2011 furono uccisi da 119 mila a 140 mila civili e 4800 militari stranieri, in maggioranza americani (33 italiani); citare il numero di morti tra le fila dell’esercito iracheno, forze di guerriglia e milizie irachene diventa esercizio impossibile, data la disparità dei numeri forniti dalle varie fonti ufficiali e non: si tratta in ogni caso di diverse decine di migliaia di caduti.
A questo si aggiunge il non trascurabile costo economico delle azioni belliche stimato in circa 200 miliardi di dollari.
La guerra “ufficiale” terminò con il ritiro scaglionato delle forze in campo e si concluse nel 2011 con la partenza degli ultimi contingenti statunitensi.
Gli Stati Uniti si ritirarono dal “teatro bellico” ma continuarono a mantenere il loro rapporto politico e finanziario con l’Iraq.
Mano a mano che passavano gli anni il Paese si trasformò da una dittatura sanguinaria in un Paese in preda al caos, non essendo stata ripristinata tempestivamente una efficiente struttura di comando dello Stato, decapitata dall’intervento della Coalizione.
Le vicende politiche del dopo Saddam divennero complicatissime e turbolente, tra attentati e rivalità politiche e personali tra i vari leader: con la caduta di Saddam e l’allontanamento dei suoi seguaci sunniti, prese il sopravvento la corrente religiosa sciita. Nel 2006 si formò un nuovo governo sciita con a capo Nuri Kamil al-Maliki, un politico già condannato a morte da Saddam per la sua attività politica di oppositore e fuggito all’estero prima in Iran, poi in Siria. Al-Maliki si riavvicinò all’Iran sciita che divenne, così, sostenitore dello stato iracheno; ottenne l’effetto, però, di alienarsi le simpatie della potente Arabia Saudita e della Turchia, ambedue di fede Sunnita. Tentò di disarmare le varie milizie presenti nel paese e, soprattutto, di combattere lo Stato islamico, ma con successo quasi nullo: questo gli costò nel 2014 il posto di capo del governo.

Cartina iraq
Cartina Iraq

L’ 11 agosto 2014 gli succedette Jawwad al-Abadi, un laureato in ingegneria elettronica a Manchester nel Regno Unito, anche lui di fede sciita, che si dovette confrontare subito con la nascita del cosiddetto “Califfato”, costituitosi da poche mesi, di cui parleremo più avanti. L’incarico di primo ministro a al-Abadi lascia, però, strascichi e veleni, data la posizione assunta, per alcuni giorni, dal suo predecessore al-Maliki di rifiuto a lasciare il potere. Al-Abadi è tuttora capo del governo iracheno.
Tornando alle vicende belliche, abbiamo detto che Il caos Iracheno prese il via nel 2003: in quel periodo, nell’ovest del Paese, si riscontra una presenza ben radicata di gruppi terroristici e jihadisti.
Nel 2004 prese corpo “al-Qaida in Iraq“, poi rinominata “Stato Islamico dell’Iraq” (che porterà, dieci anni dopo, alla nascita dell’autoproclamato “Califfato” del cosiddetto Stato islamico), fondato da al-Zarqawi per combattere l’occupazione americana dell’Iraq. Il gruppo fu responsabile della maggior parte degli attentati terroristici in Iraq, che generarono centinaia e centinaia di morti.
La scintilla che fece deflagrare la polveriera irachena scattò, però, nel 2011 quando, a seguito delle cosiddette “primavere arabe” tunisine e egiziane, si registrano manifestazioni nel Paese, in particolare proprio in quelle aree dove lo jiadismo islamista si era istallato nel 2003.
Ancora nel 2012 si registrarono rivolte in tutto il paese. Contemporaneamente, con la rivoluzione in Siria, un forte gruppo armato, come costola siriana di al-Qaida, prese il sopravvento nella parte nord-orientale di quel Paese al confine con l’Iraq.
Gennaio 2014 è la data “ufficiale” di inizio della guerra civile: “al-Qaida in Iraq” dilagò nel territorio nord-occidentale iracheno e riuscì a collegarsi al gruppo siriano. Dopo aspri combattimenti la città di Fallujia cadde in mano islamista.
Nella conquista dei territori settentrionali del Paese, lo jiadismo islamista si impegnò in una feroce pulizia etnica che Amnesty International definisce di “dimensioni storiche”. Nel suo rapporto (clicca per accedere) del 1 settembre 2014, tra le altre cose, si legge: “Nella sua brutale campagna per eliminare ogni traccia di popolazioni non arabe e non sunnite, lo Stato islamico sta portando avanti crimini orribili e ha trasformato le terre coltivate di Sinjar in campi della morte che grondano sangue … da quando, il 10 giugno, ha assunto il controllo della città di Mosul, lo Stato islamico ha distrutto o danneggiato sistematicamente i centri di preghiera delle comunità non sunnite, tra cui moschee e luoghi sacri sciiti.
Tra le minoranze etniche e religiose prese di mira nel nord dell’Iraq dallo Stato islamico figurano gli assiri cristiani, gli sciiti turcomanni, gli sciiti shabak, gli yazidi, i kakai e i sabeani mandeani. Molti civili arabi e sunniti, sospettati di opporsi allo Stato islamico, sono stati a loro volta vittime di rappresaglie.”
Il 29 giugno 2014, lo Stato Islamico dell’Iraq proclamò

Al-Baghdadi
Al-Baghdadi

unilateralmente l’unificazione del gruppo stesso con la branca siriana di al-Qaida determinando la nascita dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), chiamato anche Daesh, con a capo Abu Bakr al-Bagdadi.
Ponendosi a cavallo tra la Siria nord-orientale e l’Iraq occidentale scelse come capitale la città di Raqqa in Siria.

Bandiera dell' Isis-Daesh
Bandiera dell’ Isis-Daesh

Con questa operazione venne cancellato di fatto il confine tra Siria e Iraq.
Nello stesso mese si impossessò anche della città di Mosul, seconda città dell’Iraq sorta sulle rovine dell’antica città di Ninive, e del suo territorio circostante, inglobando tutto nel nuovo “Califfato”. Le conseguenze di questa operazione furono estremamente pesanti: l’esercito islamista entrò in possesso di grandi quantità di armi americane, abbandonate dall’esercito iracheno, tra le quali carri armati e elicotteri; la notizia fece grande scalpore fra i contribuenti USA, fornitori di armamenti militari all’Iraq per circa 14 miliardi di dollari. Furono, inoltre, saccheggiate le banche di Mosul, che fruttarono all’ISIS 429 milioni di dollari in valuta e oro.
Per tutto il 2015, le truppe governative proseguirono la campagna di riconquista del territorio, con il sostegno, in particolare, degli Stati Uniti: a gennaio parte l’offensiva su Mosul, viene riconquistata la provincia di Diyala nell’est, a marzo Tikrit (città natale di Saddam Ussein) ritorna in mano irachena, in dicembre anche Ramadi viene liberata.
Queste azioni governative furono però “marcate” da efferate azioni terroristiche, condotte da ISIS con autobombe o azioni suicide, che nella maggior parte dei casi, portarono all’uccisione di centinaia di civili. Tra gennaio 2014 e ottobre 2015 circa 19 mila civili sono stati uccisi in fatti bellici connessi con l’ISIS
Nei primi di marzo 2016 venne avviata l’offensiva per la riconquista della città di Falluja. A fine giugno dello stesso anno, dopo tre mesi e con l’aiuto dell’aviazione statunitense, la città venne liberata assieme al territorio circostante.

La diga a Mosul
La diga a Mosul

Nell’estate 2016 un contingente di 500 militari italiani venne schierato a difesa della diga di Mosul (precedentemente caduta in mano alle milizie islamiste nell’agosto 2014 e “riconquistata” dopo un mese di combattimenti) e delle maestranze italiane della ditta Trevi, che a marzo aveva vinto l’appalto per la manutenzione e la messa in sicurezza dell’importante manufatto, sito a pochi chilometri a nord della città.
Il 16 ottobre 2016 riprese vigore l’attacco a Mosul, per strapparla al “Califfato”, coinvolgendo anche forze speciali francesi e britanniche.
Nei primi giorni di gennaio 2017 la parte est, quella che si affaccia sul fiume Tigri, venne liberata; restano in mano all’ISIS i quartieri occidentali – la città vecchia – più densamente popolati, costituiti da strade anguste e da edifici compartimentali, con circa 700 mila persone “in trappola” con la possibilità di essere usati come scudi umani dagli islamisti. Al centro della città vecchia c’è un simbolo da riconquistare: si tratta della Moschea di al-Nuri dalla quale il leader islamista al-Baghdadi, circa tre anni prima, proclamò la nascita del “Califfato” Islamico.
Purtroppo, nell’intento di spingere fuori dalla città i militanti dell’ISIS, a marzo 2017, in uno dei più sanguinosi attacchi degli ultimi anni, un intervento aereo della Coalizione sul quartiere di Jadida ha provocato la morte di oltre 240 civili.
Nel primo semestre del 2017 la pressione delle forze governative e dei suoi alleati su Mosul ovest si è fatta sempre più consistente costringendo l’ISIS a continui arretramenti.
Sono stati visti militanti Jiadisti gettarsi nel Tigri per sfuggire alla morte.
Il 16 giugno fonti russe hanno dato la notizia della morte del “Califfo” al-Baghdadi, sembrerebbe avvenuta il 28 maggio, durante un raid a sud di Raqqa in Siria. L’11 luglio, la televisione irachena Al Sumariya (clicca per l’approfondimento), citando “una fonte nella provincia di Ninive”, ritiene di potere dare conferma della notizia; ma il 17 luglio, l’agenzia di stampa Reuters sconfessa tutti con un’intervista a Lahur Talabany, un alto responsabile dell’anti-terrorismo curdo, il quale dice di essere convinto al 99% che al-Baghdadi è ancora vivo (clicca per l’approfondimento) ed è rifugiato a Raqqa, roccaforte dell’Isis nel nord della Siria. Sulla sua testa pendeva, o pende, da tempo una taglia di 25 milioni di dollari.
Il 21 giugno si ebbe il primo segnale della riconquista completa della città: nella sua ideologia distruttiva ISIS ha fatto crollare, con cariche esplosive, la grande Moschea di al-Nuri famosa, oltreché per il proclama del “Califfato”, per il suo minareto

Moschea di al-Nuri
Moschea di al-Nuri

pendente risalente al XII secolo; ma altre 300 moschee non esisto più a Mosul.
Il 9 luglio il governo di Bagdad ha dichiarato che, dopo feroci scontri durati nove mesi, Mosul era stata liberata e che restavano alcuni piccoli focolai di resistenza, ma che sarebbero stati eliminati nel giro di qualche giorno.

La distruzione a Mosul
La distruzione a Mosul

I cronisti presenti sul luogo raccontano che la città, soprattutto Mosul ovest,è stata ridotta ad uno sterminato cumulo di macerie, dove ci si aggira in un’atmosfera spettrale e dove l’odore dei cadaveri lasciati insepolti è insopportabile; perché a questo sono stati ridotti questi quartieri, dopo mesi di bombardamenti sugli islamisti, ma anche su decine di migliaia di abitanti innocenti, il cui numero di decessi non sarà mai noto. Secondo le Nazioni Unite più di 900 mila persone risultano disperse.
Una notizia aveva preso forza ai primi di aprile 2017 e sta risuonando ancora in luglio: il progetto, già apparso nel 2003, di tripartizione dello Stato stava rinascendo; e cioè la creazione di una federazione con una repubblica sunnita, una sciita e una curda, così come si vorrebbe fare per la Siria.
Sembrerebbe un’idea pacificatrice, ma non lo è: se Iraq e Siria subiranno questo spezzettamento, si creeranno sei statarelli a base etnico religiosa che cercheranno di prevalere l’uno sull’altro in una situazione di conflittualità permanente.
Purtroppo Libia docet.

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