La difficile transizione

Gabriella Carlon
29-3-2019
E’ innegabile che il mondo descritto dai sostenitori della decrescita felice abbia un fascino a cui è difficile resistere: società solidale e conviviale, niente sprechi, consumi parchi, ma ricchezza di relazioni, di beni culturali e rispetto dell’ambiente. Il problema che ha attirato diversi studiosi, critici della società dei consumi, è però la transizione: come si può passare da una società della crescita a una società della decrescita senza conseguenze sociali disastrose?
Vediamo alcune delle proposte in campo.

Già l’economista Sylos Labini, consapevole dei limiti dello sviluppo aveva prospettato una società senza crescita, con una economia in stagnazione. Una volta raggiunto un relativo benessere capace di soddisfare i bisogni essenziali per tutti, l’attività economica doveva svolgersi a vantaggio della sostenibilità ambientale e dell’incremento del tempo libero e delle attività culturali.
“Prosperità senza crescita” è il nome accattivante che l’economista Tim Jackson, (ed. inglese 2009- trad. it. 2011), ha dato a una prospettiva capace di combattere le disuguaglianze sociali e l’eccessivo consumo di risorse che portano al collasso del pianeta, senza però cadere nella recessione con conseguente crisi occupazionale e diffusione della povertà. Si deve elaborare e diffondere un nuovo concetto di prosperità: prosperità non è la crescita del PIL, cioè un consumo sempre più espansivo di beni per l’accumulo di ricchezza da parte di pochi, ma è uno stato di benessere psicologico che nasce dal perseguire un ruolo sociale e lavorativo e dal sentirsi parte di una comunità ricca di relazioni. Bisogna anzitutto guardarsi da forme di economia nuove solo in apparenza, come il Green New Deal che non cambia il modello economico, né riduce i consumi. La redditività del lavoro e la produttività devono invece essere posti a servizio di obiettivi sociali di lungo periodo, non possono essere miti da coltivare in se stessi. In funzione di tali obiettivi, si devono imporre vincoli ecologici all’attività economica, correggere e indirizzare l’economia della crescita verso fini diversi dal puro profitto e trasformare la logica del consumismo, indirizzandolo verso “consumi” immateriali, che possano essere goduti universalmente. Per realizzare tutto ciò è necessaria una vigorosa azione dello Stato, volta a salvaguardare i beni comuni e pubblici e a mediare tra libertà individuale volta all’interesse privato e beni collettivi. Investimenti in posti di lavoro, infrastrutture sociali, tecnologie sostenibili, volte a ridurre il consumo di risorse, e salvaguardia degli ecosistemi saranno i percorsi che garantiranno la prosperità senza crescita, mantenendo alto il livello occupazionale.

In “La transizione” Guido Cosenza (Feltrinelli, 2008) ritiene che la società post-industriale sia compatibile con un sistema economico stazionario. I grandi cambiamenti delle strutture economico-produttive vanno inseriti nell’evoluzione dell’ambiente naturale del pianeta, inserendo anche la storia umana nella storia complessiva della terra. Infatti solo con un punto di vista unitario possiamo cogliere la strada da percorrere: ci stiamo così accorgendo che la crescita illimitata della produzione e della popolazione non è compatibile con la stabilità dell’ecosistema terrestre.
La società futura dovrà essere caratterizzata da: popolazione stazionaria, produzione di beni stazionaria, consumo di energia limitato, consumo di beni ridotto, produzione di oggetti di lunga durata, riparabili e riciclabili. Come raggiungere gradualmente questi obiettivi? Con una opportuna azione politica che orienti i produttori verso un’economia a ciclo chiuso con operazioni di riciclo; con una vivace opera di persuasione nei confronti dei consumatori che, a parere di Cosenza, sono l’ostacolo maggiore perché la percezione che il consumo sia una conquista e una condizione irrinunciabile di libertà è molto radicata: non si potrà rinnegare il consumo in sé ma orientarlo verso la qualità dei prodotti. Le difficoltà sono grandi, perché viviamo in un mondo globalizzato che non permette di operare cambiamenti in un solo territorio, tuttavia bisognerà saper cogliere l’opportunità dove si apre anche un piccolo varco per coordinare graduali modifiche nel sistema produttivo e umano di tutto il pianeta.

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