Zio Piero

Chiara Guanin
19-02-2019
“ No me tocè, xè vero ?” 
Un sussurro appena prima “ de vignir tociado “ (tociàr, dal Tedesco tauchen, immergere, tuffare, intingere), lui, unico a non saper nuotare, al centro della lunga catena di cugini, che entrava in acqua correndo. Non se ne aveva a male Piero, anzi a modo suo si divertiva e a nuotare non imparò mai o forse mai volle imparare. Ricordò per tutta la vita con affettuosa nostalgia quelle lunghe estati, in cui la grande famiglia montava una tenda di proporzioni regali su una lingua di terra sassosa, nel pieno splendore del golfo. Ogni mattina arrivavano in corpore dalla città un po’ col vaporetto e un po’ a piedi, ogni sera se ne andavano, lasciando sul luogo, in totale fiducia come usava, giochi, costumi, attrezzature.
Scuro di occhi e di capelli, una bella faccia rotonda e sorridente, rotondeggiante anche la corporatura, Piero era figlio di una donna bionda, alta e molto bella, che aveva sposato un vedovo con figlio, un adolescente silenzioso, destinato col tempo a diventare un giovanotto snello, d’impeccabile eleganza, guanti e cappello mai mancanti .Tra i fratelli c’era affetto, tra matrigna e figliastro invece da sempre era corsa una vena di sottile ambigua ostilità,che, sotterranea fino alla morte del marito e padre,era esplosa con violenza in superficie sull’onda d’improvvide disposizioni testamentarie.
In base a queste infatti la casa familiare veniva assegnata alla vedova e al figlio minore, al figlio maggiore restando riservato, vita natural durante, l’uso personale ed esclusivo di una stanza ed il diritto ad usufruire di tre pasti giornalieri cucinati e serviti in casa.
La casa era un appartamento piuttosto vasto, che si sviluppava ad anello intorno ad un cortile privato, una specie di patio, su cui si fronteggiavano le portefinestra della cucina e della stanza dell’erede pensionante. In breve tempo si scatenò l’offensiva dei vassoi.
Se Piero non riusciva a distrarla o a sostituirsi a lei, la padrona di casa allestiva un elegante vassoio, apparecchiato con gusto, con le vivande aggiustate con generosità di sapori e spezie secondo l’estro del momento . Se all’ora dei pasti pioveva,la signora si sacrificava attraversando il cortile molto lentamente fino alla porta finestra della stanza del figliastro, che si sacrificava a sua volta uscendo a prendere il vassoio senza darle il disturbo di entrare.
Se il tempo era bello, usciva dalla porta della cucina, che dava sul corridoio circolare, lungo il quale si apriva un numero notevole di stanze e stanzette. Qua e là c’era sempre da soffermarsi a controllare o a riordinare questo e quest’altro e soprattutto c’era da salutare e conversare un po’con i personaggi, che in alcune stanze soggiornavano.
In una delle prime stanze, dotata di un bel pianoforte, scendeva a studiare ed impartire lezioni la pianista del piano di sopra. Artista sopraffina, dal tocco di velluto, essendo purtroppo cieca, usava i sensibilissimi polpastrelli anche per imprimersi nella mente le fattezze dei suoi allievi. Succedeva abbastanza spesso però che le sue mani volassero a prendere conoscenza non solo del viso dell’allievo. Talvolta allora una scia volante di fogli da musica, un precipitoso scalpitio, il tonfo della porta d’ingresso segnalavano la fine della lezione,anche se iniziata da poco. Altre volte invece la lezione si estendeva nel tempo tra brevi intervalli musicali e lunghi silenzi; l’allievo in quel caso di solito se ne andava leggero, in punta di piedi, chiudendosi con la massima delicatezza la porta alle spalle.
Se non c’erano lezioni, la padrona di casa entrava nella stanza dell’amica pianista, posava il vassoio e le chiedeva di farle ascoltare qualcosa di bello per rinfrancarsi dalle fatiche domestiche . La risposta era sempre generosa e la padrona di casa troppo educata per andarsene prima della conclusione del pezzo per lungo che fosse.
In un’altra stanza in là nel giro del corridoio, spesso veniva a trascorrere lunghi periodi una signora di origini orientali, chiamata la Turca, legata da una complessa quanto umbratile parentela con il defunto padrone di casa. Era un’amabile conversatrice e la sua stanza odorava di sottili, pervicaci profumi. Ascoltarla era gradevole ed interessante, raccontava sempre nuove storie e fantasiose avventure,molto apprezzate dalla padrona di casa, che amava trattenersi a lungo cortesemente in sua compagnia..
Bene o male, prima o poi comunque l’elegante vassoio veniva deposto, silenziosamente e senza bussare, su un tavolinetto fuori dalla porta del destinatario.
Piero mediava, rabboniva, sorrideva o rideva francamente con la sua franca e rotonda risata. Durò per lunghi anni, poi un bel giorno l’ospite erede se ne andò, lasciandosi alle spalle tutto e tutti, compresa la storica fidanzata, che lo accompagnava oramai da più di un decennio.
Questa non se la prese poi troppo e continuò a frequentare la casa con serena familiarità.
Durante gli anni della seconda guerra, Piero lavorò nel Cantiere navale della sua città e in un terribile bombardamento fu gravemente ferito alla testa , tanto da essere caricato sul veicolo che sgomberava i morti. Un capocantiere l’aveva però riconosciuto e, costretto a forza l’autista a fermarsi, era riuscito a fatica e da solo, a sfilarlo da sotto i cadaveri e a caricarlo su una carriola di fortuna, trasportandolo fino a un punto di soccorso. Lo salvarono, rimodellandogli il cranio con una calottina d’acciaio. Il suo salvatore raccontò poi di aver agito d’impulso, non perché avesse scorto in lui qualche cenno di vita, ma perché aveva pensato che una persona come Piero semplicemente non poteva essere morta.
Qualche anno dopo la fine della guerra, Piero sposò l’ex-fidanzata del fratello. Per l’occasione comparve anche l’ex-fidanzato. Galante e cortese si congratulò con gli sposi e subito dopo il pranzo nuziale, servito ancora nella grande casa, se ne andò elegante e sorridente come era arrivato.
Questo in fondo era il compito di Piero, far vivere la vita

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