Gabriella Carlon
22-06-2026
“Le guerre ci sono sempre state” “Il conflitto è nella natura umana” “L’uomo è fatto così: cerca di prevaricare”
Frasi simili sono molto comuni e rappresentano un modo di pensare diffuso. Si deve prendere atto che è questa la mentalità che rende possibili le guerre. Perché da quelle frasi consegue che la guerra, che pure non si desidera, è però naturale, inevitabile. “A peste, fame et bello libera nos Domine” (“Dalla peste, dalla fame e dalla guerra liberaci, Signore” – talvolta anche dal terremoto) era un’antica invocazione cristiana che si recitava nelle Rogazioni: la guerra apparteneva a un destino contro cui l’uomo è impotente. Questa concezione perdura ancora oggi, ammantata del fascino che deriva dalla retorica sulla gloria e l’eroismo del combattimento armato, che è il paravento dietro cui si nascondono le motivazioni reali della guerra. Onore ai caduti.
La forza di persuasione della propaganda bellicista è elevata, perché presenta la guerra come strumento per difendere valori positivi: diritti umani, democrazia, libertà, benessere economico e così via promettendo. L’operazione preliminare è creare la figura del nemico che, portatore di tutte le negatività della natura umana, viene de-umanizzato; solo così si può convincere persone normalmente equilibrate a dare la morte e a subirla.
In tale contesto non è difficile chiamare in causa addirittura Dio, come ci tocca purtroppo di sentire anche in questi giorni. Talvolta entrambe le parti in causa pregano Dio che conceda loro la vittoria! Se non fosse una tragedia, avrebbe venature di comicità.
Si è anche sdoganato nel discorso pubblico, in tempi recenti, l’uso delle armi nucleari che sembra diventato prassi normale in caso di conflitto.
E’ difficile cambiare una mentalità così ben radicata culturalmente, ma non si deve disperare. Anche la schiavitù era considerata una condizione naturale e dunque immodificabile, perfettamente giustificata persino da Aristotele. Eppure oggi per lo meno il suo nucleo centrale (che un essere umano possa essere proprietà di un altro essere umano, da vendere sul mercato) non è più sostenibile, né eticamente né giuridicamente. Un mutamento simile avverrà per la guerra.
Che cosa si può fare per favorire il cambiamento?
– Presentare la guerra nella sua cruda realtà: violenze di ogni genere, distruzione sempre più micidiale, morte di giovani soldati sani (mentre cerchiamo di allungare sempre più la vita dei vecchi acciaccati), e morte, in numero ancora maggiore, di civili di ogni età, bambini compresi.
Vale la pena di ricordare il Manifesto Russel-Einstein, sottoscritto da numerosi scienziati nel 1955. Dopo aver constatato che si possono costruire bombe, molto più potenti di quella che ha distrutto Hiroshima, che mettono a rischio la stessa sopravvivenza della specie umana, si lancia un appello alla soluzione pacifica dei conflitti mondiali: “In considerazione del fatto che in qualsiasi guerra futura saranno certamente usate armi nucleari e che queste armi minacciano la continuazione dell’esistenza umana, noi invitiamo i governi del mondo (…..) a trovare i mezzi pacifici per la soluzione di tutti i loro motivi di contesa.”
– Cambiare lo sguardo verso l’altro.
La scienza ci viene in aiuto quando sostiene che esiste una sola razza, quella umana; dunque non ci sono popoli inferiori e superiori, ma civiltà che storicamente si evolvono con caratteristiche diverse, tutte interessanti e degne di essere conosciute e discusse. Il documento di papa Francesco e del Grande Imam Ahmad Al – Tayyeb sulla Fratellanza umana è davvero un modo nuovo di guardare il genere umano. La figura del nemico viene meno e si auspica che i conflitti, che pure esistono, siano risolti con la pazienza del dialogo, del confronto, della diplomazia.
Anche la concezione della storia ci aiuta: da una ricostruzione del passato come successione di guerre si è pervenuti a una considerazione attenta e approfondita dei modi di vita, della mentalità, degli scambi di conoscenze e di cultura che sono avvenuti nel corso dei millenni della storia umana. Si può dunque sfatare la frase che la guerra sia la prosecuzione della politica con altri mezzi. Non è una necessità la regolazione dei rapporti tra gli stati fondata sulla forza; sono possibili una convivenza regolata da rapporti non violenti e una sicurezza che non viene dalla paura e dalla deterrenza ma dal rispetto reciproco. La condizione normale in cui l’umanità è vissuta è la pace, non la guerra.
– Smascherare l’intreccio perverso tra economia, potere politico, industria bellica. La guerra è per alcuni un grande affare, perché la vendita delle armi assicura, in modo facile, grandi profitti.
Inoltre la ricostruzione permette una ripresa economica generalizzata che arricchisce la parte minoritaria e più ricca della popolazione. Anche lì grandi affari. Ma a che prezzo? Di quanti morti ha bisogno una guerra? Di quante sofferenze fisiche e psichiche?
E non vanno dimenticati i versi di B.Brecht:
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame.
Fra i vincitori
faceva la fame la povera
gente ugualmente.
Forse se ci impegnassimo a prendere coscienza di tutto ciò, si smetterebbe di pensare che la guerra sia necessaria e si concorderebbe con chi la definisce fuori dalla ragione. Sarebbe davvero un bel cambiamento di mentalità.
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Mi sembra che Gabriella Carlon sia in buona compagnia; Leone XIV nella sua ultima enciclica “Magnifica humanitas” infatti scrive:
“… A monte di tutto ciò sta un falso “realismo”, fondato non solo sull’invalsa logica della forza, ma anche su una convinzione culturale e antropologica, come se la guerra fosse inevitabilmente parte della natura umana. È sempre stato così, si dice, salvo brevi parentesi, e così sempre sarà! Dunque, il problema non è più la pace, smarrita come riferimento nell’orizzonte internazionale, ma come e quando agire militarmente, mentre si sostiene che sarebbe irresponsabile non prepararsi allo scontro. Invece, ciò che è veramente irresponsabile è la Realpolitik , questa forma di “realismo” politico, che semina nelle coscienze e nella cultura la rassegnazione a una guerra ineluttabile, e qualifica la pace e il dialogo come posizioni utopiche o irrazionali, che ignorano i rischi in campo. Al contrario, la pace non è una speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità.
In questo clima, nichilismo e pragmatismo finiscono per intrecciarsi e normalizzare errori gravissimi: estremismi religiosi e fanatismi identitari si alleano con un economicismo irrazionale, mentre la politica ricorre con facilità alla disinformazione, alla ridicolizzazione dell’avversario e alla costruzione sistematica di paure e risentimenti. Così la diversità dell’altro è sempre più vissuta come minaccia, alimentando desiderio di possesso, volontà di dominio, ambizioni egemoniche, abusi di potere e paura della differenza, e preparando un terreno nel quale nuovi conflitti possono maturare quasi senza che ce ne accorgiamo….
La violenza fa parte della natura umana e la guerra ne è la naturale conseguenza la storia umana purtroppo è intrisa di guerre e battaglie. La domanda da porsi sarebbe: quali sono le cause che la determinano? Prevalentemente potere e dominio come sostenuto nel commento. Il vulnus sta forse nel genere umano che non ne può fare a meno? Siamo apologeti di uguaglianza, fraternità e libertà, ma diventa difficile attenervisi. Forse cerchiamo giustificazioni e supporti ideologici per giustificare il nostro inumano comportamento, rivedere e ripensare modi di vivere sarebbe indispensabile per il genere umano, ma ciò l’abbiamo chiamato utopia. L’utopia dovrebbe diventare normalità…..ma forse è proprio un utopia sperare in ciò.