L’Africa avanza

Giulia Uberti
18-07-2019

Mentre continuano le discussioni sulla moneta CFA, la storia si evolve.

Sulle rivendicazioni dei Panafricanisti, cui si è già accennato in un precedente articolo, altre voci si sono aggiunte di recente.

Kako-Nubukpo

Kako Nubukpo, il ministro togolese impegnato contro il Franco CFA, lavora da tempo per trovare valide alternative alla moneta attuale che, secondo lui, “è simbolo di paternalismo monetario” da parte della Francia e non aiuta i Paesi africani a ottenere l’autonomia economica.

La sua decisa presa di posizione gli ha procurato fin dal 2017 l’estromissione dall’Organizzazione Internazionale della Francofonia (OIF). Ciò malgrado egli è, e resta, fermo nella sua posizione contraria all’utilizzo di questa moneta nel continente africano. Il suo obiettivo: arrivare a una moneta che potrebbe essere più funzionale e “servire l’interesse generale”. Fra le critiche al Franco CFA si sottolinea la debolezza dello scambio intracomunitario perché, nonostante gli stati Africani producano gli stessi prodotti dei paesi europei, gli scambi tra di loro sono nell’ordine del 10% in Africa centrale e del 15% in Africa dell’Ovest, mentre raggiungono il 60% le transazioni commerciali con l’Europa.

Nella riflessione sul Franco CFA è intervenuto Dominique Strauss-Khan, ex direttore generale del FMI (Fondo Monetario Internazionale), “Il sistema attuale deve essere seriamente rivisto” e, a un anno di distanza dalla pubblicazione di un suo studio molto critico sul F CFA, intitolato “Zona CFA. Per una emancipazione a beneficio di tutti”, Dominique Strauss-Khan prefigura dei percorsi volti a riformare la cooperazione monetaria fra la Francia e i 14 Paesi della zona F CFA. Nel giugno scorso, inoltre, lo stesso Strauss-Kahn, in un’intervista rilasciata a Jeune Afrique, sottolineava la necessità per gli Africani di ritrovare la sovranità della loro moneta.

…ma la storia si evolve ulteriormente… e, in un momento di crisi del progetto di integrazione, inclusa quella in atto nell’Unione Europea – dove avanzano le tendenze protezioniste – i paesi africani stanno compiendo passi avanti con il lancio del più grande accordo di libero scambio al mondo quanto a numero di parti contraenti.

Il 21 marzo 2018, infatti, a Kigali (capitale del Ruanda), 44 stati membri dell’Unione africana (UA) hanno firmato un accordo per istituire un’area di libero scambio continentale africana: AfCFTA (African Continental Free Trade Area, nell’acronimo inglese), congiuntamente a tre protocolli che regolano lo scambio di beni e servizi, nonché la risoluzione delle dispute. Il lancio dell’AfCFTA rappresenta una pietra miliare all’interno del processo d’integrazione africana, essendo il progetto più importante nell’ambito dell’Agenda 2063 dell’UA (intitolata The Africa We Want), che stabilisce le aree prioritarie per lo sviluppo del continente nei prossimi cinquant’anni.

I partecipanti all’incontro del 21 marzo 2018

Il 7 luglio 2019, Moussa Faki, il presidente della Commissione dell’Unione africana, rivolgendosi ai leader riuniti in un vertice straordinario per avviare la fase operativa dell’Area di libero scambio africana, ha dichiarato: “Dobbiamo agire per i giovani. Niamey segnerà la storia. L’AfCFTA sarà la più grande area commerciale del mondo”. Oggi, sono ufficialmente 54 (su 55) i Paesi africani che hanno sottoscritto l’accordo raggiunto nel 2018 dopo la firma del Benin, ma soprattutto della Nigeria, prima economia del continente con oltre 190 milioni di abitanti e il 17% del Pil africano. L’Eritrea è l’unico Paese a non aver aderito.
La decisione di lanciare la TFTA (zona di libero scambio tripartita) nel 2015 ha facilitato l’odierno raggiungimento dell’AfCFT e migliorato la connettività e la mobilità dei cittadini africani. Questo passo dimostra un rinnovato interesse dei leader politici africani verso un’integrazione profonda per il raggiungimento di obiettivi di crescita, sviluppo e riduzione della povertà.

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