L’insostenibile leggerezza dei cacciatori di sabbia

Adriana F.
13-9-2018

Eccessivi prelievi di sabbia e ghiaia in tutto il mondo sconvolgono gli equilibri idrogeologici, mettono a rischio spiagge e argini, trasformano interi territori in luoghi desolati danneggiando le collettività locali.

La corsa al cemento su scala mondiale non è mai stata così frenetica e l’aumento della domanda di sabbia sta portando a un impoverimento delle risorse esistenti. Il problema è più serio di quanto comunemente si creda, ma è spesso sottovalutato dalle aziende, dai governi e dall’opinione pubblica, che non viene dovutamente informata sull’entità del fenomeno. In effetti, non conoscendo i dati, sembra difficile credere che un materiale così poco pregiato sia diventato oggetto di un business colossale, disciplinato da poche regole (o addirittura da nessuna) e gestito da imprese prive di scrupoli. Eppure è proprio così, come denunciano da anni le associazioni ambientaliste di ogni paese.
Ma a cosa si deve la folle corsa a quello che qualcuno già definisce il “nuovo oro nero”? Come spiega Roberto Antonini in un articolo dello scorso aprile su La Stampa, la sabbia è un materiale utilizzato in molte lavorazioni: calcestruzzo, vetro, elettronica, chimica, cosmetica, e adesso anche nel fracking (una tecnica di estrazione di petrolio e gas ottenuta fratturando le rocce, che ha portato la domanda di sabbia alle stelle, perché un pozzo di media grandezza ne richiede da 3.500 a 10 mila tonnellate). In generale, però, il consumo abnorme di questo materiale è da attribuire all’espansione vertiginosa delle città in tutti i continenti, e le nuove costruzioni richiedono quantità di cemento enormi e in continuo aumento.
I numeri in proposito sono significativi. La popolazione urbana oggi ammonta a 3,9 miliardi di persone e si stima che arriverà a 6,3 miliardi nel 2050. Le megalopoli, già di dimensioni smisurate, puntano a espandersi ulteriormente. Shanghai è una città di 23 milioni di abitanti, come l’intera popolazione del Nord Italia, e progetta ancora di allargarsi. Mezzo miliardo di cinesi vive oggi in una città e molti altri lo faranno in futuro, perciò il bisogno di cemento continuerà ad aumentare.

Barcellona-Ripascimento della spiaggia (Foto Wikipedia)

In India il consumo di sabbia è triplicato negli ultimi 17 anni; Singapore in 20 anni ne ha importata per oltre 500 milioni di tonnellate e ha riempito il suo mare con la sabbia prelevata da mari di altri paesi, aumentando la propria estensione del 22% rispetto agli anni 50; in Malesia il progetto Forest city (finanziato da fondi cinesi) prevede la creazione di quattro isole artificiali per 700mila nuovi residenti entro il 2050.

Tutto ciò non è senza conseguenze. I guai causati dagli eccessivi prelievi di sabbia sono spesso segnalati come monito dagli osservatori. Negli Stati Uniti l’ingegnere Ed Thornthon, esperto in preservazione delle coste intervistato dal Guardian, ha dichiarato che ogni anno spariscono 30 kmq di coste californiane per alimentare l’industria del calcestruzzo. Inquietante, in un ambito diverso, è anche il caso di Miami Beach (Florida), città famosa per la sua lunga spiaggia bianca, che non è affatto naturale come si crede, ma è stata pompata dal fondo dell’oceano nel corso degli anni con investimenti multimilionari per sostituire quella risucchiata dall’oceano dalle grandi mareggiate invernali e riportata a riva solo in minima parte dalle onde estive. Purtroppo oggi la riserva sta finendo e trovarne altra, anno dopo anno, sarà costoso e complicato. Nel 2016, per averne una uguale a quella originale, si è dovuti ricorrere ai sassi di una miniera di Witherspoon, circa 160 chilometri più a nord, con una previsione di spesa pari a 12 milioni di euro. Ma il problema continuerà a riproporsi in futuro, perché il ripascimento delle spiagge, una volta iniziato, non si può più smettere. Oltre a ciò, l’acqua davanti a Miami sta salendo al ritmo di 2,5 centimetri l’anno – un processo che sembra in accelerazione.
Ancora più drammatico è quanto accade nell’area del lago di Poyang (nello Jangxi, Cina), che in passato era la maggiore riserva d’acqua potabile del paese, ma dopo un decennio di escavazioni forsennate con mezzi capaci di estrarre centomila tonnellate di sabbia all’ora, il bacino ha iniziato a rimanere secco per molti mesi dell’anno. Sempre in Cina, gli scavi sulle rive dello Yangtze (Fiume Azzurro) hanno provocato diverse frane vicino a Shanghai e le autorità sono state costrette a fermare i prelievi. Ma forse l’evento più emblematico dei guasti provocati dal continuo saccheggio è la scomparsa di 24 isole sabbiose indonesiane a causa dei prelievi eccessivi.

A effettuare le escavazioni, precisa Vittorio Sabadin in un articolo del febbraio 2017, sempre su La Stampa, sono soprattutto le grandi compagnie dotate di moderni macchinari, ma non solo: in India, in Cina e nel Sud Est asiatico a prelevare sabbia è anche la “gente comune, che poi la trasporta verso le città su camion e a volte a dorso di asino, e viene già taglieggiata da organizzazioni criminali”.

Qualcuno potrebbe chiedersi: non è sempre stato così? Gli scavi per reperire materiali per l’edilizia non sono sempre andati aumentando nel corso dei secoli? Verissimo, ma la novità dei nostri giorni è la quantità del materiale prelevato, che ha assunto ritmi e dimensioni insostenibili. I depositi di sabbia e ghiaia, come tutti sanno, si sono formati nel corso di migliaia di anni grazie ai processi di erosione, che continuano tuttora. Il guaio è che oggi le quantità prelevate sono di gran lunga maggiori rispetto alla naturale possibilità di rinnovo.
Già nel 2015 il ricercatore dell’Istat Aldo Femia aveva calcolato che l’attività umana in un anno stava spostando tra i 50 e i 60 miliardi di tonnellate di roccia, pietre, sabbia e ghiaia, di cui due terzi per le industrie e per le costruzioni. Tali quantità di materiali corrispondevano al doppio dei materiali eruttati dai vulcani oceanici, il triplo di quelli portati al mare da tutti i fiumi del mondo, il quadruplo di quelli che sposta la formazione di montagne, dodici volte quelli trascinati dai ghiacciai, sessanta volte quelli dovuti all’erosione eolica. E poiché i prelievi sono in costante aumento, è inevitabile che dobbiamo aspettarci un impatto ambientale senza precedenti.

Se la fame di cemento rende ciechi e sordi gli imprenditori del settore (a monte e a valle della filiera, committenti inclusi), gli esperti in materia idrogeologica e le organizzazioni per la tutela dell’ambiente fanno appello ai governi e alle amministrazioni locali affinché vengano prese misure efficaci per contenere i disastri ambientali causati dalle dissennate escavazioni. La strada più sostenibile da essi indicata è quella emanare nuove leggi per implementare e incentivare l’uso di materiali riciclati provenienti dal processo di recupero, selezione e trattamento degli inerti che provengono da costruzioni e demolizioni. Tali materiali normalmente finiscono in discarica, ma oggi possono essere trattati con moderni strumenti tecnologici e sono quindi perfettamente in grado di sostituire i prodotti vergini estratti dalle cave.
Questo percorso virtuoso, per ora adottato unicamente da architetti, ingegneri e imprese edili all’avanguardia, non soltanto garantirebbe un minore impatto ambientale, ma offrirebbe altri interessanti vantaggi per gli operatori del settore e per la collettività: meno costi per lo smaltimento degli inerti in discarica, prezzi più competitivi rispetto ai materiali estratti dalle cave e un aumento dei posti di lavoro (30% circa) nelle aziende di trattamento dei prodotti di scarto provenienti dai cantieri.

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