Zia Camilla

Chiara Guanin
24-10-2019
Argento e vermeil, pizzi e lini, cristalli e porcellane sotto i vividi lampadari di Boemia: stasera grande cena per il fidanzamento del figlio di casa con la giovane borghese, accettata alla fine con condiscendenza dalla nobile famiglia; piccola nobiltà, ma grande sussiego. La ragazza del resto è graziosa, le mani appena un po’ tozze, signorile comunque nel tratto e il suo bel nome antico di Camilla non stonerà con i nuovi cognomi. Un’arietta di altezzosità permane, ma i sorrisi e gli sguardi sono stati sinceramente cordiali nell’accettare in questi tempi di guerra di riempire le signorili stoviglie con i buoni cibi, usciti come da una cornucopia dalla capiente borsa portata in omaggio dalla mamma, che l’ha accompagnata.
Il papà è rimasto a casa, a pensare alle sue figlie. La sua grande; è stato severo con lei, anche duro, ma voleva riuscire a metterle tra le mani un paio di robuste briglie per quella sua anima libera fino alla sconsideratezza, ironica e sensibile, disincantata e insieme poetica. C’era riuscito. Malgrado le mattinate passate al mare invece che a scuola, malgrado i pomeriggi trascorsi a scrivere novelle nel roseto inselvatichito di una grande villa abbandonata o a passeggiare sui sentieri delle colline boscose, ascoltando il variare del rumore del vento tra gli alberi, salutando un giorno con l’altro i ciclamini e le violette, che sperava nessuno avesse nel frattempo raccolti, malgrado tutto ciò, alla fine, in qualche modo per quella figlia un diploma era arrivato. Si era sentito allora un buon padre e ancora di più era stato contento quando la sua ragazza aveva trovato lavoro in un ufficio pubblico, l’inizio dell’indipendenza, di una vita libera e sicura, passata la guerra.
Dopo poco tempo quell’ufficio era stato assegnato al comando di un capo dall’autorità indiscussa e temibile. Un uomo adulto, colto, raffinato pianista, ma asservito a un potere malvagio, che aveva schiacciato e oscurato nella sua anima tutta la bellezza. Il ricordo e il desiderio irrefrenabile di nutrirsi ancora di cose buone e limpide lo aveva fatto innamorare disperatamente di quella ragazza così giovane, timida, ma non intimorita, che gli obbediva guardandolo negli occhi. Era stato delicato e affettuoso con lei, pieno di attenzioni, ma la sua passione cupa e gelosa l’aveva chiusa in un bozzolo invalicabile a chiunque altro.
Le volte che tornava a casa, lui, il papà era più triste che contento, gli sembrava sempre di vederla avvolta in uno scuro mantello, che la appesantiva e in qualche modo la spegneva. Non riusciva e non voleva immaginare dove l’avrebbe portata quell’amore disperato.
Ricorda la seconda, la più bella, la più buona, la più brava. Bionda quanto erano corvine le sue sorelle, la ricorda bambina curiosa e sorridente, con quei suoi occhi limpidi, che sembravano rispecchiare gioiosi tutto il mondo. Non era stato difficile trattare con lei, riusciva bene in tutto. A sedici anni scriveva con brio garbato, riempiva album di disegni originali dai pochi tratti decisi ed espressivi, aveva voluto anche che la mamma le insegnasse a cucinare, per elaborare poi piatti gustosi di sua fantasia. Poi la malattia l’aveva aggredita, artigliata e risucchiata. Quasi due anni di lotta tenace contro la morte, ma aveva perso. Troppe promesse illusorie le aveva fatto la vita e a lui padre era sembrato talvolta di cogliere alla fine dei lampi cattivi e sarcastici nel suo sguardo e si era sentito quasi in colpa. In quegli anni per lei aveva modificato il loro cognome secondo le imposizioni del regime; gli ripugnava, ma non aveva voluto rischiare neanche la minima difficoltà per cure e ricoveri. Non era servito a nulla, un’ingiustizia umiliante e basta.
A questa figlia almeno era stato risparmiato di vedere la guerra, ma ora la piccola invece… Vive felice il suo amore, ma la guerra la circonda e lui non riesce a non essere inquieto. Perfino quel nome che le ha voluto dare per gusto letterario, ora gli sembra nascondere un triste presagio.
Si è fatto buio, mangerà anche lui qualcosa e aspetterà che il tempo passi.
Camilla tornò a casa con la felicità negli occhi stellanti.
Dopo qualche tempo, con il suo assenso, il fidanzato era salito in montagna, per raggiungere una formazione partigiana. L’attesa per il suo ritorno non per lei non fu angosciante, lei si sentiva forte.
Tornò, infatti, il fidanzato vivo e vittorioso, ma prima di scendere con Camilla aveva scambiato delle lettere, nelle quali di comune accordo decidevano di non vedersi e non incontrarsi più. Lo avrebbe accompagnato a casa una giovanissima ragazza, che in montagna aveva fatto da staffetta e che di lui era rimasta incinta.
Camilla tolse tutti i segni e i ricordi di quei suoi anni, non ne parlò più con nessuno e condusse da allora per trentadue anni una buona vita, lavoro, amicizie, viaggi, balli, terme, in età più avanzata anche un matrimonio ben riuscito.
Una luminosa mattina di tarda estate Camilla e il suo antico fidanzato si trovarono a percorrere lo stesso marciapiedi in direzione opposta, senza accorgersi l’uno dell’altra finché non furono vicini tanto da potersi toccare. Si guardarono immobili, le braccia abbandonate lungo il corpo, senza parlarsi per lunghi minuti. Poi Camilla si sedette sulla soglia del portone vicino, lui rimase in piedi e ancora si fissarono muti a lungo. Poi lei si alzò da sola ed entrambi si voltarono indietro, tornando ciascuno sui propri passi.
Giunta alla sua casa in collina, alla sorella che da lei passava le vacanze, Camilla disse tre sole parole: ho visto Edo; in dialetto, per renderle ancora più scarne e senza lasciare spazio a domande e racconti. Sembrava serena e quasi contenta, ma la sorella a quelle parole si sentì come colpita da una lama fredda, un sottile dolore, un’inquietudine, che non la lasciò più.
Qualche settimana più tardi, tornata nella città in cui viveva, la sorella ricevette una telefonata dal cognato: Camilla era morta; mentre passeggiava con una sua amica a veder vetrine, si era accasciata improvvisamente sul marciapiede e non si era più ripresa.
Non molto tempo dopo, qualche mese, sul giornale della loro città, la sorella, che continuava per affetto a leggerlo anche da lontano, trovò la notizia della morte di Edo.
Come si era svolto quell’ultimo incontro, lo venne più tardi a sapere da un’amica di famiglia, che abitava nella casa, sulla cui soglia Camilla si era seduta. Stava rincasando, quando li aveva visti dal marciapiedi di fronte e, conoscendo la storia, si era fermata aspettando. Dopo la morte di Edo si era sentita di poterlo raccontare alla sorella, le era sembrato giusto.

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