Sacro e profano

Chiara Guanin
7-11-2015
Avessi vilipeso il Crocefisso bestemmiando e vomitando verde, non avrei ottenuto in Monsignore lo stesso ribollir d’iracondia. S’immerge sfrigolando nel ghiaccio e con voce tagliente mi propone l’abiura. Rifiuto, pur consapevole che qualche pena terrena in futuro la dovrò pagare.
La mia colpa? Aver difeso una proposizione relativa che, tra le pieghe dell’enciclica Humanae vitae, con il suo verbo al congiuntivo secondo me affidava timidamente alla responsabilità personale di ciascuno la scelta di eventuali mezzi contraccettivi.
Quasi mezzo secolo dopo, una mattina sento distrattamente alla radio la notizia che non so quale Conferenza episcopale ha rilevato nella Humanae vitae la possibilità …
Ma perché non mi ascoltano?

Dopo un’ora di un intenso dolore che mi schiaccia il petto a morsi, chiamo l’ambulanza. Colorito un po’ pallido, ma respiro tranquillo, cortese il tratto, l’addetto non ritiene necessario l’ elettrocardiogramma; in ogni caso però asseconda quelle che palesemente gli sembrano ansie da signora anziana e a piedi, superando qualche gradino, raggiungo a braccetto con lui l’ambulanza.
Al Pronto Soccorso descrivo ancora la mia sofferenza, ma l’infermiere addetto al trial, ricordandosi che il giorno precedente sono caduta incomprensibilmente, come colpita da una sincope, tenta di convincermi che si tratta di costole rotte. Tento a mia volta di spiegargli che le costole me le sono rotte già una volta portando a spasso il cane, il dolore è terribile, ma molto diverso. Niente da fare, mi ritrovo nella stanza degli incidenti, dove mi passano davanti una schiera di fratturati e sanguinolenti, altro che costole.
Quattro ore, i morsi si sono incattiviti, il mio respiro si è fatto un rantolo leggero, che ascolto come dall’esterno di me stessa.
Sei ore, con un intelligente stratagemma uno dei miei figli riesce a portarmi nella stanza giusta. Con quello che mi resta di voce e di vita riesco ancora a dire che non si tratta di costole, quel dolore lo conosco…vengo investita dal rombo baritonale di una valanga di: “ Ma che costole e costole! Questo è un infarto bello e buono! Stia lì e non si muova! “
Entra uno stuolo di solerti formichine bianche, mentre dal corridoio mi giunge l’eco di una scenataccia a urla da tirar giù l’intero ospedale.
Da lì in poi sono stata curata con dedizione e competenza ed eccomi qua, ben felice di esserci.
Ma perché non mi ascoltano?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.