L’identità italiana rispolverata

Adriana F.
26-10-2018

In Europa e nel mondo avanzano i partiti sovranisti. E lo stesso avviene anche in Italia, dove qualcuno lancia appelli in difesa dell’italianità che ci distingue e ci accomuna, mettendo in guardia contro il pericolo che si disperda il patrimonio culturale (e non solo) di cui siamo portatori.

Il richiamo all’identità italiana, di cui ultimamente si parlare con una certa frequenza, può risultare senza dubbio accattivante, ma sono in molti ad avvertire una certa apprensione per il corollario di orgoglio nazionale (o di nazionalismo) che può derivarne, in quanto ogni affermazione di identità comporta il raffronto con una “diversità” che può essere presentata come minacciosa. Per questo motivo il discorso identitario rappresenta una sfida e induce a riflettere.
Cercando di capirne di più, ho trovato molto interessante un articolo di Tomaso Montanari dello scorso settembre (“L’identità inventata degli italiani”), che mi ha indotto ad approfondire la questione. Ho così constatato che l’argomento è stato trattato non solo dagli storici, ma anche da illustri filosofi e studiosi delle scienze umane, interessati al concetto di identità e al suo ruolo sia nella formazione della personalità del singolo individuo, sia nei fenomeni di massa che tanto hanno inciso nella storia europea e mondiale del ’900.
Il primo aspetto messo sotto la lente di ingrandimento dagli studiosi è il significato etimologico del termine “identità”, che indica “eguaglianza”, “corrispondenza perfetta” tra due o più termini di paragone, siano essi oggetti o persone. E già da questa prima definizione risulta evidente l’inadeguatezza della parola se applicata a una comunità o a un popolo, perché nessuno è mai “perfettamente identico” ad altri. Semmai può essere “simile” o avere qualcosa in comune, ma senz’altro avrà anche molto di diverso. Sostenere il contrario significa assecondare sbrigative generalizzazioni, stereotipi infondati. Pertanto sarebbe meglio parlare piuttosto di “somiglianza” relativamente ad alcuni aspetti: una formula che certo risulterebbe molto meno evocativa e trainante rispetto a un discorso che accomuna tutti in un unico nucleo di specificità.
Passando dalla parola ai contenuti, il richiamo identitario include diversi elementi di rilievo, come le origini, la lingua, la religione, la storia, le tradizioni e i miti nazionali. Però un’analisi non emotiva di questi riferimenti, basata su dati e fonti storiche attendibili, smentisce in modo netto l’unicità di attribuiti che dovrebbero configurare l’identità italiana. A partire dalla tanto conclamata “origine comune”. Basta infatti una conoscenza elementare della nostra storia per rendersi conto che il popolo italiano è il risultato di innumerevoli incroci con altre genti avvenuti in seguito a una lunga serie di conquiste, invasioni, annessioni e spostamenti di individui e gruppi. Il processo, iniziato con l’espansione dell’impero romano (che aveva conquistato immensi territori e rimescolato i rispettivi popoli), era proseguito nelle epoche seguenti con nuovi arrivi dai confini orientali e infine con l’occupazione e la spartizione del nostro territorio da parte di grandi potenze europee. Ciascun conquistatore aveva portato un seguito di soldati, funzionari, commercianti e addetti a varie mansioni, che si erano imparentati con gli abitanti locali e avevano messo le radici nella nostra penisola. Si è trattato, insomma, di una vicenda secolare, continuamente destrutturante e rifondativa. O, come dice argutamente Montanari, di “una coabitazione senza selezione che dura fin dalla mitica fondazione di Roma da parte della discendenza di Enea, rifugiato, richiedente asilo e migrante troiano”.
Oltre alla questione delle origini, la storia smentisce anche le altre pretese di unicità proclamate dal nostro Risorgimento, che vedeva l’Italia come “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor” (A. Manzoni, Marzo 1821). Questa immagine decisamente idealizzata aveva (e ha) ben poche corrispondenze nella realtà. Infatti, se è verosimile l’unità “d’altare” (perché la religione cattolica era davvero praticata da gran parte della popolazione, pur con varie specificità locali), altrettanto non si può dire per le altre voci. La diversità non riguardava soltanto il sangue (l’origine): era diversa anche la lingua, perché l’italiano era conosciuto solo dalle persone istruite (pochissime alla vigilia dell’unità), mentre la popolazione parlava lingue e dialetti diversissimi e talvolta incomprensibili tra loro; erano diverse le “memorie”, rielaborate su vicende e condizioni di vita poco confrontabili; era in gran parte diverso il “cuore” (l’amor di patria) perché molti ignoravano la stessa esistenza di un’idea di unità nazionale, mentre altri erano fedeli ai loro sovrani e altri ancora non credevano alle promesse di cambiamento. Anche l’élite patriottica non aveva un’unicità di vedute. Coloro che ne facevano parte (prevalentemente nobili e borghesi) avevano ideali assai distanti sia sulla forma che avrebbe dovuto assumere lo stato in fieri (federale o accentrato, monarchico o repubblicano, guidato dal papa o dal Re di Sardegna), sia sulle strategie per raggiungere l’obiettivo (mediante accordi diplomatici, insurrezioni popolari o su iniziativa di un sovrano).
E, come è noto, la conflittualità non è diminuita neppure all’indomani dell’unità: le contraddizioni e le divisioni interne (tra Stato e Chiesa, nobiltà e borghesia, governanti e governati) sono rimaste irrisolte fino alla prima guerra mondiale e ne hanno pagato le conseguenze soprattutto le regioni più svantaggiate del centro-sud, dove il nuovo stato è risultato in gran parte assente e ha lasciato immutati i rapporti di potere locali e l’arretratezza sociale ed economica di quell’area geografica. Con il risultato di un cammino molto lungo e faticoso per ottenere il riconoscimento di diritti e libertà fondamentali per tutti i cittadini.

In un contesto così discorde fin dalle origini, quale memoria storica può accomunare tutti gli italiani? E cosa significa questo revival identitario? La risposta degli studiosi, quasi univoca, focalizza il significato di esclusione che vi è sotteso. L’antropologo Francesco Remotti afferma “sotto all’immaginazione della sostanza biologica e culturale si coglie la sostanza materiale… Alcuni dati molto grossolani ci fanno capire l’entità della posta in gioco: “noi” occidentali, che grosso modo rappresentiamo il 20 per cento dell’umanità, stiamo utilizzando l’80 per cento delle risorse mondiali. L’identità è una strategia di difesa che si riveste da mito… C’è una gran paura sotto tutto ciò: la paura di perdere le proprie cose, i propri privilegi, le proprie sostanze; la gran paura di dover spartire”. (da L’ossessione identitaria, 2010).
Analogo il parere di Eric Hobsbawm, che nel 1983 ha parlato di “invenzione della tradizione”, asserendo che dovunque, nell’età moderna, si è utilizzato il passato storico per creare riti e miti utili a rafforzare la coesione di gruppo. Ovvero, la storia è stata ricostruita, travisata e addomesticata per creare una narrazione esaltante, capace di indurre i cittadini a serrare le fila in vista di obiettivi comuni.
Questa strategia del consenso può anche risultare utile, e personalmente mi sembra più che legittima, se a monte del processo ci sono istituzioni democratiche che perseguono politiche di pace, di giustizia, di welfare e di sviluppo. Ma cosa può accadere se la retorica delle radici comuni e dell’identità viene utilizzata per scopi elettorali facendo leva sulle frustrazioni e sulle paure della gente e additando come “nemico” chi è “diverso da noi”? Vedremo erigersi sempre più muri identitari per tenere fuori dai nostri confini chi arriva in Europa per fuggire miseria, guerre, malattie e persecuzioni?

Un pensiero su “L’identità italiana rispolverata


  1. Con un certo ritardo leggo questo testo, che peraltro non ha avuto altri commenti, e vorrei fare delle osservazioni.
    Che l’identità italiana nell’ Ottocento non esistesse lo diceva anche Cavour e non vale la pena di perderci tempo. Più interessante sarebbe vedere che cosa ne è stato dell’italianità nel “secolo breve” attraverso guerre mondiali, guerre coloniali, guerre fredde …, ma in fondo anche questo è già un po’ datato.
    Il discorso più complicato, che non si può esaurire in poche righe e forse nemmeno in molte pagine, riguarda il concetto di identità sullo sfondo della globalizzazione, cioè oggi.
    Forse potremmo accontentarci di analizzare a che cosa serve e a chi serve.

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