Stati e “Cortili di casa”

L’espressione “Cortile di casa”, astrusa per i più, spesso viene interpretata come il giardino davanti o dietro casa. Una visione idilliaca che, nelle relazioni internazionali , è invece un concetto strategico: indica le aree considerate fondamentali da uno Stato per la propria sicurezza, influenza e identità storica. E oggi, come in passato, questa influenza viene esercitata spesso con mezzi coercitivi, interventi bellici e, non di rado, con veri e propri colpi di stato.

Eraldo Rollando
7-09-2026

In sostanza, l’espressione si riferisce a un’area terrestre o marina che uno Stato considera strategica e vitale per i propri interessi, a volte per evitare minacce ai propri confini, a volte per trarre profitto dalle risorse economiche in essa presenti. Questa influenza può essere esercitata in vari modi: la pressione diplomatica, il controllo economico, la cooperazione militare o, nei casi più estremi, di uno scontro bellico vero e proprio. 
Si tratta, insomma, di una realtà che normalmente è appannaggio unicamente degli Stati che dispongono di ingenti mezzi e risorse, sia per contrastare eventuali pretese o rivendicazioni da parte di altri attori internazionali, sia per invadere regioni o territori che si vogliono portare dalla propria parte o addirittura annettere.
Il rischio è che la logica del cortile di casa porti a veri e propri conflitti, soprattutto quando più potenze rivendicano la rispettiva influenza sulla stessa area. In questi casi le tensioni possono degenerare in crisi internazionali o perfino in guerre. E, purtroppo, queste sovrapposizioni si riscontrano già oggi: un esempio è lo Stretto di Taiwan, dove sia la Cina che gli Stati Uniti esercitano il controllo del “Canale”, essendo lo Stretto un passaggio marittimo fondamentale che collega il Mar Cinese Meridionale all’oceano Pacifico e dove transitano enormi quantità di merci e di energia.

Gli Stati che perseguono questa attività sono principalmente tre, con scopi che tra loro hanno allineamenti diversi.

        1. Gli Stati Uniti: chiamano questa zona “Backyard”, il cortile di casa della vecchia dottrina Monroe, di cui parleremo più avanti, e che rivolge la sua attenzione principalmente all’America Latina e ai Caraibi (ma non solo) con lo scopo di esercitare un’egemonia su tutto il Sud del Continente. Mantenendone il controllo anche attraverso colpi di stato o pressioni economiche, e/o evitando la presenza di potenze rivali (ieri URSS, oggi Cina).
        2. La Russia: usa la definizione “Near abroad” (Estero vicino), che implica un’appartenenza su comuni origini storiche, un carattere identitario e gerarchico.
        3. La Cina: usa la definizione “Periferia Strategica”. Un concetto semplice che ha come obiettivo la creazione di un ambiente regionale favorevole e dipendente da Pechino. Praticamente una zona “vicina” da integrare economicamente e renderla stabile. Nelle realtà lontane dal proprio territorio, Pechino attua anche una “moderna” tecnica di colonizzazione diffusa: la strategia “Going Out” e la “Belt and Road Initiative” (BRI), conosciuta con il nome di Via della seta, della quale parleremo nella pagina dedicata al Paese.

1)  Gli Stati Uniti e il “Backyard”

Com’è nata questa idea
Occorre risalire al XIX secolo: negli Stati Uniti l’allora presidente Monroe(clicca) diede corpo all’idea che era indispensabile opporsi all’intervento delle potenze europee dell’epoca nell’America Latina, dichiarandola zona “di interesse esclusivo”.
Nel secolo successivo questa “pretesa” si consolidò fino a trasformarsi in una forte influenza politica ed economica su molti Paesi della regione. Era nato il primo “Cortile di casa”.
Ancora oggi gli Stati Uniti mantengono una pressione verso Paesi come Cuba e Venezuela, ma anche Messico e altri, considerati sensibili per motivi strategici e ideologici.  E, in alcuni casi, questa attenzione prende le sembianze di una vera ossessione.
Come vediamo oggi, la Dottrina Monroe nel tempo ha trovato modo di aggiornarsi a scenari ben più allargati rispetto al continente Sud americano.“La sua attualizzazione oggi si manifesta in vari scenari regionali, non solo nell’emisfero occidentale, ma anche in aree di cruciale rilevanza geopolitica come il Medio Oriente, laddove interessi strategici, alleanze di sicurezza e competizione interstatale si intersecano con dimensioni energetiche, tecnologiche e ideologico – politiche”. (l’Opinione della libertà – Carmelo Elio Costanza) 
Negli ultimi 80 anni la visione statunitense del Mondo ha assunto sempre più connotazioni di controllo dei territori e protezione dei propri traffici commerciali.
Secondo il CATO Institute, un centro statunitense di ricerca e analisi di orientamento libertario, gli Stati Uniti mantengono circa 750 basi e installazioni militari all’estero in oltre 80 paesi e territori. “In Europa, per esempio, gli USA mantengono decine di basi e circa 68.000 militari permanenti, con la presenza più consistente in Germania, seguita da Italia e Regno Unito”. (fonte Reuters)
Cuba, l’ossessione degli USA
Nel contesto della guerra fredda Cuba, dopo la rivoluzione del 1959, sotto la guida di Fidel Castro si avvicinò all’Unione sovietica. Un tarlo cominciò allora a fare breccia nella mente dell’amministrazione USA. Preoccupata di questa vicinanza ideologica, “il 14 ottobre 1962 un aereo da ricognizione U-2 statunitense scattò diverse foto che mostravano chiaramente i siti per missili nucleari balistici in costruzione a Cuba.
L’allora Presidente Kennedy il 22 ottobre ordinò una “quarantena” navale (1)  di Cuba per impedire che l’isola fosse rifornita con missili già in viaggio verso i Caraibi. Furono 40 giorni di grandi tensioni, durante i quali il Mondo rimase con il fiato sospeso.” (Dipartimento di Stato USA  – La crisi dei Missili cubana)
Da allora l’isola, che dista dagli Stati Uniti 170 chilometri di mare, è diventata una memoria ossessiva, un trauma psicologico mai risolto, che sembra potersi sciogliere solo con un’azione di forza (un gigante contro un nano psicologicamente fastidioso). L’attuale presidente USA, sicuramente frustrato dalla piega negativa che ha preso la sua guerra all’Iran, rivolge lo sguardo ai Caraibi affermando “mi piace finire il lavoro in Iran, poi magari farò stazionare una delle portaerei di ritorno dal Medio Oriente davanti all’Avana”.

 

2) La Russia – il concetto di “Estero vicino” e la sindrome dell’accerchiamento

Per la Russia il “cortile di casa” è principalmente lo spazio dell’ex Unione Sovietica.
Mosca lo definisce spesso “Near abroad” (Estero vicino), “quella vasta area geografica un tempo parte dell’impero sovietico che va dall’Europa Orientale al Caucaso fino all’Asia Centrale”(Enciclopedia Treccani). In cui “vicino” non è più una condizione geografica  ma assume il significato di“territori che, pur essendo all’estero, appartengono naturalmente alla nostra orbita storica, culturale e di sicurezza”(definizione coniata all’inizio degli anni Novanta dall’allora ministro degli esteri russo Andrey Kozyrev).
Quindi, a differenza degli USA che concepiscono la “zona di influenza privilegiata” come un’area da asservire ai propri interessi economici e geostrategici, la Russia considera molte di queste regioni come parte della “storia comune” dell’Impero russo o dell’URSS o territori dove la cultura russa deve essere protetta.
9 novembre 1989 – una data che ha sconvolto il “cortile”
Un muro denominato Barriera di difesa antifascista, alto 3,5 metri per una lunghezza di 155 km, dal 13 agosto 1961 avvolge la parte occidentale di Berlino (una enclave all’interno della DDR – Repubblica Democratica Tedesca) per evitare la fuga di cittadini verso Ovest.   
Nel 1989 “La caduta del Muro è il segnale che il controllo sovietico sull’Europa orientale è finito. Da quel momento, l’URSS entrò in una crisi accelerata che portò al suo scioglimento il 26 dicembre 1991, quando il Soviet Supremo dichiarò ufficialmente la fine dell’Unione Sovietica”(Giorni di storia).
La sindrome da accerchiamento e la memoria storica delle invasioni
Lo scioglimento dell’URSS determinò, tra il 1999 e il 2004, l’adesione di tutto il fianco est della Russia (10 Paesi) e il fianco nord est dei Paesi baltici (tre) alla Nato, con Svezia e Finlandia attualmente candidate all’adesione. Mosca, in una manciata di anni, perde il proprio Estero vicino in Europa.
Non è, però, solo questo a creare l’idea di pericolo. Due fatti storici spiegano le apprensioni di quella vasta regione: nel 1812 l’invasione da parte della Francia di Napoleone e nel 1941 l’invasione della Germania nazista, che causò tra 4 e 5 milioni di morti tra i combattenti sovietici e milioni di civili. Due eventi che non possono non aver lasciato tracce nella memoria dei russi e, in particolare, delle classi di governo che si sono succedute nel tempo.
Nell’immaginario moscovita (ma è poi solo immaginario?) il nemico è a occidente.
Il quale Occidente, guardando alla Russia come ad un nemico da annichilire, decide di riarmarsi anziché percorrere la strada del negoziato e dei Trattati, strumenti diplomatici che hanno dato all’Europa 80 anni di pace, pur considerando la parentesi negativa delle vicende belliche in Serbia, Croazia e Kosovo.

3) La Cina – meno muscolare, ma decisa a primeggiare

Abbiamo visto che la Cina usa la definizione  “Periferia Strategica” per definire i propri “cortili di casa”.
Negli ultimi 20 anni, il presidente cinese Xi Jinping  ha progressivamente dato forma al ruolo del suo Paese nel mondo e definito una strategia politica basata sul controllo e sull’espansione del proprio spazio di azione.
Un concetto che non riguarda soltanto i confini nazionali, ma prefigura un’area regionale allargata stabile, il controllo delle rotte commerciali per la sicurezza del proprio traffici e la prevenzione di qualsiasi forma di accerchiamento di Paesi che potrebbero rivelarsi ostili.
Il vicinato asiatico
In questa logica diventa fondamentale il consolidamento del potere di intervento in buona parte di quello che potrebbe essere chiamato il vicinato asiatico, sia per ragioni economiche sia per la sicurezza dei confini.
Nel Mar Cinese Meridionale Pechino rivendica ampie porzioni di mare, costruisce insediamenti militari su isolotti artificiali e cerca di controllare le rotte lungo le quali viaggia una parte consistente del traffico commerciale globale.

Circa 150 chilometri di fronte alla costa cinese c’è Taiwan, la “vecchia” isola di Formosa, dove nel 1949 trovarono rifugio circa 2milioni di militanti dell’esercito nazionalista di  Chang Kai-shek, al termine della guerra civile tra nazionalisti e comunisti.
La dichiarazione d’indipendenza dell’isola non ha mai scoraggiato le gerarchie di Pechino che la considerano una provincia ribelle destinata a essere riunificata alla madrepatria. La Cina continua a esercitare pressione diplomatica e militare sull’isola cercando di svalutare ogni ipotesi di indipendenza formale e di limitare il sostegno esterno da parte degli Stati Uniti.
Anche se recentemente Trump ha dichiarato di non essere interessato a portare le sue portaerei a 15.000 mila chilometri da casa, quasi a significare che lasciava mano libera a Pechino, l’interesse del tycoon per i manufatti tecnologici di Taipei è molto forte. Anche perché il 92% della produzione di microchip è fabbricata su quello “scoglio”, e Washington ben lo sa.
Taiwan con il suo Stretto è, per l’appunto, una di quelle aree in cui il  “Backyard” americano si sovrappone alla “Periferia Strategica” cinese.
In Cina la percezione di accerchiamento è un fattore che condiziona pesantemente la sua politica. La rete di alleanze americane nel Pacifico, dal Giappone alle Filippine e alla Corea del Sud, rappresenta la spina nel fianco che ha dato il via a un programma di riarmo che non ha precedenti per quel Paese.

 

Geopolitica economica, la strategia “Going Out” e le nuove forme di colonizzazione
Fino agli anni 90 del XX secolo, la crescita cinese era basata soprattutto sull’incoraggiamento degli investitori stranieri a muovere i loro capitali verso il territorio nazionale. Ma in seguito, con la strategia “Going out”, Pechino ha deciso di favorire il movimento opposto: il capitale cinese doveva muoversi oltre i confini nazionali.
Così, dagli anni Duemila la Cina ha portato investimenti massicci in Africa, in America Latina, in Asia Centrale e in Medio Oriente. Le aziende cinesi hanno acquisito miniere in Zambia e in Congo, giacimenti petroliferi in Sudan e in Angola; numerose infrastrutture portuali di diversi Paesi sono passate in mani cinesi e numerose società tecnologiche europee e americane hanno visto entrare capitali provenienti dalla Cina .
Oltre a ciò la gestione dello spazio strategico ha assunto nel tempo una nuova dimensione con la nascita del progetto della Belt and Road Initiative, conosciuta anche come Nuova Via della Seta. Attraverso grandi investimenti su porti, ferrovie e autostrade che collegano Paesi lontani, Pechino sta costruendo una rete globale che le permette di accedere a materie prime, aprire le proprie merci a nuovi mercati e aumentare la propria influenza politica in quei Paesi.

Un punto cruciale per Pechino è rappresentato, oggi, dalla necessità di disporre di enormi quantità di energia. I propri giacimenti sul territorio o offshore non sono sufficienti a soddisfare il fabbisogno. Il grande giacimento scoperto di recente nel Mar Cinese Meridionale, a 170 chilometri dalla costa, impiegherà alcuni anni per entrare in produzione.   Le sue attuali rotte marittime di rifornimento, come gli stretti di Malacca e Hormuz,  sono considerate oggi rischiose o non percorribili. Così come il Canale di Suez può essere messo a rischio di chiusura dalla guerra tra Stati Uniti e Iran (Hormuz insegna).
La soluzione a questa impasse trova la Cina impegnata nella diversificazione delle fonti con forniture da Stati amici, attivando corridoi terrestri verso l’Asia centrale, il Pakistan e la Russia.
Di fatto, un po’ alla volta lo spazio strategico cinese si è molto allargato, entrando in concorrenza (o in conflitto) con gli altri contendenti.

 

 

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Note

  1. L’uso di “quarantena” distingueva legalmente questa azione da un blocco navale, che presupponeva l’esistenza di uno stato di guerra; l’uso di “quarantena” invece di “blocco” consentiva inoltre agli Stati Uniti di ricevere il sostegno dell’Organizzazione degli Stati Americani. (Ufficio storico USA)

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