Sud Sudan – Un gesto, una speranza

Eraldo Rollando
7-05-2019
“La pace è possibile. Non mi stancherò mai di ripetere che la pace è possibile!”.
Per il Sud Sudan, martoriato da guerre fratricide, Papa Francesco cerca la pace con un gesto inusuale. Si china a baciare i piedi dei leader del paese – governo e opposizione – riuniti in Vaticano per un incontro di preghiera e di riconciliazione.


Non si può non provare ammirazione per questo Papa, pronto a tutto pur di favorire la reciproca comprensione, il rispetto e il dialogo tra le forze contrapposte che si sono combattute violentemente in una guerra fratricida provocando decine di migliaia di morti e oltre 4 milioni di sfollati. Qualcuno mi ha fatto osservare che il Papa “fa il suo mestiere”; ma quale governante avrebbe il coraggio di piegarsi in un simile gesto di umiltà?
La speranza di molti è che un atto così eclatante rimanga impresso nelle menti dei leader del Sud Sudan, la cui situazione attuale è difficile da comprendere senza dare uno sguardo al suo passato, a dir poco turbolento.

Le dominazioni
Sino al 2011 il Sudan fu un unico Stato, seppure con due realtà differenti fra di loro; solo da quella data si registra l’effettiva presenza del Sud Sudan, nato dopo un lungo periodo di combattimenti estenuanti e cruenti con la parte Nord del Paese. Purtroppo, come è già successo in altri Stati africani, il conflitto Nord-Sud in Sudan trae origine dal passato coloniale della Nazione, i cui confini furono definiti tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Intorno al VII secolo d.C, popolazioni arabe si spostarono nella parte nord del paese per dedicarsi alla pastorizia e all’agricoltura portando la loro cultura e la loro religione. L’Islam si diffuse nell’arco di sette secoli culminando con la completa arabizzazione e islamizzazione intorno al 1300; ma la penetrazione araba nel sud avvenne solamente agli inizi del 1800. Fino ad allora gli scambi tra le due parti furono molto limitati soprattutto a causa della conformazione geografica della regione.
Oggi, però, troviamo il Nord islamico e il Sud cristiano e animista.

Il dominio turco-egiziano
Tra il 1820 al 1882 si ebbe una prima forma di Governo centralizzato ad opera di turco-egiziani che presero possesso di più della metà del nord, estendendo la loro influenza al sud che rappresentò per lo più un serbatoio di schiavi e di avorio.
Il Governo del Mahdi
La dominazione turco-egiziana ebbe termine nel 1882, quando il Nord si ribellò. Dopo due anni di guerriglia i ribelli, guidati da una figura carismatica che si faceva chiamare Mahdi (il salvatore) occuparono Khartoum fondando il primo Stato Teocratico Islamico del Sudan
La dominazione inglese
Nel 1898 la Gran Bretagna, che nel frattempo aveva occupato anche l’Egitto, riuscì a impossessarsi del Sudan con l’obiettivo di unificare tutte le sue colonie dall’Egitto al Sud Africa. Seguendo la sua politica di sfruttamento delle terre più ricche confermò, a sua volta, la divisione del Paese in due zone concentrando lo sviluppo al nord e lasciando il sud alla miseria. Nel 1930, un’apposita legge sancì definitivamente la suddivisione tra i due territori sottoponendo a severe restrizioni la circolazione dei cittadini tra Nord e Sud, abolì la lingua araba e la religione islamica e impose la religione cristiana. Di fatto il sud fu teatro di una vera segregazione razziale che terminò con la fine della Seconda Guerra Mondiale.

L’ indipendenza del Sudan e le guerre civili tra nord e sud
La vittoria delle democrazie nella Seconda Guerra Mondiale fornì una base ideale al malcontento delle colonie che iniziarono a reclamare il diritto d’indipendenza dalla “madrepatria”. E il Sudan non fece eccezione.
La conferenza di Juba del 1947, convocata per definire i rapporti nord-sud, diede modo ai nordisti, già decisi a reclamare l’indipendenza, di rivendicare l’unità del paese; i politici del sud, molto deboli e forse anche sotto minaccia, non ebbero altra scelta che accantonare il progetto di indipendenza dal nord.
Le trattative con l’Inghilterra durarono nove anni; solo nel 1956 il Sudan unito ottenne l’indipendenza sotto la guida della dirigenza araba che, nonostante le promesse di una gestione di tipo federale, cercò di riportare il paese verso il regime realizzato dal Mahdi dopo la rivolta del 1882.

La prima guerra civile (1956-1972)
Il Movimento secessionista del sud non perse tempo nel rivendicare la propria autonomia territoriale dando il via a una serie di operazioni di guerriglia che, con fasi alterne, si protrassero per sedici anni; durante questo periodo si verificò anche un colpo di stato (1969) che portò il regime sudanese verso una gestione socialista del paese; un tentativo di contro colpo non ebbe successo. Gli accordi di Addis Abeba (1972) si conclusero con la concessione alla regione meridionale di una larga autonomia in campo legislativo ed esecutivo tranne l’autorità su difesa nazionale ed esteri; ancora una volta l’indipendenza del sud “rimase al palo”.

La seconda guerra civile (1983-2005) e l’indipendenza del sud
Dal 1970 le condizioni economiche del Sudan andarono sempre più peggiorando. Solo l’intervento del Fondo Monetario Internazionale lo salvò dalla bancarotta per i debiti procurati. Qualche anno dopo, la scoperta del petrolio al sud ingolosì il governo centrale al punto di progettare la modifica dei confini interni e lo spostamento della raffinazione in aree sotto il proprio controllo. Anche la gestione delle risorse naturali come l’acqua e le terre coltivabili subì un tentativo analogo.
L’abolizione del governo regionale e dell’assemblea legislativa, l’imposizione della Legge islamica e dell’arabo come lingua ufficiale da parte del governo centrale furono la goccia che fece traboccare il vaso.
La nascita del Movimento popolare per la liberazione del Sud (SPLM) con un proprio esercito fu la risposta alle pretese della capitale Khartoum. Gli scontri con l’esercito dello stato centrale si accesero a poca distanza. Nel contempo presero corpo scontri tra diverse fazioni all’interno dell’esercito ribelle che, comunque, continuarono a combattere contro gli stessi obiettivi nel caos più totale.
Nel frattempo un nuovo colpo di stato aveva scosso dalle fondamenta tutto il paese.
La guerra civile si concluse nel 2005 con il trattato di Naivasha in Kenya siglato dal governo di Khartoum e dai rappresentanti del SPLM. Gli accordi prevedevano la formazione di un governo democratico per tutto il Sudan, la ripartizione equa dei proventi del petrolio e la rotazione trimestrale del presidente tra un rappresentante di Khartoum e uno di Juba, la nuova capitale del Sud Sudan.
Solo nel luglio 2011, con un referendum approvato con il 98,3% dei voti, fu creato lo stato del Sud Sudan.

Celebrazione dell’indipendenza in Sud Sudan

 

 

 

 

 

 

 

Sud Sudan indipendente. Tutto finito?
No, purtroppo: ancora guerra civile
Chi aveva pensato che con l’indipendenza dal nord tutto sarebbe filato liscio ha dovuto ricredersi; le 7/8 principali etnie presenti al sud, in precedenza rappacificate per contrastare il dittatore Omar Hassan Al-Bashir, (su cui pendono varie accuse da parte della Corte Penale Internazionale per i crimini attribuitegli in Darfour, regione nel nord ovest del Sudan), presto, infatti, entrarono in contrasto per prendere la guida del paese.
Le ragioni del “confronto” non stanno solo nelle mai sopite differenze etniche/tribali ma, soprattutto, nelle risorse del paese mal gestito ma ricco di petrolio, oro, rame, zinco, uranio, diamanti, tungsteno e molte altre risorse minerarie (in grandi quantità) che fanno gola ai potentati interni e internazionali: Cina, Stati Uniti e Francia con tutta probabilità non sono estranei alle numerose guerre che hanno ridotto alla miseria tutto il Sudan (nord e sud).
Nel 2011, con l’indipendenza dal nord, venne affidata la Presidenza del paese a Salva Kiir, di etnia Dinka e la vicepresidenza a Riek Machar del gruppo etnico dei Nuer.
Ma tre anni dopo Kiir accusò il vice Machar di avere ordito un colpo di stato alle sue spalle e lo fece cacciare dal paese.
Seguirono cinque anni di guerra civile interna al Sud Sudan, con Machar alla guida dei ribelli, intercalata da alcuni brevi e flebili periodi di tregua. Gli incerti racconti delle varie fonti segnalano decine di migliaia di persone uccise e 4milioni di sfollati nei paesi vicini e nei campi profughi del paese gestiti dall’ONU e protetti dai Caschi Blu.

L’accordo
Dopo cinque anni di sofferenze e quindici mesi di negoziati, nell’agosto del 2018 si giunse alla firma di un accordo che prevede la formazione di un Governo di unità nazionale guidato dall’attuale presidente Kiir con la vicepresidenza dell’ex ribelle Machar. A tale risultato si è arrivati con le mediazioni di Etiopia, Sudan, Uganda e Kenya. Purtroppo l’accordo, pur essendo importante, sembra nato su un terreno molto fragile in quanto non sono state affrontate le cause profonde dei conflitti nel Sud Sudan. In particolare, il modello di “condivisione del potere” incoraggia le parti a contrattare posti e percentuali di potere, invece di lavorare per il bene del paese.

Sulla base di queste preoccupazioni Papa Francesco ha incontrato a Roma i due leader del “nuovo” governo, con la volontà e la speranza di spingerli a risolvere definitivamente una situazione che da 60 anni vede il popolo del Sud Sudan martoriato e confinato in un buio tunnel di disperazione.

 

Per approfondire le ragioni della guerra in Sud Sudan visita:
Lineadiretta24.it
Vaticannews.va/it
Storico.org

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