Gabriella Carlon
10-06-2026
Dopo aver festeggiato gli 80 anni della Liberazione dal nazi-fascismo, è tempo di riflettere sul fatto che da quella Resistenza è nata la nostra Costituzione: il primo pensiero è che l’antifascismo è un valore costitutivo della nostra Carta fondativa. Ad esso si rifanno i valori enunciati nei Principi fondamentali che costituiscono i primi 12 articoli, ripresi poi nei successivi ambiti con maggiore concretezza.
Ogni Costituzione rappresenta un ideale di società, un patto di convivenza umana, ma fino a che punto essa sia stata poi tradotta in vita reale nelle relazioni tra le persone e le istituzioni è un problema che riguarda, oltre che il passato e la realtà effettiva, anche il futuro e la direzione verso cui orientare l’azione politica. Conoscere la Costituzione è un dovere prioritario per ogni cittadino, è la prima forma di partecipazione alla vita collettiva. Ma è altrettanto doveroso chiedersi quanto, in questi 80 anni, sia stato realizzato del progetto politico in essa contenuto e quanto sia rimasto tuttora utopica parola vuota. Da qui si deve partire per prospettare un possibile programma politico per il futuro, che sia realizzazione del compromesso alto raggiunto dai Padri costituenti e non stravolgimento e distruzione di esso. Anche perché gli italiani hanno ripetutamente dimostrato, a larga maggioranza, che vogliono mantenere la struttura essenziale di questa Costituzione.
Fin dai primi articoli nascono però delle criticità. L’art.1 sostiene che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e l’art. 4 sostiene che il lavoro è un diritto-dovere, cioè l’elemento portante della vita civile; ma è davvero così?
L’art. 2 parla di doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale; ma davvero la nostra è una società solidale?
Ma è l’art. 3 che mostra il maggior divario tra l’enunciazione teorica e la realtà, soprattutto nel secondo comma.
Nel primo comma si afferma l’uguaglianza formale dei cittadini, cioè si delinea lo stato di diritto ossia uno stato in cui i cittadini sono garantiti dalle leggi contro l’arbitrio del potere. L’uguaglianza è possibile solo se anche gli organismi che esercitano il potere sono soggetti alle leggi emanate da un Parlamento che rappresenta i cittadini stessi. Quindi nessun organismo può assumere decisioni al di fuori delle leggi vigenti. Eppure attualmente alcune forze politiche sostengono che, siccome la sovranità appartiene al popolo, l’elezione conferisce una sorta di immunità dalle leggi a chi è preposto legittimamente all’esercizio del potere. Interpretazione che non trova spazio nella Costituzione che all’art. 1 recita: La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
L’uguaglianza dei diritti dei cittadini è una conquista recente: nello stato liberale i diritti politici non erano affatto universali. Inizialmente erano fondati sul censo; in Italia nel 1882 si toglie il limite del censo, ma gli analfabeti (e erano tanti) sono ancora esclusi; nel 1912 si ammette il suffragio universale maschile, ma gli analfabeti votano solo dopo i 30 anni; finalmente nel 1946 il suffragio universale viene esteso anche alle donne, dopo che avevano partecipato attivamente alla Resistenza; nel 1975 l’età viene abbassata da 21 a 18 anni. Così lo Stato diventa liberal-democratico: democratico perché i diritti sono universali, liberale perché sono solo formalmente uguali.
Il punto ancora oggi critico è l’uguaglianza rispetto alla razza e al sesso (art. 3). Lo status giuridico degli stranieri, a cui pure l’art. 10 garantisce il diritto d’asilo, è un problema irrisolto e controverso, che dà origine a continui scontri tra Governo e Magistratura. Quanto al sesso, la legislazione che equipara i diritti nella famiglia è relativamente recente: fino al 1968 era punito penalmente l’adulterio solo della moglie e fino al 1975 il marito era superiore alla moglie godendo di potestà maritale nelle decisioni che riguardavano la vita familiare. Oggi la parità formale esiste, ma purtroppo la cultura patriarcale è dura a morire e genera situazioni davvero difficili, sia in famiglia che nei luoghi di lavoro. Per non parlare dei femminicidi.
Nel secondo comma dell’art. 3 si sostiene che la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza sostanziale sul piano economico e sociale. Si afferma inoltre che tali ostacoli limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana…, cioè si riconosce che la disuguaglianza economica e sociale impedisce la realizzazione di se e l’esercizio effettivo della libertà. Si pongono così le premesse per la realizzazione dello stato sociale. Lo stato dovrebbe quindi garantire a tutti i cittadini alcuni beni essenziali indispensabili per una condizione di benessere. Da uno stato liberale (che deve garantire libertà e proprietà) si passa a uno stato vicino alla concezione socialista, che deve intervenire nell’economia per redistribuire la ricchezza.
Di fatto siamo però ben lontani dalla realizzazione di una democrazia sostanziale perché non si è mai davvero combattuta la diseguaglianza economica. Se il mercato è il regolatore dei rapporti umani, non può esserci spazio per la redistribuzione della ricchezza, anzi si è ormai constatato che la forbice si allargherà sempre più. Anche il liberale A. Smith doveva ricorrere a un fattore esterno al mercato (la mano invisibile) per correggere gli eccessi del libero mercato. Dall’Illuminismo in poi ci si è posto il problema della disuguaglianza, che prima era giudicata naturale e spesso codificata giuridicamente: si pensi alla schiavitù o alla servitù della gleba o al sistema delle caste. J.J.Rousseau è tra i primi a negare che la disuguaglianza sia naturale; K. Marx analizza in maniera approfondita l’origine della disuguaglianza economica nella società ottocentesca; Max Weber arricchisce l’analisi con elementi socio-culturali: per citare solo alcuni pensatori che hanno cercato di capire le cause della stratificazione sociale onde porvi rimedio. Ma vogliamo davvero una società di uguali?
Su tutti questi temi torneremo, con una riflessione particolare sugli articoli della Costituzione che sono parzialmente o totalmente disattesi.
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