Gabriella Carlon
02-07-2026
Con questo slogan domenica 21 giugno 2026 si è svolta a Roma la manifestazione nazionale del movimento: 10 100 1000 piazze di Donne per la Pace. Si è così concluso un percorso (di cui avevamo dato notizia) che ha visto impegnate moltissime donne nel confezionare arazzi, bandiere, striscioni in tutta Italia: hanno aderito all’iniziativa donne di più di 170 città e paesi, che hanno portato ed esposto in Campidoglio i loro manufatti.
Hanno scelto di riprendere l’arte antica di tessere, cucire, ricamare non tanto perché questo sia compito riservato alla donna angelo del focolare, ma perché è simbolo di spirito riparativo, di paziente lavorio per tessere rapporti e relazioni, di capacità di
risolvere conflitti con l’arma del confronto, del dialogo e della trattativa. Al contrario della guerra, che vede nell’uso della forza la sola possibilità di risolvere le controversie, con conseguenze tragiche: morte, distruzione, miseria, orrori disumani.
Si potrebbe obiettare: ma solo le donne hanno una vocazione costruttiva? Certamente no e non è precluso agli uomini di lavorare per costruire la pace. Eppure questa sottolineatura di genere non è fuori luogo.
In questo particolare momento, quando in Italia e in Europa alti posti di potere sono in mano a donne, si sceglie il riarmo e la preparazione alla guerra. Forse è il caso di mandare un messaggio forte a queste donne. Ma comunque, al di là di questa contingenza, bisogna evidenziare la contraddizione tra il fatto di portare in grembo e generare la vita e la decisione di mandare a morire coloro che abbiamo generato. La contraddizione mi sembra ancora più stridente di quando a decidere la guerra sono gli uomini di potere.

Penso che si debba prendere coscienza che moltissime donne non sono più disposte a generare eroi per la patria (ammesso che lo siano mai state), non sono più interessate a subire la retorica nazionalista, non sono più coinvolgibili in osceni processi di distruzione e di morte programmata per favorire il profitto di pochi. Intendono partecipare sempre più attivamente alla preparazione di condizioni di pace, permeando del loro potere di generare la vita tutti gli ambiti della società. La manifestazione di Roma è, a mio parere, un tassello su questo percorso.
Chissà se non venga proprio dalle donne la spinta decisiva a cancellare la guerra dalla storia dell’umanità.
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Condivido il contenuto dell’articolo di Gabriella Carlon. Consentitemi, però alcune considerazioni ed eventualmente
anche opinioni contrarie.
A vostro parere esiste una guerra giusta?
La guerra di liberazione in Italia fu una guerra giusta?
La guerra dei vietcong fu una guerra di liberazione o semplicemente una guerra fatta con presupposti di mero nazionalismo guerrafondaio?
L’Europa nata su presupposti di pace, sanciti nei propri trattati fin dalla sua costituzione, ora dopo 80 di pace, si trova in una situazione di ricostituzione imprescindibile dei propri arsenali per poter difendersi ed allontanare le minacce belliciste. Non penso che la politica del “porgi l’altra guancia”, a volte, possa smorzare spiriti bellicosi. Ci troviamo in un periodo storico molto controverso e travagliato e, a mio avviso, l’opzione della pace va sempre perseguita con ogni mezzo. Ma realisticamente possiamo difendere i nostri valori di pace e libertà, nati ottant’anni fa, con il sacrificio delle vite dei nostri avi, proponendo soluzioni pacifiste derogando sui valori fondanti il nostro modus vivendi? Io non so rispondere a questi quesiti in quanto non posseggo elementi e formule definitive, essendo convinta sempre più che il valore della pace non ha prezzo ma va anche difesa, a prescindere dagli sporchi interessi che si celano dietro una guerra.