Un mondo in piazza, falò in America Latina – Puntata 4

Avvertenza per il lettore: la redazione di queste note è contestuale alla diffusione delle prime notizie relative del Coronavirus nella regione cinese di Wuhan.
Oggi la pandemia di Covid-19 sta travolgendo il mondo con una velocità che sarebbe stata inimmaginabile solo poche settimane fa. Le popolazioni delle nazioni coinvolte nell’epidemia lasciano le piazze per rinserrarsi nelle loro abitazioni.
Ma dopo questo periodo di momentaneo “fiato sospeso”, le agitazioni/proteste descritte nel seguito non saranno certamente sopite perché non saranno risolti i problemi che le hanno generate. Perciò è facile immaginare che riprenderanno vigore, con modalità ancora da scoprire.
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La febbre di uguaglianza e democrazia attanaglia i paesi dell’America Latina. Le loro proteste, perlopiù, sono legate a diseguaglianze, povertà, corruzione, brogli elettorali, insicurezza e grave instabilità politica.

Eraldo Rollando
11-05-2020
Perù
Da anni la società peruviana assiste a casi di corruzione e riciclaggio di denaro che, in maniera patologica, riguardano la classe politica in cui sono coinvolti anche 4 ex capi dello stato.
I casi più eclatanti sono quelli legati all’azienda di costruzioni brasiliana Odebrecht.

Alejandro Toledo, ex presidente dal 2001 al 2006 indagato per lo scandalo Odebrech, è stato arrestato martedì 16 luglio 2019 in California; su di lui pesa un ordine di estradizione sin dal febbraio 2017.
Alan García, presidente dal 2006 al 2011, si è suicidato lo scorso 17 aprile 2019 per il coinvolgimento nei fatti di corruzione, riciclaggio di denaro sporco, collusione e traffico di influenze (fonte: sicurezza nazionale.luiss.it).
Ollanta Humala, presidente dal 2011 al 2016, è stato incriminato a maggio 2019 per riciclaggio di denaro.
Pedro Kuczynski , in carica dal 2016 al 2018, è coinvolto nell’inchiesta Odebrecht.
“Odebrecht … ha ammesso nel 2016, durante un’azione legale negli Usa, di aver pagato tangenti in Perù per 29 milioni di dollari tra il 2005 e il 2014. Lo scandalo ha coinvolto ben quattro ex presidenti peruviani.” (Lima, 20 giu 2019 – agenzia nova.com).

Quando Martín Vizcarra, presidente del Perù dal marzo 2018, ha cercato di porre rimedio ad una situazione da tempo non più accettabile, il paese è caduto in una crisi istituzionale che traccia un futuro pieno di ombre. Una crisi che ha visto le opposizioni e il presidente impantanati in un duello di reciproche delegittimazioni, con manifestazioni e proteste dei relativi sostenitori.
Il 9 dicembre 2018 un referendum popolare, indetto dal Presidente con lo scopo di costringere il Parlamento, dominato dall’opposizione fujimorista (1) , ad approvare una serie di riforme destinate a migliorare le sorti del paese, venne approvato a larghissima maggioranza. Nonostante il forte sostegno popolare, il Parlamento ignorò per mesi l’esito del voto costringendo il Presidente a decretare “ex lege” lo scioglimento dell’Assemblea e a convocare elezioni parlamentari anticipate.
La reazione dell’opposizione è stata immediata quanto bizzarra: Martín Vizcarra dichiarato sospeso per un anno dalla presidenza “per incapacità temporanea”.
I media raccontano di proteste e scontri di piazza in tutto il paese, organizzate dall’opposizione, che accusano il Presidente Vizcarra di golpismo e di dittatura.
La puntualizzazione “Il Governo si rifiuta di riconoscere questo atto, considerandolo emanato da un corpo legislativo al momento chiuso” non ha fermato le proteste.
Ma il Presidente, che con le nuove elezioni, celebrate il 26 gennaio 2020, contava su un Parlamento più vicino alle sue posizioni, sembra essersi dato “la zappa sui piedi”. Oggi non ha più un’Assemblea dominata dall’opposizione di destra, praticamente scomparsa con il voto, ma una in cui le forze politiche si sono talmente frammentate da rendere quasi impossibile un dialogo costruttivo.
A Martín Vizcarra rimane un’unica magra consolazione: tra poco più di un anno, nel 2021, si voterà per le presidenziali e quasi certamente il Parlamento sarà nuovamente sciolto; sempre che lui sia eletto per il secondo mandato.
Ma qui si aprono scenari di grande inquietudine per lo stallo istituzionale creatosi.

Nota:
(1) Alberto Fujimori è stato Presidente dal 1990 al 2000. Il 7 aprile 2009 venne condannato a 25 anni di reclusione per 25 omicidi compiuti dai paramilitari legati ai servizi segreti durante il suo governo, divenuti 32 anni dopo la condanna per corruzione e uso di fondi pubblici a fini illeciti. (Wikipedia). La figlia Keiko Fujimori ha tentato due volte l’elezione presidenziale, con un partito fujimorista da lei fondato.

Honduras
“L’Honduras è tra i paesi più violenti del mondo. Non c’è anno in cui San Pedro Sula, la seconda città per abitanti dopo la capitale Tegucigalpa, non compaia nelle triste classifiche delle città più violente del Pianeta. E’ la nazione centroamericana in cui anche se non esiste un dichiarato stato di guerra, la violenza è un fenomeno talmente radicato che sta cambiando i paradigmi delle richieste d’asilo”. Così il 30 settembre 2019 il sito online di La Repubblica caratterizzava il paese centroamericano, dove il tasso di criminalità è legato principalmente al traffico di droga.
Ma, dal lato politico non si può dire che il clima sia disteso.
L’attuale Presidente Orlando Hernandez porta il peso dell’accusa, da parte delle opposizioni, di avere manipolato i risultati della sua rielezione nel 2017 e di gestire il paese con mano dittatoriale.
Come se non bastasse, un’altra tegola è caduta sulla sua testa: “Venerdì 23 novembre Juan Antonio Hernández – il fratello minore del Presidente dell’Honduras – è stato arrestato a Miami, in Florida, per traffico di cocaina”. (fonte il post.it)
Il 41enne fratello del capo dello stato rischia da cinque anni fino all’ergastolo. Secondo la BBC, il procuratore statunitense Richman, all’inizio del processo, avrebbe affermato ” l’imputato è stato protetto dall’attuale presidente, che ha ricevuto milioni di dollari da personaggi come Chapo Guzmàn, il quale ha consegnato personalmente un milione di dollari all’imputato per suo fratello”.
Il Presidente honduregno ha ribattuto alle accuse definendole “false al cento per cento, assurde e ridicole … meno serie di Alice nel Paese delle Meraviglie”.
Tutto questo ha acuito la crisi già in atto dal 2009 in seguito a un colpo di stato che aveva destituito l’allora Presidente Zelyia. Il fuoco si era riacceso nel 2017, anno della rielezione di Orlando Hernandez. Alle manifestazioni di protesta per le accuse di brogli elettorali il governo rispose con durezza: per il paese fu il caos; i metodi repressivi usati non sfuggirono all’attenzione di Amnesty International che accusò le autorità “ … di aver attuato tattiche illegali e pericolose per ridurre al silenzio chiunque osi dissentire, persino impedendo ad avvocati e difensori dei diritti umani di visitare i manifestanti imprigionati” (fonte La Repubblica).
Le proteste continuarono per lunghi mesi; ad aprile 2019 ripresero vigore quando medici e insegnanti si mobilitarono contro due decreti destinati a operare una massiccia privatizzazione dei servizi sanitari ed educativi; successivamente si sono aggiunti i camionisti e un settore della polizia nazionale che rifiutava di intervenire contro i manifestanti.

(4, continua)
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