Legge elettorale e democrazia

Gabriella Carlon
10-4-2017

La legge elettorale è ormai un tormentone: il Parlamento ha ripetutamente sfornato leggi elettorali incostituzionali e anche (pensando di aver già vinto il Referendum costituzionale) per una sola Camera. Come abbiamo potuto eleggere una simile compagnia di incompetenti?
La legge elettorale è fondamentale per la scelta del tipo di democrazia che si vuole realizzare.
Una legge che preveda sistemi maggioritari garantisce la governabilità: l’esecutivo gode di certezza per tutta la legislatura, non ha bisogno di mediazioni né tra le forze politiche presenti in Parlamento né con i corpi intermedi della società; il capo del Governo ha un filo diretto con gli elettori che gli delegano il potere fino alla successiva tornata elettorale. Se al maggioritario si aggiungono i capilista bloccati e un largo premio di maggioranza, si esautora di fatto il Parlamento, che si troverebbe, nella sua maggioranza, nominato dal capo del Governo.
Lo schema del populismo, inteso come popolo indistinto che si identifica in un capo, si adatta bene a questa concezione della democrazia. Ma perché tiriamo un respiro di sollievo quando i populisti non vincono in Olanda? Perché vengono fermati contenuti nazionalisti e xenofobi certamente, ma anche perché il meccanismo formale dell’elezione popolo-capo non è in grado di garantire la democrazia e può permettere la degenerazione in regimi autoritari di vario tipo, come si è già visto nella storia. D’altra parte se il popolo è concepito come un “unicum” indistinto e omogeneo (per etnia, religione, interessi materiali), quali limiti si possono porre al potere del capo da lui eletto? Se non si vogliono vedere le articolazioni e le diverse facce della società, perché mantenere il pluripartitismo? Non è preferibile un grande partito che rappresenta la nazione?
Ma esiste anche un altro modo di intendere la democrazia: se viene concepita come un sistema politico capace di coinvolgere i cittadini non solo al momento del voto, allora diventa prioritaria la rappresentatività. Il massimo di rappresentatività si ottiene con una legge che preveda il proporzionale puro e nessun vincolo, né di sbarramento né di blocco delle liste. I cittadini sono tutti rappresentati, si sentono inclusi nella società e invogliati a partecipare al voto per far sentire la propria voce. Avere fasce di popolazione che si sentono escluse dalle istituzioni può essere pericoloso, perché può creare risentimenti e reazioni che non riescono a trovare canali pacifici per esprimersi. Proprio per dare rappresentanza alle minoranze viene pensato il sistema proporzionale che, tra Ottocento e Novecento, si diffonde in Europa sostituendo il maggioritario, salvo in Gran Bretagna. Il problema del cambiamento del sistema elettorale si pone in concomitanza con la progressiva estensione del suffragio; il sistema elettorale censitario permetteva una certa omogeneità dell’elettorato e quindi era più funzionale il maggioritario (si trattava di scegliere le persone tra programmi non troppo dissimili), ma con l’avvento del suffragio universale l’elettorato si presenta con interessi conflittuali e il problema della rappresentanza diventa pressante. In Italia si è votato col proporzionale dal 1919 e alla sua introduzione non è stata estranea la preoccupazione per l’avanzata dei partiti di massa, socialista e popolare, che nei collegi uninominali avrebbero potuto soppiantare i liberali.
Tutto bene dunque col proporzionale? No, perché il proporzionale può rendere difficile la formazione di maggioranze in grado di sostenere stabilmente il Governo. Inoltre il voto di lista con preferenze si presta a tutti i giochi del voto di scambio.
Bisognerebbe trovare un equilibrio tra governabilità e rappresentatività: sarà in grado di farlo il nostro Parlamento senza incappare di nuovo in una legge incostituzionale?
Tante potrebbero essere le soluzioni: collegi uninominali in cui ogni lista presenta un solo candidato, o proporzionale con bassa soglia di sbarramento e piccolo premio di maggioranza o altre tecniche miste. Dovrebbero comunque essere prioritari due obiettivi: il ristabilimento di una relazione tra elettori ed eletti, in modo che tutti i cittadini si sentano rappresentati e che tutti gli eletti si sentano responsabili non di fronte al capo-partito ma di fronte agli elettori. Solo ristabilendo un reciproco rapporto si può uscire dalla polemica contro la “casta” che non favorisce certo la vita democratica.
Il secondo obiettivo è una legge elettorale pensata per un giusto equilibrio tra stabilità del governo e rappresentanza della società: se manca una visione del paese nel suo complesso e la volontà di garantire a tutti lo spazio per intervenire nel processo democratico, si approveranno, magari a colpi di voti di fiducia, leggi elettorali che mirano solo alla conquista del potere da parte del proprio partito. E questa sembra essere purtroppo la prospettiva che guida i nostri parlamentari.
Ma chissà…….stiamo a vedere.

Un pensiero su “Legge elettorale e democrazia


  1. Ho trovato chiaro e puntuale l’articolo, anche nel presentare la difficile mediazione tra rappresentatività e governabilità.
    Ho solo due osservazioni:
    – tra i motivi che determinano l’attule crisi della democrazia manca un riferimento esplicito alla pesante situazione economica, in cui le impellenti necessità della sopravvivenza portano a non riconoscersi più in uno stato che ha permesso questa deriva;
    – trovo che la proposta di collegi uninominali non sia una soluzione accettabile per la reale rappresentatività degli elettori in quanto elimina molte liste, che a volte presentano anche risultati notevoli.

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