L’estrazione mineraria minaccia le grandi scimmie africane

 

Sembra interrogarsi sulle nostre intenzioni, con uno sguardo “presente”. Avrebbe tutte le ragioni per farlo, visto che l’uomo di oggi (ma anche quello di ieri), mette mano a pala e piccone per estrarre dal suo terreno materiali che ritiene indispensabili alla crescita economica e tecnologica. Ma dell’ambiente in cui questo animale vive poco se ne cura, o fa solo finta di farlo.
In Africa da tempo sono partite le ricerche minerarie di metalli preziosi per la transizione energetica, con metodi sempre più invasivi nonostante gli appelli degli scienziati.

Eraldo Rollando
19-06-2024
Con passo neanche troppo felpato, e la nostra attenzione distratta dal vecchio mantra sull’Occidente colonialista e rapinatore delle risorse africane, nuovi  personaggi prendono “possesso” di varie parti del Continente. Nel nome della pur indispensabile transizione energetica, ha avuto inizio, e non da oggi, una corsa frenetica ad accaparrarsi risorse indispensabili alla sua realizzazione, perlopiù dimenticando il principio di salvaguardia dell’ambiente e della sua preziosa biodiversità, sia vegetale che animale.
Una ricerca effettuata dall’Associazione statunitense American Association for the Advancement of Science (AAAS) e pubblicata sul maggiore periodico scientifico generalista  Scienze Advances  il 3 aprile 2024, denuncia il pericolo rappresentato dalle numerose attività minerarie per la ricerca e l’estrazione dei minerali critici come rame, litio, nichel e cobalto, sottoposti a una domanda in rapido aumento.  Minerali, tra i quali le così dette “terre rare”, utilizzati nelle tecnologie energetiche pulite come le turbine eoliche e le auto elettriche, solo per citare un paio di impieghi ormai noti al largo pubblico.
Secondo la ricerca di AAAS, l’Africa contiene circa il 30% delle risorse minerarie mondiali, ma meno del 5% dello sfruttamento minerario globale è avvenuto in Africa. Questi due dati fanno pensare all’enorme potenziale di crescita del settore minerario e collateralmente all’enorme rischio ambientale che ciò potrebbe comportare (ma si può sicuramente dire che ciò comporta).
L’abbandono dei combustibili fossili è positivo per il clima, ma deve essere fatto in modo da non mettere a repentaglio la biodiversità”, ha affermato la ricercatrice capo Dr.ssa Jessica Junker dell’organizzazione no-profit per la conservazione della natura Re:wild. “Nella sua versione attuale potrebbe addirittura andare contro gli stessi obiettivi ambientali a cui miriamo … È fondamentale che tutti adottino una mentalità di riduzione dei consumi”
Un punto, quello della riduzione dei consumi, che non sembra ancora essere entrato nel lessico degli amministratori della “cosa pubblica”. La parola più ricorrente è, di contro, “sviluppo”. Sviluppo a tutti i costi?

Sovrappopolazione
E’ bene ricordare che la riduzione dei consumi ha un compagno di viaggio con cui confrontarsi: quello del continuo aumento della popolazione del Pianeta. I ricercatori internazionali di Worldmeter  stimano che al 15 novembre 2022 la popolazione mondiale abbia raggiunto la soglia di 8 miliardi di abitanti, mentre i demografi delle Nazioni Unite stimano che si arriverà a 10 miliardi nel 2100. Se è vero che l’obiettivo dei politici e degli amministratori è più sviluppo, con la popolazione in aumento come si puo’ ridurre i consumi in valore assoluto? Un problema complesso: come se ne esce? Al momento sembra essere senza soluzione, soprattutto se si pensa quanto sia delicato il tema della riduzione della natalità, in particolare in quelle vaste aree del Pianeta dove il problema è più critico.
Secondo Ecologica.online, che cita autorevoli fonti internazionali “le conseguenze della sovrappopolazione e dei suoi attuali modelli di produzione e consumo sono drammatiche non solo per la mancanza di risorse per tutti, ma anche per l’ambiente. Si stima che l’aumento dell’80% di gas serra tra il 1970 e il 2010 sia dovuto per il 50% proprio all’incremento di abitanti”
Sembrerebbe, quindi, che agire solo sulla tecnologia, qualunque essa sia, seppure cosa doverosa e indispensabile, rischia di non essere sufficiente per arrestare la corsa  verso il baratro. Un tema, questo, che dovrà entrare, al più presto, nella discussione generale.

Minaccia alla biodiversità
Chiuso l’inciso, che era doveroso richiamare, torniamo a riflettere sulle minacce alla biodiversità derivanti dall’estrazione dei minerali critici in seguito alla domanda in rapido aumento.
Nel 2022, in occasione della COP15 (15a Conferenza delle parti per la Convenzione sulla diversità biologica ), sette grandi economie hanno formato un’alleanza per migliorare la sostenibilità del processo di estrazione di questi minerali essenziali in vista della decarbonizzazione.
Tra gli obiettivi fissati nell’accordo è previsto che “l’integrità, la connettività e la resilienza di tutti gli ecosistemi siano mantenute, migliorate o ripristinate, aumentando significativamente l’area degli ecosistemi naturali entro il 2050”
Così come la riduzione delle minacce alla biodiversità è considerato uno dei traguardi da raggiungere.
Lodevoli principi, sennonché AAAS nota che vi è una scarsità di studi che valutano la minaccia dell’attività mineraria alla biodiversità globale.
Nelle ultime settimane, il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha alzato la voce, quasi a sconfessare i tempi lunghi che “le grandi economie” vogliono prendersi, sottolineando che il tempo sta scadendo ed è indispensabile che ogni provvedimento per la salvaguardia del Pianeta sia portato a termine entro i prossimi dieci anni. Va da sé che si tratta di temi estremamente complicati e impegnativi.

Il paradigma delle scimmie africane
Di fronte a una questione di così grande impatto, sembrerebbe un esercizio inutile e quasi futile parlare del problema delle scimmie, se non fosse che “l’argomento scimmie”, come altri, è paradigmatico della situazione più generale e riporta alla necessità di fare di più per mitigare gli effetti sugli ecosistemi, procedendo di pari passo con la razionalizzazione delle estrazioni minerarie.
La ricerca realizzata da AAAS segnala che, in Africa, “circa 180.000 gorilla, bonobo e scimpanzé sono a rischio a causa dell’aumento della domanda di minerali critici come rame, litio, nichel e cobalto … più di due terzi delle specie di primati sono già a rischio di estinzione … i ricercatori affermano che il boom della domanda sta portando alla distruzione delle foreste pluviali tropicali che sono habitat critici per le grandi scimmie africane.”  E assieme all’habitat, aggiungiamo noi, sta portando alla devastazione del bioma presente, sia animale che vegetale, per non citare l’inquinamento ambientale e le malattie che ne conseguono.
Situazioni ambientali non nuove, se si pensa a ciò che nel tempo si è fatto, spesso per ragioni assai poco nobili e di pura speculazione, nella foresta amazzonica  (e non solo là).
Peraltro, un ulteriore rischio si accompagna, in un contesto diverso, come segnalato in un precedente articolo dal titolo “Estrazione mineraria in alto mare”.

Ci sono alternative a questo treno che minaccia di capovolgersi in una folle corsa scoordinata? Forse sì, e sicuramente passa attraverso il coordinamento concreto ed effettivo da realizzarsi ai massimi livelli decisionali. Ma forse è chiedere troppo, per un periodo in cui la corsa agli armamenti sta impegnando ogni pensiero e ingenti risorse.
_____________________________________________________________________________
Note

Immagine di inizio pagina da Re:wild

Dell’argomento trattato parla il quotidiano The Guardian, in un servizio curato dalla scrittrice sulla biodiversità  Phoebe Weston  il 3 aprile 2024, richiamando il documento di Scienze Advances sopra citato. 

________________________________________________________________________________________

Disclaimer e note legali (clicca per leggere – puoi rivendicare diritti di proprietà su riferimenti e immagini)
_______________________________________________________________________________________

 

Mondo