Oeconomicae et pecuniariae quaestiones

Gabriella Carlon
10-06-2018

No al dominio incontrastato della finanza

Gli organismi vaticani Congregazione per la Dottrina della Fede e Dicastero per lo Sviluppo umano integrale hanno emanato congiuntamente, il 6 gennaio 2018, il documento in oggetto, riguardante la gestione attuale del sistema economico-finanziario.
Si ribadiscono i principi etici fondamentali e tradizionali: verità e giustizia devono guidare l’attività economica; la libertà d’impresa deve essere garantita, ma nell’ottica del bene comune e della promozione integrale della persona.
Larga parte del documento è dedicata a una denuncia forte e serrata dei mali e delle conseguenze negative dell’attuale sistema economico-finanziario: le crescenti disuguaglianze, la deregulation dei mercati finanziari, i paradisi fiscali e la finanziarizzazione dell’economia che sottrae investimenti al mondo produttivo, la riduzione del lavoro a pura merce di scambio anziché valorizzarlo come mezzo per la realizzazione di sé. Si sottolinea inoltre l’asimmetria, nella contrattazione finanziaria, tra il risparmiatore spesso ignaro e fiducioso e gli agenti dell’Istituto di credito. E’ ormai evidente che il mercato non è in grado di regolarsi da solo e che gli egoismi degli enti finanziari trionfano con conseguenze nefaste e pericolose per l’intera società.
Si propongono quindi alcuni interventi concreti, da attuare con urgenza, per mantenere sano il sistema finanziario e per porre fine al dominio incontrastato della Finanza nel mondo economico.
E’ necessaria una certificazione da parte dell’autorità pubblica dei prodotti finanziari di nuova introduzione, che garantisca della loro correttezza e costituisca una barriera contro il rischio di “intossicazione” della finanza “sana”(punto19); i diversi sistemi finanziari devono essere governati da regole sovranazionali concordate, visto che negli ultimi decenni l’ingenua fiducia sull’autoregolazione dei mercati ha dimostrato tutti i suoi limiti (punto 21); lo scopo dell’attività finanziaria deve essere quello di creare cooperazione e diffusione della ricchezza e non competizione sfrenata volta solo al profitto; nelle operazioni finanziarie ci deve essere la massima trasparenza e correttezza di informazione, particolarmente per i piccoli risparmiatori, in modo che possano scegliere a ragion veduta (punto 22); viene proposto di sperimentare, nelle Banche, l’introduzione di un Comitato etico accanto al Consiglio di amministrazione, in modo da creare un giusto equilibrio tra la legittima e oculata gestione del patrimonio e la necessità di un adeguato sostegno all’economia reale(punto 24).
Si insiste poi sugli aspetti fortemente negativi della finanza offshore che, sottraendo entrate allo Stato con l’evasione o l’elusione fiscale, aggrava il debito pubblico, toglie servizi essenziali ai più deboli e sottrae capitali all’economia reale.
Infine si fa appello ai risparmiatori perché gestiscano i propri risparmi con oculatezza e senso morale, mentre si invitano le diverse Associazioni della società civile a vigilare per contrastare un sistema finanziario deregolato e dannoso.

Alcune notazioni: il fatto che il documento sia congiuntamente firmato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e dal Dicastero per lo Sviluppo umano integrale sembra voler sottolineare il nesso molto stretto tra fede e prassi conseguente; inoltre mi sembra interessante il punto 3) che sostiene la possibile convergenza etica di tutte le culture a sostegno della dignità umana, il che rende auspicabile da un lato l’applicazione del contenuto al di fuori del mondo finanziario cattolico, dall’altro il riconoscimento di principi etici anche in culture diverse e lontane dall’ambito cattolico, nella preoccupazione di salvaguardare la comune umanità presente in ogni abitante del pianeta.

Link al testo integrale

Un pensiero su “Oeconomicae et pecuniariae quaestiones


  1. Che operatori finanziari, banchieri o industriali possano concepire la libertà d’impresa “nell’ottica del bene comune e della promozione integrale della persona” mi sembra molto improbabile, a parte rarissime eccezioni. Chi avvia un’attività commerciale o apre un’azienda o investe denaro, lo fa sempre per guadagnare. Inclusi i buoni cristiani e i laici con alto senso di responsabilità sociale. Altrimenti… il gioco non varrebbe la candela.
    A mio parere sarebbe già un grande passo avanti se i soggetti in questione si responsabilizzassero sul concetto di “non recare danno alla comunità”. Per esempio, rispettando le regole di sicurezza sul lavoro, erogando salari dignitosi, pagando le tasse dovute, non esportando capitali all’estero, e via dicendo.
    Un incentivo alla correttezza imprenditoriale e finanziaria dovrebbe venire dalla legge, la quale però è lenta nelle decisioni, lentissima nelle procedure e spesso condizionata da modelli liberisti che non hanno nel loro vocabolario l’espressione “bene comune”. Ciò impedisce, da un lato, di punire severamente e in tempi rapidi chi ha recato danno alla collettività (cosa che sarebbe un ottimo deterrente) e, dall’altro lato, di premiare con sgravi fiscali o altri incentivi chi rispetta le regole e sviluppa iniziative utili o interessanti a favore dei lavoratori e della comunità locale.

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