Sviluppo sostenibile

Gabriella Carlon
04-09-2019

Di sviluppo sostenibile oggi parlano tutti: i media, i governi, persino le imprese ne fanno motivo di vanto pubblicitario. L’argomento è “di moda” soprattutto in relazione ai pericoli del cambiamento climatico. In genere qualunque operazione di green economy viene catalogata nello sviluppo sostenibile. Però il concetto di sviluppo sostenibile è molto più preciso e molto più articolato.
La prima definizione si trova nel Rapporto Brundtland (1) del 1987: “Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”. Nel 1991 una successiva formulazione da parte dell’ONU: “…un miglioramento della qualità della vita, senza eccedere la capacità di carico degli ecosistemi, dai quali essa dipende”. Ma è Herman Daly a dare una svolta introducendo il concetto di equilibrio tra uomo ed ecosistema mediante tre condizioni generali:
• il tasso di utilizzo delle risorse rinnovabili non deve superare il tasso di rigenerazione
• l’immissione di sostanze inquinanti non deve superare la capacità di carico     dell’ambiente
• lo stock di risorse non rinnovabili deve rimanere costante nel tempo
Rispettando questi parametri, si potrà realizzare la regola delle tre E: ecologia, equità, economia.
Nel 2001 l’Unesco ha ampliato il concetto di sviluppo sostenibile, introducendo un quarto parametro: “…la diversità culturale è necessaria per l’umanità quanto la biodiversità per la natura (….) la diversità culturale è una delle radici dello sviluppo inteso non solo come crescita economica, ma anche come mezzo per condurre un’esistenza più soddisfacente sul piano intellettuale, emozionale, morale e spirituale”.
Studi approfonditi sullo sviluppo sostenibile, partendo dai parametri sopra ricordati, sono stati effettuati dal Wuppertal Institut (2) . Si sottolinea innanzitutto la necessità di usare criteri diversi nell’elaborazione del PIL, inserendo i costi esterni di ogni attività ( come inquinamento, consumo di risorse, incidenti , malattie); inoltre si ritiene urgente intervenire, oltre che sulla rigenerazione dei materiali per diminuire il consumo di materie prime, sull’efficienza nell’uso delle risorse naturali (materie prime ed energia) per aumentarne la produttività: questo dovrebbe essere il grande tema della ricerca tecnologica del futuro.
Le proposte , in ogni settore produttivo, si fanno molto concrete, ispirate al principio generale di un taglio, o di un contenimento, dei consumi:
• incremento della produzione di energie da fonti rinnovabili a scapito di quelle da origine fossile;
• riciclo dei materiali per diminuire l’inquinamento e il consumo di materie prime;
• produzione di oggetti il più durevoli possibile con facile possibilità di sostituzione di pezzi di ricambio;
• incremento dell’agricoltura biologica, uso oculato dell’acqua per l’irrigazione, riduzione del consumo di carne nell’alimentazione;
• risparmio di suolo, limitando la costruzione di infrastrutture e riqualificando il patrimonio abitativo dei centri urbani;
• priorità del trasporto su ferrovia, interventi per scoraggiare il trasporto privato a favore di quello pubblico e incremento dell’uso di prodotti a km zero;
• risparmio di suolo limitando le nuove infrastrutture e riqualificando il patrimonio abitativo dei centri urbani.
Come si vede, il principio generale sotteso a questi parametri è la sobrietà, accompagnata dall’auspicio di una limitazione dei consumi. Si sostiene anche l’elaborazione di un parametro di sufficienza, cioè di un livello di uso dei beni ritenuto compatibile con una vita umana dignitosa. Ma sul tema nascono grosse difficoltà: quali sono i bisogni essenziali da soddisfare? Non è chi non veda le differenze tra i grandi consumatori del mondo ricco e i poveri del sud del mondo. L’impronta ecologica può essere un criterio per la misurazione della sostenibilità?
Questi nodi irrisolti rendono possibile l’ambiguità che regna intorno allo sviluppo sostenibile di cui si diceva all’inizio.
Sul piano operativo si sono svolti, dal 1992 in poi, i Summit mondiali delle Nazioni Unite sullo Sviluppo sostenibile che hanno elaborato diversi documenti, da Agenda 21 agli Obiettivi del Millennio; ma i risultati concreti sono modesti. Le risoluzioni infatti sono molto interessanti e avanzate, ma non essendo vincolanti, lasciano a ogni stato la possibilità di disattenderle, o addirittura di chiamarsene fuori, come avvenuto di recente per gli USA rispetto agli accordi di Parigi.

1 – Elaborato dalla norvegese Gro Harlem Brundtland, Presidente della World Commission on Environment and Development.
2 – L’Istituto di Wuppertal per il clima, l’ambiente e l’energia conduce ricerche interdisciplinari sulle relazioni tre ecologia, economia e società.

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