La decrescita felice

Gabriella Carlon
19-02-2019

Parlare di decrescita, quando tutti aspettiamo con ansia la crescita del PIL per risolvere i nostri problemi, sembra davvero bizzarro, ma cerchiamo di riflettere sul senso vero della formula proposta dal Movimento che teorizza la decrescita.
Il termine viene usato la prima volta per intitolare una raccolta di saggi, nella traduzione francese, dell’economista rumeno Nicholas Georgescu-Roegen (1906-1994). Egli ritiene che la concezione neoclassica dell’economia sia ormai insostenibile, perché considera il processo economico come puro rapporto tra produzione e consumo, trascurando completamente la relazione con l’ambiente biofisico; è invece del tutto evidente che l’ambiente fornisce le risorse naturali e riceve i rifiuti di qualunque processo produttivo. Si tratta dunque di smettere di pensare la crescita infinita in un mondo finito: è urgente pensare una nuova scienza economica che si situi entro una visione sostenibile dello sfruttamento della biosfera, capace di prospettare un nuovo modello economico non più fondato sulla crescita illimitata.
Nel 2004 viene fondata in Francia la rivista La decroissance che ha come sottotitolo Il giornale della gioia di vivere. Nel 2005 nasce in Italia la Rete per la decrescita.
Nel movimento per la decrescita confluiscono gli esponenti della bioeconomia di Georgescu-Roegen e i sostenitori dell’antiutilitarismo e dell’economia del dono facenti capo al MAUSS (Movimento AntiUtilitarista nelle Scienze Sociali). Il più noto divulgatore delle idee della decrescita è indubbiamente Serge Latouche.
Il fulcro del programma sono le 8R: Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Ridistribuire, Rilocalizzare, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. Da ciò dovrebbero derivare comportamenti contrari al consumismo e allo spreco, favorevoli invece al riutilizzo e al riciclo. L’industria dovrebbe mirare a produrre beni di lunga durata con possibilità di facili sostituzioni di pezzi di ricambio; l’agricoltura dovrebbe mirare a una produzione di qualità volta a privilegiare i prodotti locali. Si dovrebbe limitare il consumo di suolo e procedere alla ristrutturazione del tessuto urbano, nonché alla cura del territorio. Si auspica una vita più spartana sul piano dei consumi materiali, ma più ricca sul piano della cultura, delle relazioni umane, del tempo liberato, perché si rifiuta il paradigma dell’homo oeconomicus che invece domina la società capitalistica. E’ urgente operare un grande cambiamento culturale. In sintesi si tratta di sostenere valori diversi rispetto a quelli oggi dominanti: altruismo contro egoismo, collaborazione contro competizione, piacere del tempo libero contro l’ossessione del lavoro. Nella società si possono individuare tre cerchi concentrici:
-sfera dell’autoproduzione di beni e servizi;
-sfera degli scambi non mercantili basati sul dono e la reciprocità;
-sfera degli scambi mercantili attraverso il denaro.
La società capitalistica cerca di espandere il più possibile la terza sfera, riducendo tutto a merce; la società della decrescita vorrebbe invece allargare le prime due e ridurre la terza, nella convinzione che solo così è possibile incrementare il livello della felicità umana. Quindi meno consumo di beni materiali (decrescita) ma più godimento nelle relazioni umane e nella fruizione di beni immateriali per una più piena realizzazione della nostra umanità (crescita). A ciò si aggiungerebbe un altro effetto collaterale positivo: la garanzia di lasciare una buona dotazione di risorse per le generazioni future.
Questo nuovo modello di umanità dovrebbe essere perseguito innanzitutto nel Nord del mondo (grande consumatore di risorse e produttore di rifiuti), ma anche il Sud del mondo dovrebbe emanciparsi dal modello di sviluppo occidentale per perseguire strade autonome e innovative.
Come metafora della decrescita viene proposta la lumaca: essa costruisce la sua conchiglia con spire sempre più larghe finché cessa di colpo di crescere, quando l’ulteriore incremento genererebbe sovraccarico, creando difficoltà di movimento e allontanando il benessere. Forse da questa saggezza primordiale qualcosa si può imparare.

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