Tra universalismo e particolarismo

Gabriella Carlon
7 marzo 2016
La globalizzazione pone molti problemi anche sul piano etnico-culturale, poiché comporta migrazioni massicce di popoli in ogni parte del mondo: anche l’Europa è investita da tale fenomeno, e tragicamente.
La convivenza tra culture, religioni, costumi diversi rappresenta un problema per un territorio, come quello europeo, che ha fatto del concetto di nazione il perno su cui costruire i propri Stati e su cui modellare la propria società. Questo può spiegare perché oggi nascano movimenti e partiti che difendono le “radici”, che vogliono rimanere impermeabili a ogni contatto con lo straniero e il diverso, volendo salvaguardare la purezza della propria origine e della propria storia: su tale mitica purezza ci sarebbe da discutere, ma è pur quella che ha permesso la nascita della nazione di romantica memoria.
Accanto a tale atteggiamento troviamo comportamenti opposti: per il timore di offendere il diverso, o per interessi molto materiali,si ritiene di dover rinunciare ai simboli della propria cultura e della propria religione (vedi le discussioni sul Natale, il Presepe, i canti, i costumi, i cibi….).
Penso che entrambi questi atteggiamenti siano sbagliati, ma penso anche che proprio la vecchia Europa possegga la chiave per la soluzione del problema, perché la sua civiltà, almeno da qualche secolo, è fondata sull’universalismo dei diritti, cioè sulla garanzia che ogni forma di pensiero, di religione, di costume possa trovare espressione nell’ambito delle leggi vigenti. Non si tratta solo di tolleranza, ma di riconoscimento del valore della diversità, dell’arricchimento che ogni particolarità rappresenta rispetto all’universalità di diritti che devono essere a tutti riconosciuti.
Se il pluralismo non genererà scontro ma incontro, non muri ma ponti, senza prevaricazioni da parte di nessuno, ci sarà anche l’apertura necessaria per la contaminazione, anziché la chiusura sterile nella propria particolarità. Dal contatto e dalla conoscenza reciproca si scopriranno anche valori e principi comuni che saranno alla base di una nuova convivenza e di nuovi costumi sociali.
Ecco perché chi rivendica, giustamente, lo spazio per la propria tradizione dovrebbe farlo altrettanto e contemporaneamente per le culture altre presenti sul territorio, con opportune regole e giusto equilibrio.
Non è facile: è di poche settimane fa la bocciatura della legge regionale lombarda sulle moschee da parte della Corte Costituzionale. Ma perché la Regione Lombardia dovrebbe creare ostacoli alla costruzione delle moschee? I musulmani devono per forza pregare negli scantinati? E se si temono le infiltrazioni terroristiche non sarà più pericoloso un luogo clandestino piuttosto che un luogo di culto alla luce del sole?
Tutto ciò indica che il passaggio dalla teoria alle situazioni concrete è tutt’altro che facile, ma l’importante è sapere in quale direzione si vuole andare: verso una società plurale dove culture, religioni, costumi diversi possano convivere e arricchirsi reciprocamente.

 

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