Gabriella Carlon
13-04-2026
L’esito del Referendum sulla giustizia è di grande sollievo: la Costituzione è salva da mortiferi mutamenti. Non perché non si possano apportare modifiche, magari necessarie nel passare del tempo, ma perché non sono accettabili cambiamenti che stravolgano la concezione di società sottesa ai principi generali, nonché l’impalcatura che regge la struttura istituzionale dello Stato e l’equilibrio dei poteri.
Chi ha votato NO fortunatamente non appartiene solo all’area dell’opposizione, ma anche a quella di Governo. Le motivazioni del Sì e del No sono certamente molteplici, ma il voto significa che la maggioranza dei votanti, trasversalmente ai partiti e alle fasce d’età, sente di appartenere ad una comunità dove i cittadini devono godere dei medesimi diritti e doveri e dove chi esercita il potere è soggetto alle leggi. La partecipazione dei giovanissimi è davvero un ottimo auspicio per il futuro.
Potrebbe stupire il fatto che il Governo attualmente in carica proponga cambiamenti che cercano di sovvertire la Carta costituzionale. Ma se guardiamo alle origini storiche di essa, la cosa appare logica e conseguente.
La Costituzione nasce dalle forze politiche che hanno contrastato il fascismo e, dopo essersi unite non senza difficoltà nella Resistenza, hanno trovato attraverso il lungo lavoro della Costituente un compromesso alto sui principi e sui valori da porre a fondamento di una convivenza nuova, democratica. Però le forze attualmente al Governo non appartengono a questa area (detta, fino a qualche decennio fa, arco costituzionale), ma provengono o da chi ha subito la sconfitta ed era antagonista della Resistenza o da partiti formatisi in tempi successivi con spirito profondamente regressivo. Inoltre la Presidente del Consiglio conserva la fiamma tricolore nel simbolo del partito, usa sempre il termine Nazione e mai Stato e non fa mistero che ilsuo modello è Trump. Segnali di una concezione del potere e dei legami sociali che non ha a che vedere con la nostra Costituzione. Sono culture differenti e non compatibili.
Lo Stato è costituito di cittadini legati da un vincolo giuridico che può consentire diversità di lingua, di religione, di etnia e di pensiero, mentre la Nazione, di

derivazione ottocentesca, presuppone unità di tutti questi aspetti in un popolo indifferenziato. Diversa è inoltre la concezione del potere: certo il potere deriva dall’investitura elettorale, ma mentre secondo la Costituzione è regolamentato e controllato dalle leggi e dagli organi a ciò preposti, nella concezione degli attuali partiti al Governo, l’investitura popolare garantisce qualunque arbitrio, salvo il giudizio alla scadenza elettorale. Sono concezioni radicalmente diverse: nella prima il dissenso rispetto all’Esecutivo non solo è ammesso, ma è necessario per impedire una dittatura della maggioranza; nella seconda è mal tollerato perché intralcia la realizzazione del Bene della Nazione. Probabilmente in virtù di tale pensiero si è tentato di procedere a una riforma costituzionale con un testo elaborato dall’Esecutivo e passato in Parlamento con i soli voti della maggioranza di Governo.
Tuttavia aver salvato la Carta costituzionale non basta per la sua concreta realizzazione. Abbiamo una Costituzione altamente democratica e progressista, ma la nostra società riflette di fatto una struttura oligarchica in cui libertà e uguaglianza sono ideali sempre più svuotati di concretezza.
Che cosa è stato fatto e che cosa è ancora da fare per dare al nostro vivere quotidiano un assetto veramente democratico? Che cosa manca all’attuazione del progetto politico previsto dalla Costituzione?
______________________________________________________________________________________
Disclaimer e note legali (clicca per leggere – puoi rivendicare diritti di proprietà su riferimenti e immagini)
_______________________________________________________________________________________