Salute: problema globale

Gabriella Carlon
05-06-2020

Quando diciamo “globalizzazione” pensiamo alla produzione, all’economia e alla finanza, ma la pandemia dovuta al Coronavirus ci ha mostrato un altro volto della globalizzazione, rafforzando la tesi di coloro che sostengono, in modo ormai inoppugnabile, che vi sono problemi che non possono essere affrontati se non con accordi e comportamenti globali. La frequenza degli scambi, la facilità di spostamento di persone e merci anche su lunghe distanze, l’interconnessione esistente a tutti i livelli di attività rendono anche la salute degli abitanti del pianeta un problema globale, dall’igiene, alla disponibilità di cure e di farmaci, alla salubrità dell’ambiente. La globalizzazione dovrebbe essere accompagnata da una rete di istituzioni internazionali capaci di orientare una risposta globale, da adattare certo poi alla diversità delle situazioni concrete.
Fenomeni globali richiedono risposte globali: sembrerebbe una logica elementare. Ma non è così, infatti in diversi settori si fa sempre più forte la spinta nazionalistica, da America first a Prima gli italiani.
Esistono fortunatamente alcune organizzazioni mondiali nell’orbita ONU che ragionano e agiscono nell’interesse di tutti i paesi. Nel caso specifico, l’OMS ha emanato alcune linee guida utili agli operatori sanitari su come rilevare e gestire la pandemia. Ma con quali poteri di intervento e con quali disponibilità di mezzi? La sua azione andrebbe rafforzata sia sul piano economico che su quello dell’operatività.
Che dire a tale proposito della decisione di Trump di togliere alla OMS il contributo USA? No comment.

Veniamo all’Italia. La Costituzione (art. 32) prevede che la salute sia tutelata come diritto universale, garantito successivamente dall’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale (1978). La riforma del Titolo V (2001) stabilisce che lo Stato indichi i criteri generali, mentre consente alle Regioni autonomia nella gestione delle strutture.
Nell’emergenza Coronavirus, il Governo ha emanato un decreto (23/2/2020), convertito in legge dal Parlamento (5/3/2020), che attribuisce al Presidente del Consiglio la facoltà di governare la pandemia con lo strumento dei Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (Dpcm). Tali decreti dovrebbero essere rispettati da tutte le regioni che potrebbero emettere ordinanze più restrittive ma non più liberalizzanti, pena il venir meno dell’indicazione dello Stato nazionale.
Penso che il Titolo V non sia sufficientemente chiaro nell’attribuzione dei diversi poteri, perché nella gestione dell’emergenza da coronavirus si sono verificati casi di collaborazione efficace e altri invece di scontro permanente tra Regioni e Governo: sulla delimitazione delle zone rosse o sulle aperture e chiusure delle attività produttive (con conseguenze disastrose per la Lombardia) o sull’utilizzo dei tamponi. Perfino il metodo del conteggio dei deceduti, dei contagiati e dei guariti, essenziale, ci dicono, per capire l’andamento della pandemia, è stato diverso da regione a regione. Il contenzioso è finito, in alcuni casi, in Tribunale.
Pare urgente che si ponga mano al Titolo V perché la salute è un bene comune e questo tipo di autonomia non la tutela adeguatamente.

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