Anche i marchi del cosiddetto Made in Italy non hanno scrupoli a far realizzare i rispettivi capi da una manodopera composta da “invisibili”, che vivono e lavorano in condizioni di pesante sfruttamento
Adriana F.
Data 13-04-2026
A parlarne è il libro di Audrey Millet, “La trama del lusso. L’industria della moda tra capitalismo dei corpi e criminalità”, che inizia con una prefazione curata dalla Campagna Abiti Puliti. Ne ha parlato Deborah Lucchetti in un articolo pubblicato su Altreconomia (clicca).
Nel libro si svela la realtà inquietante nascosta dietro il lancio degli ultimi modelli di abbigliamento. Una realtà raccontata da un personaggio della Costa d’Avorio, che invece di trovare un lavoro nel settore ha dovuto affrontare un’incredibile serie di difficoltà messe in atto da reti criminali che sfruttano senza ritegno i lavoratori delle fabbriche che riforniscono l’Africa e l’Europa.
Dalla sua personale esperienza si apprende che perfino i distretti tessili situati in Europa, come Prato, sono spesso gestiti da reti di caporalato, che costituiscono un vero e proprio “sistema globale di schiavitù moderna”. Un sistema fatto di alienazione e di violenza senza controlli, impossibile da migliorare a causa della collusione tra élite politiche nazionali e imprese, tutte concordi nel chiudere gli occhi su chi organizza e gestisce delle vere e proprie tratte di esseri umani. I quali vengono maltrattati o addirittura violentati quando sono abili al lavoro, e quindi “produttivi”, mentre in seguito sono abbandonati senza alcuna prospettiva tra le dune del deserto del Ténéré, “il «Grande Buco» dove tutto si dissolve”, lontano dagli occhi delle istituzioni internazionali che dovrebbero garantire democrazia e rispetto dei diritti.
Questi moderni “schiavisti” gestiscono intere catene di fornitura che producono ogni anno “cento miliardi di capi, cuciti dalle sapienti mani di milioni di lavoratori e lavoratrici”. Costoro, in realtà, sono gli schiavi della nostra epoca, che possono indossare gli abiti da essi prodotti solo quando saranno passati di moda e quindi rispediti ai Paesi di origine, per poi finire nelle discariche illegali a cielo aperto dove si accumulano ben 92 miliardi di tonnellate di rifiuti tessili all’anno, pari a “un camion ogni venti secondi”. Il risultato inevitabile è un inquinamento massiccio di varie zone dell’Africa e dei Paesi del Sud del mondo.
Il numero di questi lavoratori super sfruttati è di circa trecento milioni di persone, in maggioranza donne, giovani e migranti. Sono invece tutti uomini i “capilinea” che organizzano il lavoro usando ogni tipo di sopraffazione, senza timore di controlli o ritorsioni perché chi lavora in queste fabbriche non ha altre possibilità di guadagnare il minimo indispensabile per mantenere la famiglia.
Il Paese dove accadono più ingiustizie e abusi sistematici di genere è il Bangladesh, dove perfino i marchi più prestigiosi fanno produrre le seconde linee, impiegando circa quattro milioni di lavoratrici, che non guadagnano abbastanza per superare la soglia di povertà, ma il cui lavoro ha permesso di aumentare gli indicatori macroeconomici del Paese.
Ciò che molti non sanno, tra l’altro, un fenomeno analogo si verifica anche a casa nostra, nonostante le notizie in proposito vengano sottovalutate o quasi ignorate etichettandole come “casi isolati”. Invece, sottolinea Millet, le indagini effettuate dai carabinieri del Nucleo tutela del lavoro presso i laboratori dell’hinterland milanese hanno scoperto alcune vergognose realtà proprio nel capoluogo lombardo: situazioni estreme di operai-schiavi “che mangiano, dormono e lavorano per pochi euro all’ora, soprattutto di notte e nei festivi, in capannoni fatiscenti e insicuri a conduzione cinese”. E non si tratta di poche “mele marce” del settore, bensì di una prassi sistematica in cui sono coinvolte anche le griffe, che in questo mercato acquistano capi di abbigliamento a prezzi stracciati per abbattere i costi e massimizzare i profitti, senza preoccuparsi delle leggi e dei contratti che potrebbero arginare lo sfruttamento.
Naturalmente il libro non intende affatto criminalizzare la moda, bensì svelare gli aspetti degradanti sottesi alla facciata di gran parte del settore fashion. Millet, infatti, è un’attivista vicina alla Clean Clothes Campaign (clicca), il network internazionale di oltre duecentoventi organizzazioni che da molti anni si batte in tutto il mondo per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori del settore tessile, e di cui Campagna Abiti Puliti (clicca) è la sezione italiana.
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(1) la Campagna Abiti Puliti è la sezione italiana di Clean Clothes Campaign)