Populismo?

Eraldo Rollando
18-03-2015

Nel 1977 l’allora deputato Giorgio Napolitano, membro del PCI e in seguito Presidente della Repubblica Italiana, portava in evidenza  la grave situazione politica e sociale che il Paese  stava attraversando, pur riconoscendo essere  in via di risoluzione la crisi economica che si era dovuta fronteggiare negli anni precedenti.
Avvertiva, però, che la ripresa economica avveniva  in presenza dell’incerto andamento produttivo collegato anche alla difficile situazione dell’economia mondiale, ad un alto tasso di disoccupazione, in particolare con l’esclusione di una larga fascia di occupazione femminile e in presenza di masse ingenti di giovani disoccupati, al preoccupante pericolo di disgregazione del Mezzogiorno e in presenza di sacche di emarginati che nelle grandi città  provocano un forte disagio nella società.  “I pericoli che minacciano le istituzione democratiche vengono innanzi tutto da qui …”
Sembra la cronaca di questi giorni: quasi 40 anni dopo, la situazione non si può dire sia molto cambiata.
Chissà se il livello di corruzione nella pubblica amministrazione si trovava  ai livelli che oggi registriamo?
La disaffezione dalla politica ha, quindi, un passo lungo nel tempo e l’antipolitica ha avuto molta acqua sulla quale galleggiare.
Ci si può stupire se nei talk-show televisivi da molto tempo la parola più gettonata sia populismo?
Ma, quale populismo? Qual è il populismo genuino e quale quello “taroccato”?

Dunque: Populismo.
Se ne parla molto, e viene molto praticato sia dalle opposizioni che dai governanti.
Semplificando al massimo, si può attribuire al termine un doppio significato:
1 – in negativo, identificando chi fa demagogia richiamandosi al popolo e attuando quella   pratica politica che tende a ottenere il consenso popolare attraverso promesse o           “visioni” fatte passare come importanti, se non addirittura indispensabili ma la cui realizzazione è difficile, se non impossibile.
2 – in positivo, chi governa traendo la sua forza dalle richieste del popolo e la usa per realizzare un programma di governo che, appunto, venga incontro agli interessi del popolo stesso.

E’ il significato negativo che oggi è maggiormente “visto” (e che preoccupa di più chi ha a cuore le sorti della democrazia, per le storture che ad essa possono essere apportate).
Fra i politici italiani, ma anche nei giornali e in televisione, il termine populista viene usato molto spesso in modo scorretto. In aggiunta a ciò, c’è da rilevare che quando un termine viene inflazionato dall’uso lo stesso comincia a perdere il suo significato originale, diventa persino diafano, quasi trasparente creando una catena di distorsioni per la quale l’ormai “suono” perde sintonia tra la fonte e la destinazione.
Molti hanno provato a definire i confini del termine e a individuarne il “genitore”. Si possono fare due considerazioni: la prima è che condivide con Democrazia il riferimento al popolo ma non ha vero status di teoria politica, la seconda è che, come afferma il politologo e ordinario di scienze politiche Marco Tarchi su Repubblica del 2003, “…ha molti padri, interpreti e seguaci ma nessun maestro”

 

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