Gabriella Carlon
7-09-2026
“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” (Costituzione art.1).
Che cosa significherà “fondata sul lavoro”? I Costituenti, dopo molte discussioni, si accordarono su questa sintetica espressione per caratterizzare la Repubblica appena nata. A chiarire il suo significato ci aiuta l’art. 4, che sottolinea la centralità del lavoro nella vita individuale e collettiva: definisce infatti il lavoro come diritto-dovere, per cui la Repubblica “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto” e ogni cittadino ha il dovere di concorrere, col proprio lavoro, “al progresso materiale o spirituale della società”.
Il lavoro come diritto è in primo luogo un mezzo di sussistenza, è la fonte da cui la grande maggioranza delle persone che non vivono di rendita traggono ciò che serve per vivere. Ma il lavoro non è solo questo, è anche la risposta a un bisogno fondamentale dell’essere umano: sentirsi realizzato nella costruzione di beni materiali o immateriali secondo le proprie capacità e i propri desideri, provare interesse per ciò che si produce e soddisfazione per la propria opera. Nel contempo la persona acquista piena dignità perché adempie a un dovere civico solidale, contribuendo allo sviluppo della società.
Per il primo aspetto il lavoro genera la libertà dal bisogno che è la pre-condizione per qualsiasi altra libertà nella sua concreta attuazione; per il secondo aspetto il lavoro diventa elemento indispensabile per la felicità umana (come sosteneva Papa Francesco). Il secondo aspetto del lavoro è più importante del primo, perché il primo può essere sostituito da forme assistenziali di vario genere, mentre il secondo richiede una organizzazione economico-sociale capace di distribuire a tutti il lavoro inteso come realizzazione di sè, liberando la persona da dipendenza-schiavitù, che troppo spesso è stata una forma di privazione delle libertà personali da parte di chi concede il lavoro. Inoltre l’art. 46 riconosce la possibilità che i lavoratori partecipino alla gestione delle aziende, nei limiti stabiliti dalla legge.
Il lavoro come dovere risponde all’esigenza di rendere concreto “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art.2). Ogni persona è infatti non solo un soggetto individuale, ma anche una parte essenziale della società in cui vive, a cui deve offrire il meglio delle sue capacità per il bene comune.
Solo una concezione che abbracci tutti gli aspetti qui brevemente delineati può diventare fondamento della Repubblica, perché salda il diritto-dovere al lavoro con il diritto di cittadinanza, istituendo quel patto sociale che consente la coesione del nostro vivere civile. Sulla stessa lunghezza d’onda si muovono la Dichiarazione sui principi e diritti fondamentali del lavoro (1998 – aggiornata nel 2022), stilata dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, e l’articolo 15 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (2007).
Quanto di tali principi é stato realizzato nel corso di questi 80 anni?
Credo che si debbano distinguere due periodi, molto diversi tra loro, influenzati anche dall’andamento dell’economia mondiale.
Nei trenta anni gloriosi successivi alla seconda guerra mondiale sono stati garantiti per legge alcuni aspetti del diritto al lavoro: l’orario di lavoro, le ferie, la difesa del salario rispetto all’inflazione, la stabilità del posto di lavoro, la limitazione della possibilità di licenziamento, il sostegno in caso di malattia, una ragionevole pensione,
una possibilità di incrementare l’istruzione attraverso le 150 ore.
In particolare lo Statuto dei lavoratori (1970) sancisce un largo spettro di diritti per i lavoratori e le loro organizzazioni sindacali. Si poteva ancora migliorare, tuttavia si era raggiunto un compromesso tra capitale e lavoro, dando attuazione agli artt. 35-40 della Costituzione. Le rappresentanze sindacali avevano un certo peso nei confronti della parte padronale. L’art. 46 è stato comunque sempre disatteso, al contrario di quanto avvenuto in alcuni paesi europei.
Nei decenni successivi, col trionfo del neoliberismo a livello mondiale e dopo il crollo dell’Unione Sovietica, si è sferrato un duro attacco al mondo del lavoro. Particolarmente in Italia, i tre settori che rendono dignitosa la vita dei lavoratori (salario, pensioni, servizi -in particolare casa e sanità), sono stati pesantemente colpiti. Delocalizzazioni, forme innumerevoli di precariato, salari i più bassi d’Europa, privatizzazione dei beni comuni (a cominciare dalla sanità), leggi permissive sugli appalti e subappalti (che sono la causa non ultima dei morti quotidiani sul luogo di lavoro) hanno costantemente peggiorato le condizioni di vita di chi lavora. A ciò si aggiunga la carenza di controlli da parte degli ispettori del lavoro, la mancanza di un piano industriale, l’abbandono di qualsiasi piano-casa.
Per non parlare del lavoro nero, a cui sono troppo spesso costretti sia gli italiani sia, e soprattutto, gli immigrati, in condizioni di vita che non hanno più nulla di umano. Con episodi degni della barbarie piuttosto che di un paese civile.
Eppure la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea stabilisce, al citato art. 15 comma 3, che i cittadini dei paesi terzi hanno diritto a condizioni di lavoro pari a quelle dei cittadini dell’U.E.
La Costituzione è ormai dimenticata. Questo nuovo quadro accentua le disuguaglianze, genera povertà e provoca disaffezione al lavoro, tanto che spesso i giovani preferiscono trovare all’estero posti di lavoro più soddisfacenti.
Si è ormai diffuso un modo di pensare il lavoro solo come mezzo per poter vivere altrove. Si cercano nel tempo libero attività che possano dare un senso alla vita. Ma troppo spesso queste attività rispondono a bisogni indotti dal consumismo sfrenato, sostenuto dalla pubblicità di cui siamo tutti vittime. Ecco perché ci assale un senso di vuoto e siamo una società che ha bisogno costante di droga e di psicofarmaci.
Non sarà tempo di attuare la Costituzione e di cambiare modello?
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