Somalia – guerra civile

Gruppo Corallo (a cura di Eraldo Rollando)
22-03-2017

La Somalia si posiziona, geograficamente, nel cosiddetto “Corno d’Africa”, la parte nord-orientale del continente africano e ha circa 10milioni di abitanti.
Nel 1969, grazie a un colpo di Stato da lui stesso architettato, Siad Barre prende il potere proclamando la Seconda Repubblica. (La Prima Repubblica somala nacque nel 1960 con l’indipendenza dall’Italia, che sino ad allora deteneva il mandato ONU di l’Amministrazione fiduciaria affidatole nel 1950 e con l’adesione della Somalia Britannica-Somaliland).
Il periodo che intercorre tra gli anni 70 e 90 del XX secolo è caratterizzato da una serie di disordini e atti di guerriglia per abbattere il governo guidato da Siad Barre, militare di carriera addestrato, tra l’altro, in Italia alla Scuola allievi ufficiali carabinieri di Firenze.
Siad Barre, per combattere questa situazione, adottò provvedimenti via via più duri sino ad instaurare una vera dittatura, che terminò nel 1991 con la sua destituzione.
La situazione peggiorò ulteriormente con la secessione di una parte del paese, l’ex Somaliland (già Somalia britannica), tuttora non riconosciuta internazionalmente, dando luogo ad una sanguinosa guerra civile .
I vari governi “ufficiali”, succedutisi nel tempo, sono sempre stati contrastati dai “signori della guerra” che di fatto governavano , e governano i territori.
La situazione si complicò ulteriormente, nel 2007, con la presenza nel territorio del movimento islamico sunnita di Al Qaeda e delle milizie di al-Shabaab.
Durante tutti quegli anni vari Stati, comprese le Nazioni Unite, tentarono azioni per riportare la Somalia alla riappacificazione, anche con la presenza di un contingente ONU di 1200 uomini dal 2012, senza alcun risultato.
Attentati posti in essere dalle varie fazioni sono innumerevoli; a noi è noto l’assassinio dei giornalisti italiani Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Mogadiscio nel 1994, del quale non si conoscono ancora gli autori.
A fine dicembre 2016 in due attentati suicidi a Mogadiscio, operati da miliziani di al-Shabaab con lo scopo di boicottare le elezioni politiche nazionali, hanno perso la vita 12 persone e altrettante sono state ferite. I leader politici somali avevano concordato, infatti, di indire le elezioni per il 28 dicembre, ma per la quarta volta dopo reciproche accuse di corruzione e intimidazioni sono state rinviate. Sarebbe una grande novità (Le ultime elezioni si erano svolte nel 1969), se andasse in porto una consultazione popolare e desse vita ad uno stato unitario vero (oggi si chiama Repubblica della Federazione di Somalia) nel quale I “Signori della guerra” e le varie “Corti somale islamiche” deponessero le armi.
Purtroppo gli attentati non si fermano al 2016. Il 25 gennaio 2017 un camion bomba è stato fatto esplodere contro l’hotel Dayah di Mogadiscio, frequentato da molti deputati somali, ad opera degli Jihadisti di al-Shabaab, procurando 28 morti e 51 feriti, alcuni gravi. Commenta l’editore dell’emittente locale di Radio Ergo “gli Shabaab non vogliono proprio che queste elezioni avvengano”
Nulla di nuovo, quindi. Unico dato a testimoniare la drammaticità della situazione sono i 500mila morti dal 1991.
Nella notte politica e sociale della Somalia qualche timida luce di speranza è accesa. L’accendono quelle persone che non si rassegnano e provano a convincersi e convincere gli altri che una normalità si può guadagnare, anche se ciò può rappresentare un pericolo.

E’ il caso di Manar Moalin, titolare del Posh Treats,centro di benessere e di ritrovo per i giovani che comprende una sala biliardo, una palestra, un parrucchiere, un barbiere, uno spazio concerti e delle sale per fumare i narghilè: il primo locale notturno di Mogadiscio; dietro un cancello invalicabile, protetto da guardie armate, si nasconde un’oasi di pace, una pugnalata contro l’oscurantismo e la shari‘a.
, La stessa Manar spiega “questa libertà ha un prezzo: sono stata ripetutamente minacciata di morte e sono costretta a vivere nel mio fortino … Ma noi somali dobbiamo iniziare a cambiare lo stato delle cose, con coraggio e dimostrando che vogliamo un futuro di pace e sviluppo”.
Un altro esempio è quello di Burhan Dini Farah, direttore di Radio Kulmiye, che mostrando il suo braccio amputato dice “Noi, da quando è nata la nostra emittente, abbiamo subìto cinque attacchi da parte degli islamisti e tre colleghi sono morti. Io porto ancora sulla mia pelle le conseguenze delle azioni di al-Shabaab … Siamo nel mirino di tutti, ma non possiamo demordere perché il nostro lavoro è fondamentale per una nazione che in questi mesi deve decidere il suo futuro”.

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