Un Mondo in piazza: Iraq Iran – Puntata 8

Nei primi mesi del 2020 sono tornati a casa. Non l’hanno fatto perché hanno ”vinto”, non per la repressione subita, ma per ragioni sanitarie. Una nazione dopo l’altra, con il diffondersi della pandemia da Covid-19, ha costretto anche i più riottosi a isolarsi nelle proprie case per evitare il contagio. Così, sono finiti “in panchina” i manifestanti che nel 2019 avevano invaso le piazze di molti paesi: manifestavano il loro disagio e la loro rabbia per la forte carenza di giustizia sociale e per le mancate riforme politiche.
Ma l’anno prima erano lì.

Eraldo Rollando
28-07-2020
Iraq, cose già viste: stop alla corruzione, più lavoro, miglioramento dei servizi, più libertà.

Richieste legittime, che in una delle democrazie occidentali avrebbero agitato un po’ le acque, ma l’Iraq è un’altra cosa. La sua storia passata e recente è tutta lì, a gravare sulle spalle di un popolo che non ne regge più il peso; vale la pena di ricordare che solo nel periodo 2003-2017, prima a causa dell’invasione americana, poi per la lotta al Califfato di al Bagdhadi, morte e distruzioni hanno percorso l’Iraq in lungo e in lago; per non parlare della precedente dittatura di Saddam Hussein e delle sanzioni ONU.

Prima di proseguire, è forse bene ricordare come l’appartenenza religiosa, tribale, di clan e di fazione, nel mondo mussulmano, siano spesso strettamente legate al potere politico e ad esse facciano riferimento, in un miscuglio tra fede e potere che rende i rapporti interni ed esterni di ogni paese difficili da decifrare e complicati da gestire.
Una cosa che rende confusi-corretti i rapporti tra stati, segnatamente in Medio Oriente, è la divisione religiosa tra le due correnti dell’islam, i sunniti e gli sciiti.
– In Iraq il 62,5% della popolazione è di fede sciita e il 34,5% è di fede sunnita.
– In Iran l’89% sono sciiti e solo il 9% sono sunniti.
Un rapporto percentuale invertito rispetto al resto del mondo mussulmano, nel quale gli sciiti sono il 15% e i sunniti l’85%.
Altro motivo di “effervescenza” nell’area del Golfo è la presenza ingombrante degli Stati Uniti: come è noto “tifano” per l’Arabia Saudita, e non solo, un Paese di fede sunnita, ma mantengono più di 5mila uomini anche in Iraq per contrastare la milizia sciita di Hezbollah pro-iraniana, rendendo la posizione del Paese estremamente delicata.

Riprendendo la cronaca, tra politica e ribellione studentesca, martedì 1 ottobre 2019 partono le proteste a Bagdad, coinvolgendo rapidamente altre aree del Paese. Ma, a quanto pare, l’anima delle contestazioni ha due teste che si muovono, forse casualmente, in sincronia ma su due piani diversi, sino a fondersi nelle piazze.
Le ragioni della politica:
Una delle gocce che hanno fatto traboccare il vaso delle proteste sembrerebbe riconducibile alla controversa decisione del Capo del governo di rimuovere il comandante delle Forze antiterrorismo irachene, Abdul-Wahab al-Sahadi, molto popolare nonché veterano della campagna di liberazione contro lo Stato Islamico, per trasferirlo al ministero della Difesa.
A molti la decisione è parsa una eccessiva concessione politica a Teheran spinta, con tutta probabilità, da esponenti politici filo-iraniani. Critica giustamente motivata, se si pensa che a Sud di Bagdad ha il suo quartiere generale la potente e feroce milizia sciita pro-iraniana, Kataeb Hezbollah, ritenuta non a torto, responsabile di atti di terrorismo. La rimozione del comandante al-Sahadi potrebbe essere vista, appunto, come un regalo all’Iran, soprattutto in un periodo in cui, a causa delle forti frizioni tra Usa e Iran, il Paese potrebbe rimanere intrappolato in una guerra non auspicabile per il Paese stesso, con il rischio conseguente di una rinascita dell’ISIS.
Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo, in un incontro a Bagdad nella prima settimana di maggio 2020 con esponenti del governo, in un periodo in cui le proteste erano scemate a causa della pandemia, alludendo alla presenza iraniana in Iraq, ebbe a pronunciare una frase dal significato neanche troppo nascosto: ” If you’re not going to stand with us, stand aside”(se non starete con noi, statevene da parte). Sale sulle ferite irachene.
E la scintilla politica che ha contribuito a surriscaldare il contesto sembrerebbe da attribuirsi, appunto, alla presenza iraniana; dopo la sconfitta del cosiddetto Stato Islamico nel 2017 è diventata sempre più ingombrante. Secondo il sito cattolico “La nuova bussola quotidiana”:
“I cittadini iracheni non godono del fatto di abitare nel secondo Paese produttore di petrolio nell’Opec, perché i partiti politici filo-iraniani e le milizie controllate da Teheran hanno costruito i loro imperi economici, prendendo il controllo di tutti gli appalti della ricostruzione del Paese”.
( https://lanuovabq.it/)
E quelle degli studenti:
Nel paese oltre un quarto della popolazione vive sotto la soglia di povertà, pessimi e in certi casi inesistenti i servizi pubblici, l’acqua non arriva nelle case per metà degli abitanti, l’elettricità è razionata e limitata a poche ore al giorno, scuola e sanità sono quasi un lusso. Come non stupirsi che nascano proteste?
Laureati e disoccupati, delle classi popolari e della media borghesia, sciiti, sunniti e cristiani, delusi dall’assenza di uno stato che sembra non voler guardare agli interessi dei propri cittadini, armati di cellulare che permette loro di coordinarsi, danno la sveglia alla Nazione una mattina d’autunno.
Anche in Iraq, come 45 giorni dopo si sarebbe verificato in Iran, le proteste degli studenti ebbero un avvio pacifico, ma furono ben presto oscurate dall’intervento di gruppi violenti che fonti governative accusarono di essere “groups of riot inciters” (gruppi di agitatori), ed è probabilmente questo il momento della saldatura delle due anime della protesta, quella politica e quella popolare.
In larga misura i giovani si dichiaravano indipendenti da ogni fazione politica o religiosa richiamandosi unicamente ai valori di coesione nazionale.
Il 5 ottobre 2019 i quartieri generali di sei partiti politici vennero incendiati a Nassiria, a 160 Km a sud di Bagdad. Vennero attaccate anche alcune emittenti televisive, tra le quali la famosa rete al-Arabiya.
In tutto il paese, negli scontri di quel 1 ottobre 2019, si ebbero 109 morti e circa 6mila feriti. Alla fine del mese il macabro conteggio raggiunse quota 157 con l’aggiunta di migliaia di feriti.
Con l’arrivo della pandemia da Covid-19 le proteste si sono fermate; ma sono ancora lì, come un fiume carsico pronte a spuntare e riprendere forza.

Iran è sempre una sola goccia che fa traboccare il vaso.
Il rincaro di 4 centesimi di euro del prezzo della Metro di Santiago del Cile, fu la scintilla che il 18 ottobre 2019 innescò la rivolta in Cile; un mese dopo, Il 15 novembre 2019, appena 10 centesimi di dollaro di aumento del prezzo della benzina ha scatenato l’ira degli iraniani.
Un rincaro notevole dal punto di vista percentuale, ma esiguo in valore assoluto. Con un provvedimento la benzina passava da 20 a 30 centesimi di dollaro al litro; per noi, dove il prezzo alla pompa è di 1,50 Euro al litro, la rivolta iraniana sembrerebbe un non senso. Se non fosse che, quando la misura è colma, basta molto poco perché tutto rotoli.
Le manifestazioni hanno avuto un avvio pacifico, con centinaia di auto ferme in strada a segnare il dissenso sul nuovo prezzo, ma presto sparuti gruppi di facinorosi hanno preso il sopravvento iniziando a lanciare pietre e a incendiare banche e altri edifici; la reazione delle forze di sicurezza non si è fatta attendere e ha finito per coinvolgere anche le proteste più pacifiche. Stando a quanto riferisce Amnesty International, tra il 15 e il 18 di novembre 2019, le forze di sicurezza, per sedare gli animi, hanno ucciso più di 100 manifestanti, migliaia di persone sono state ferite o arrestate; parecchie sottoposte a sparizione forzata.

Perché una rivolta così apparentemente immotivata? E perché tutta questa violenza?
Una crisi economica che da tempo stringe alla gola il Paese, la caduta del prezzo del petrolio e la corruzione, già presente all’epoca dello Shah Reza Pahlavi, che la Repubblica Islamica non ha saputo sradicare, sono gli ingredienti che hanno caricato la molla delle proteste: il prezzo del carburante è stata la scintilla che ha incendiato il falò.
Il tutto si inquadra in una politica internazionale che, ormai da molti anni, ha catalogato l’Iran, non senza ragione, tra i Paesi dediti al terrorismo. Le sanzioni economiche conseguenti, applicate in primis dagli Stati Uniti, partendo da quelle sul petrolio, le cui esportazioni sono scese del 90%, per giungere alle ultime dell’8 gennaio 2020, hanno piegato le già deboli ginocchia del Paese; in quest’ultima occasione il presidente USA Trump, ormai avviato in un reciproco confronto muscolare, dopo l’attacco iraniano a una base americana in Iraq, aveva risposto imponendo “sanzioni economiche addizionali per punire il regime iraniano” con l’obiettivo di colpire le esportazioni di acciaio, alluminio, ferro e altri settori importanti dell’economia della Repubblica.
La caduta delle esportazioni, per un Paese che non dispone di riserve valutarie per attutire il deficit di bilancio, ha ridotto drasticamente le entrate dello Stato. Lo “stringere la cinghia” si è concretizzato, durante questo non breve percorso, con un crollo dei redditi, l’aumento delle tasse, il razionamento dei combustibili (benzina in testa), il ridimensionamento dei consumi, la lievitazione dei prezzi e un’inflazione che in pochi mesi è passata dal 10 al 50%.
L’attuale crisi sanitaria del Covid-19, che nella Repubblica islamica è tuttora particolarmente severa, creerà, inevitabilmente, anche un peggioramento economico e sociale che molti vorrebbero evitare.
L’embargo imposto dagli USA ai commerci con l’Iran sembra coinvolga anche i presidi medici per il contrasto della pandemia, che il Paese non può importare, anche se non ne fanno esplicitamente parte. Una ventina di personalità europee e americane, per questo motivo, il 6 aprile 2020 ha lanciato un appello all’Amministrazione Trump invitandola all’allentamento delle restrizioni, nel nome di una comune lotta contro il Covid-19.
La risposta di “Pilato” è stata che nessuno aveva posto veti a questo tipo di commercio. Il solito gioco a rimpiattino, pur di non mollare la presa.

(8,Fine)
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