Gabriella Carlon
13-04-2026
Abbiamo visto che l’Europa è anche culla di un pensiero che rifiuta la guerra e propone un modo pacifico di relazione tra gli Stati e tra i popoli. Però sappiamo che costruire la pace non richiede solo un orientamento culturale, pur importantissimo. Esige anche comportamenti politici conseguenti, strategie diplomatiche che abbiano come obiettivo la creazione di condizioni di pace. Quale strategia persegue l’UE?
Dopo il crollo dell’URSS si è appiattita sulla NATO e ha servilmente seguito la politica estera statunitense, facendosi complice della violazione del diritto internazionale, da un lato con il respingimento dei migranti con ogni mezzo, contro il rispetto dei diritti umani e delle Convenzioni sui Rifugiati; dall’altro con l’aggressione a vari paesi, cominciando dalla Serbia e dall’Iraq. Si è poi levata a difesa del diritto internazionale di fronte alla guerra Russia-Ucraina, per dimenticarsene di nuovo a Gaza e nell’aggressione degli USA e di Israele all’Iran. A parte la Santa Sede, solo la Spagna di Sanchez ha preso posizione netta contro una guerra che sta destabilizzando tutto il Medio Oriente.
A coronamento di questo percorso bellicista assistiamo al rifiuto di porre fine al conflitto russo-ucraino con trattative diplomatiche e infine al lancio di Rearm UE (per essere pronti nel 2030 alla guerra contro la Russia), in contemporanea all’aumento delle spese militari al 5% del PIL, sempre su imposizione NATO.
Chiaramente queste scelte politiche non costruiscono la pace, ma preparano la guerra. L’attuale classe dirigente europea si mostra convinta che il riarmo e la guerra contro la Russia siano la strada per superare la crisi in cui versa l’economia europea, causata anche dal prezzo dell’energia.
Eppure non molti anni fa l’UE aveva scelto percorsi diversi per riattivare l’economia: aveva lanciato il Green Deal (clicca) nel 2019 e il Next Generation EU (clicca) nel 2020 come strumenti per la ripresa, per uno sviluppo pacifico e costruttivo. Il 2025 è stato un anno di svolta per il Green Deal: dapprima si è resa facoltativa la rendicontazione della sostenibilità aziendale (che significa rendere pubblici i dati sulle emissioni ci CO2, sulla gestione rifiuti, sulla trasparenza fiscale, sulla sicurezza sul lavoro) per le piccole e medie imprese (circa il 90%), lasciandola obbligatoria solo per le grandi imprese; successivamente si è modificata la norma relativa alla riduzione di emissione media di CO2 per le nuove immatricolazioni auto che non sarà più del 100% ma del 90%: un cambiamento che consente la circolazione anche alle auto alimentate col fossile. Così essendo il Green Deal in parte svuotato dei suoi obiettivi, il contenimento del riscaldamento globale entro 1,5° C è destinato a fallire.
Il Green Deal potrebbe invece essere una strada conveniente anche sul piano economico, perché potrebbe sollevare dalle enormi spese dovute ai danni causati da eventi meteorologici estremi. Sarebbe anche utile una politica non ostile alla Cina, che in questi anni ha perseguito l’incremento delle rinnovabili a scapito dell’energia fossile, mentre l’UE mantiene la dipendenza dai paesi produttori di petrolio e gas, pagati a prezzi esorbitanti.
Quanto al PNRR, si tratterebbe di rendere permanente la struttura del piano Next Generation EU con strumenti di indebitamento comune. Anziché un apparato industriale militarizzato, si dovrebbe costruire un’economia che mira a investimenti pubblici su beni comuni: energia, infrastrutture, tutela dell’ambiente e del lavoro. Provvedimenti necessari per il benessere dei cittadini e non per il profitto privato. Il venir meno delle clausole di salvaguardia dovrebbe essere riservato non al riarmo, ma alla realizzazione di beni comuni che rendono servizio allo sviluppo della vita e non a strumenti di distruzione e di morte come la guerra.
Per realizzare una economia di pace l’UE dovrebbe anche rendersi autonoma in politica estera, mettendo in discussione con nuove trattative la funzione delle numerose basi USA presenti sul suo territorio. Andrebbe superato il concetto di deterrenza, progettando la difesa comune con un unico esercito, che probabilmente verrebbe a costare meno degli eserciti nazionali esistenti. Sarebbe inoltre urgente ratificare il Trattato ONU di proibizione delle armi nucleari, già sottoscritto da 95 Stati nel mondo. In generale l’UE dovrebbe sganciarsi dalla dipendenza statunitense, mettendo in luce che gli interessi europei richiedono scelte strategiche diverse, che non coincidono con quelle statunitensi.
Si dovrebbe anche prevedere un riavvicinamento ai paesi BRICS e alla Russia, che rappresentano ormai buona parte dell’umanità. Infatti basterebbe pensare a quanti danni ha portato all’UE la subalternità agli USA nella guerra russo-ucraina, nonché l’ultima pretesa di controllare le risorse energetiche iraniane, per capire che l’attuale strategia politico-militare porta l’Unione Europea al disastro economico, se non addirittura a una terribile guerra suicida. Il rifiuto di inviare navi allo stretto di Hormuz sarà l’inizio di un cambiamento?
Ci vorrà una nuova Conferenza di Helsinki che consideri l’Europa dall’Atlantico agli Urali come cooperante per un’autentica democrazia che curi i diritti anche delle minoranze. Questo sarebbe il compito che l’Europa potrebbe assumere come proprio ruolo specifico di fronte al mondo. Ma come può avvenire? Per riuscirci bisognerebbe innanzitutto resistere alle pressioni dei fabbricanti di armi che premono in direzione opposta per realizzare guadagni miliardari.
L’opinione pubblica va orientata a pensieri e azioni di pace, in modo da trovare la forza di ribellarsi alla deriva bellicista imperante. Non mancano segnali in tal senso: dai portuali di Marsiglia e di Genova che si rifiutano di imbarcare armi per Israele, alle marce delle Madri, ai cortei pro-Pal, ai movimenti transnazionali nonviolenti di rifiuto della guerra.
Il disarmo, la nonviolenza, la giustizia sociale, l’accoglienza dei migranti, il compromesso diplomatico e il rafforzamento dell’ONU sono i veri cardini della sicurezza. Sta a noi lavorare per costruirli.
____________________________________________________________________________________
Disclaimer e note legali (clicca per leggere – puoi rivendicare diritti di proprietà su riferimenti e immagini)
____________________________________________________________________________________
Dai rapporti Draghi e Letta risulta evidente che l’UE è quasi esclusivamente ancora “una espressione geografica”. Fino a che l’UE sarà solo il risultato di molteplici compromessi al ribasso (!) tra i suoi singoli Stati Membri, difficile sarà avere la forza e la credibilità di proporre al mondo politiche e visioni differenti da quelle imposte da USA, Cina e Russia. Solo dopo sarà possibile orientare -con successo (!)- l’opinione pubblica verso pensieri e azioni di Pace (che non è solo assenza di guerra).