Israele e l’antisemitismo

Gabriella Carlon
10-09-2020
La Sinistra ebraica cerca di creare una rete mondiale dell’ebraismo progressista: la sigla  J-Link  raggruppa numerose organizzazioni provenienti da USA, Canada, Europa, Sudafrica, Australia e Israele. L’obiettivo di tale Rete (espresso nel Documento fondativo) è sostenere la democrazia e il pluralismo “tesi ad assicurare la difesa  dei diritti delle minoranze e la coesistenza di diverse identità culturali, etniche e religiose in società aperte”. Di fronte all’acuirsi di fenomeni di intolleranza e di antisemitismo non si può non essere preoccupati ed è urgente procedere a misure di deciso contrasto. Ma contemporaneamente, recita il Documento, “Registriamo una distanza crescente fra ebrei di più paesi del mondo che difendono le ragioni dei diritti umani, dell’eguaglianza e del pluralismo, e l’affermarsi in Israele di forme di nazionalismo tribale”.

I promotori della Rete auspicano una soluzione pacifica del conflitto con i palestinesi sulla base dell’autodeterminazione dei due popoli, ponendo fine all’occupazione dei territori e agli insediamenti dei coloni; sono contrari allo stato-nazione che discrimina le minoranze non-ebraiche, richiamandosi alla Dichiarazione d’indipendenza dello stato d’Israele (1948) che garantisce “la piena eguaglianza di diritti politici e sociali dei suoi abitanti indipendentemente da religione, razza o sesso”.

Sulla base di queste premesse, nel maggio 2020, la Rete ha inviato un appello ai partiti israeliani (Blu e bianco e Laburista) affinché si oppongano all’annessione di parti della Cisgiordania in contrasto con le risoluzioni dell’ONU e contro il diritto internazionale.

Mi sembra importante la costituzione di questa Rete ebraica, ancorché minoritaria, perché legittima finalmente la critica all’operato vessatorio del Governo d’Israele nei confronti dei Palestinesi allontanando il rischio di incorrere nell’accusa di antisemitismo. Si deve essere risoluti nel  contrastare l’antisemitismo, ma altrettanto chiari nel condannare la politica israeliana di occupazione dei territori e di Gerusalemme-est o di proclamazione di Gerusalemme capitale o di vessazione della striscia di Gaza.
Non si può pensare che la coscienza sporca dell’Europa per i sei milioni di Ebrei sacrificati nell’Olocausto possa essere lavata da un sostegno, a prescindere, al Governo di Israele. E’ tempo di uscire da questa ambiguità.

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