TEMPO DI SCUOLA: statale, privata, paritaria

Gabriella Carlon
10/9/2016

Si torna a scuola e si ripresentano i problemi di sempre, nonostante il concorsone e la promessa di abolire il precariato. La scuola statale potrebbe certamente migliorare la propria efficienza con maggiori investimenti sia per il personale (7 anni senza rinnovi contrattuali), sia per gli edifici (troppo spesso trasandati o addirittura insicuri), sia per le attrezzature didattiche. Gli stanziamenti recenti non hanno ancora recuperato i tagli operati negli anni precedenti.
Ma non tutte le risorse sono indirizzate alla scuola statale. Le scuole paritarie (circa un milione di studenti di fronte ai circa 8 delle statali) ricevono un contributo dello Stato di circa 500 milioni l’anno, cui vanno aggiunti finanziamenti a vario titolo degli Enti locali, più il mancato pagamento di ICI-IMU da parte delle scuole senza fini di lucro, generalmente cattoliche. L’insieme di tali finanziamenti è spesso fonte di polemiche, visto l’articolo 33 della Costituzione che recita “senza oneri per lo stato”. Le scuole paritarie sostengono di far risparmiare allo Stato circa 6 miliardi ogni anno e la discussione verte di solito sull’aspetto economico della questione, mentre viene tranquillamente accettato il principio che anche la scuola paritaria abbia una funzione pubblica. Forse su ciò bisognerebbe riflettere.
Il Sistema nazionale d’istruzione , comprendente scuole statali e scuole paritarie, viene istituito dalla Riforma Berlinguer (legge n°62 del 2000) che, mentre è molto severa con le scuole private, allarga il sistema pubblico a quelle scuole private che avessero accettato i criteri di parità con la scuola statale, divenendo così scuole paritarie in grado di svolgere una funzione pubblica e di rilasciare titoli di studio con valore legale. I criteri si possono riassumere nel rispetto delle norme vigenti su: offerta formativa, titoli professionali dei docenti e contratti nazionali di lavoro, organi collegiali, accesso per tutti, pubblicazione dei bilanci. Nel complesso testo sulla Buona scuola (legge n°107 del 2015) si prevede un “Piano straordinario di verifica dei requisiti per il riconoscimento della parità scolastica”, il che fa pensare che il rispetto dei criteri stabiliti sia piuttosto aleatorio, se si rendono necessari controlli e verifiche straordinari. Il panorama delle scuole paritarie è molto variegato, da scuole di grande serietà a diplomifici a pagamento.
I punti su cui si dovrebbe riflettere sono l’accesso e l’offerta formativa. Il primo non può essere universale per ragioni economiche: chi non può pagare la retta richiesta non può iscriversi. La risposta a questa obiezione è che lo Stato si dovrebbe accollare l’intera spesa.
Ma l’accesso universale è negato anche per l’impostazione dell’offerta formativa: essendo le scuole paritarie per il 63% cattoliche, l’orientamento, la scelta degli insegnanti, la didattica nel suo insieme non possono non essere religiosamente e ideologicamente caratterizzati. Ciò risponde agli obiettivi legittimi che ogni scuola confessionale si pone, ma contrasta con i principi ispiratori di uno stato laico che voglia far convivere pacificamente il pluralismo delle idee, delle condizioni sociali e dei costumi. Non dovrebbe forse essere lo spazio pubblico il luogo del confronto? E che ne è della libertà di insegnamento?
Sembra di essere in presenza di una concezione di spazio pubblico in cui ogni gruppo religioso o sociale si ritaglia un settore privato, separato, identitario fino a escludere la relazione reciproca. Ma non pare che una società così balcanizzata risponda ai valori che caratterizzano la nostra Costituzione.Il problema diventa ancor più grave in presenza del fenomeno migratorio: sarebbe auspicabile che ogni etnia si facesse la sua scuola?
La scuola dovrebbe essere il luogo ideale per promuovere una formazione pluralista attraverso lo scambio e il confronto con soggetti diversi, con l’obiettivo di creare un terreno comune e coeso. La competenza a vivere in una società complessa e non monocorde è altrettanto importante quanto l’acquisizione di saperi e pratiche utili allo sviluppo intellettuale e professionale; tutti i soggetti ne trarrebbero vantaggio, italiani o stranieri che siano.
Infine un’ultima considerazione sulla libertà di scelta educativa dei genitori: sembra quasi che risponda al principio che il figlio sia proprietà privata del genitore che lo preserva dal contatto con altri soggetti che potrebbero contaminarlo. Ma la scuola pubblica è anche il luogo in cui si formano i cittadini creando un ponte tra le legittime aspirazioni della famiglia e il contesto sociale circostante. Perchè allora la collettività dovrebbe finanziare un processo di autoesclusione?
Da tutto ciò nascono dubbi sulla funzione pubblica delle scuole paritarie, o, quanto meno, si impone una riflessione su come vogliamo configurare lo spazio pubblico e la sfera privata.

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