Prima gli italiani

Gabriella Carlon
15-11-2018
Il ritornello “Prima gli italiani” è ormai ampiamente condiviso, sta diventando un modo di sentire comune. Anche perché non può che essere piacevole veder affermata una propria priorità: ci sentiamo coccolati da un senso di appartenenza e protezione che ci rassicura, come i bambini sono rassicurati dai genitori (quando difendono un loro diritto o un loro privilegio?). Il significato è lo stesso anche per le persone adulte: se noi veniamo prima, qualcun altro deve venire dopo. E chi non prova un sottile compiacimento nel sentire che possiamo avere la precedenza rispetto a qualcuno che è fuori dalla nostra cerchia o che addirittura viene indicato come “nemico”? “Prima gli italiani” assume quindi un forte potere evocativo, che ci fa sentire appagati e contenti.
Ma poiché l’uomo è un animale razionale (come già sosteneva Aristotele), sarà meglio sottoporre il ritornello a un’analisi più attenta, al di là della piacevole immediatezza.

Chi sono “gli italiani”? La prima risposta è di natura giuridica: sono coloro che hanno la cittadinanza italiana. Formalmente è tutto chiaro: i cittadini godono di tutti i diritti costituzionali, inclusi quei cittadini che non sono nati tali, ma lo sono diventati con una acquisizione successiva (si tratta di 184.638 persone). Più complesso è definire il contenuto dell’avverbio prima: prima di chi? La risposta di chi sbandiera quello slogan è univoca: prima di tutti coloro che vivono sul territorio dello Stato ma sono stranieri. Infatti costoro non godono dei diritti politici, non possono votare. Nasce però un problema: la grande maggioranza di loro lavora e paga le tasse. È giusto, allora che costoro non abbiano il diritto di voto, quando già nei Dibattiti di Putney (1647) (vedi) era fuori discussione che chi pagava le tasse avesse il diritto di voto? La nostra è una democrazia più retrograda di quella basata sul censo?
E chi nasce, cresce e vive stabilmente in Italia, in virtù di quale principio è considerato uno straniero? Del sangue che scorre nelle sue vene? Qualcuno crede davvero che sia diverso dal nostro? Una simile convinzione rivelerebbe un’idea razzista dell’umanità.
Ma vediamo come sono applicati gli altri diritti costituzionali: salute e istruzione, come tutti sanno, sono garantiti dalla nostra costituzione anche ai non-cittadini, perché sulla cittadinanza prevale, per fortuna, l’appartenenza al genere umano, quindi non “Prima gli italiani” ma “Prima gli esseri umani”.
Riguardo ad altri diritti civili l’incertezza è grande: la libertà di religione, per esempio, è ammessa per gli stranieri cristiani (ortodossi, e, ovviamente, cattolici), ma è molto controversa per i musulmani, anche nel caso siano cittadini italiani. Su cosa si basa tale discriminazione?
Più ancora dei temi appena accennati, è l’ambito dei diritti sociali quello in cui la confusione regna sovrana, perché tali diritti non sono garantiti nemmeno ai cittadini italiani. Qui, in sostanza, soffia il vento della concorrenza per l’accesso alle risorse più importanti (casa, sussidi, servizi) e il “Prima gli italiani” trova il terreno più fertile in cui raccogliere consensi. Il problema è difficile da affrontare, perché in effetti esiste una discriminazione oggettiva fondata sul censo, che ancora oggi, pregiudica la democrazia “sostanziale”. La quale avrebbe dovuto mettere in pratica le istanze di uguaglianza, equità e giustizia per tutti, come affermato nella Costituzione, e che invece non sono mai state pienamente attuate. Emanando leggi e regolamenti discriminanti verso gli stranieri vogliamo mettere in gioco anche la democrazia “formale”?

Qualcuno potrebbe obiettare, con ragione, che in quel ritornello non si intendono i cittadini italiani (nativi e acquisiti), bensì gli appartenenti alla nazione italiana, che è altra cosa, fondata sulla lingua, la storia, la tradizione, la religione e così via. Mentre nella cittadinanza non sono giustificabili discriminazioni, nella nazionalità le differenze sono evidenti, non si possono negare. E proprio su questo terreno sta risorgendo un pensiero regressivo di stampo ottocentesco che non riesce a concepire lo stato se non come stato-nazione. Il grande mito della nazione è il terreno su cui si sono costruiti gli stati europei nel corso dei secoli: operazione non indolore che ha comportato guerre devastanti e pulizie territoriali nei confronti delle minoranze etniche o religiose. La nazionalità è stata intesa come principio identitario escludente l’altro in quanto rappresentava un pericolo di contaminazione. In verità anche in pieno ottocento non tutti concepivano la propria nazione come prioritaria e dominatrice: basterebbe pensare a Mazzini, convinto fautore di una patria italiana ma altrettanto convinto della necessità di costruire gli Stati uniti d’Europa. Ma prevalse il nazionalismo escludente, a cui si ispirano gli attuali sovranisti che rivendicano ciascuno la priorità del proprio stato-nazione nei confronti dell’Unione europea e del proprio popolo nei confronti dei migranti, considerati un corpo estraneo, fonte di pericoli di ogni genere e di contaminazione. Né va meglio fuori dall’Europa: Israele si proclama Stato ebraico e negli USA, nati e cresciuti come crogiolo di genti diverse, Trump propone l’abolizione dello Jus soli. Come uscire da questa ubriacatura?
Innanzi tutto sfatando i miti: non esiste razza pura, lingua pura, tradizione pura, cucina pura… La ricerca delle proprie radici e la loro salvaguardia è quanto di più fallace si possa immaginare. Basta conoscere un po’ di storia e si scopre che siamo tutti figli di operazioni di meticciato. Anche l’identità individuale non è un’entità statica, al contrario nasce e si alimenta di continui scambi con l’altro, è costituita di relazioni: non di chiusure che escludono, ma di aperture che includono e modificano, in un processo continuo e senza fine. Altrettanto avviene per i gruppi sociali e per le nazioni: anch’esse sono meticce e dagli scambi è nata la loro ricchezza culturale ed economica, persino l’ambiente, la flora e la fauna sono stati modificati e arricchiti. Perché questo processo dovrebbe essere fermato come vorrebbero i difensori della nazione e della sovranità? Vogliamo un mondo sterile e ripiegato su se stesso o un mondo che cambia alimentato da nuova linfa?
Non voglio negare l’appartenenza, certo ciascuno appartiene alla propria famiglia, alla città, allo Stato, all’Europa e al mondo in una progressione di aperture e allargamenti, come tanti cerchi concentrici. E se partiamo dall’insieme più vasto per poi definirci via via, dobbiamo partire dall’umanità. Ma allora, razionalmente pensando, prima siamo esseri umani, poi italiani. Sbaglio?

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